La rivolta dei filmakers

Il malumore cresce, l’interesse sale, nuove strutture di base puntano i piedi per costruire canali alternativi: sono le nuove coordinate del movimento spontaneo dei filmakers e degli appassionati italiani del documentario, linee di rifiuto di una cancrena del monopolio e dell’imbonimento mediatico italiano e di apertura verso nuove abitudini, linee di movimento inedite venute a delinearsi quasi a sorpresa negli incontri dell’ottava annata di «Documentary in Europe» a Bardonecchia, che si è svolta dal 7 al 10 luglio.
Ovviamente, nel dialogare aperto dei diversi ospiti presenti, provenienti da televisioni europee e non come la franco-tedesca Arte, la Zdf tedesca, le olandesi Avro TV e Rvu, la belga Lichtpunt, la finlandese Yle Teema e la Tv Ontario canadese, l’assenza della Rai rispecchia una situazione ormai sclerotizzata. Un’assenza che stride ancor più evidente quest’anno, se comparata alla partecipazione sempre più folta di giovani registi e nuove società di produzioni italiane. Un rinnovo generazionale che ha ancora più voglia di documentario, quel vecchio genere di filmato che racconta le storie e documenta le realtà, un versante della video-produzione sempre più pericoloso per un potere che accentra e mira a nascondere verità, tutto preso com’è, invece, a vendere pubblicità e intrattenimenti e a mercificare cultura. Il rifiuto di una tv mistificata sta portando alla nascita di un sistema complementare e alternativo all’oligopolio televisivo italiano. Stanno nascendo nuove sale per il documentario, si creano associazioni per la diffusione di documentari inediti: è il caso di Docume [docume@tin.it] che tra il 2003 e il 2004 ha proiettato gratuitamente documentari in circa duecento sale della penisola, riscuotendo il consenso di 15 mila spettatori. E ancora, è il caso delle 200 televisioni di zona e di quartiere come la bolognese Orfeo, che hanno creato via internet circuiti di documentari e filmati come la Newglobalvision.org o Indimedya, canali gratuiti di oltre 400 ore ciascuno finalizzate allo scambio continuo. È arrivata, ancora, inattesa, la voglia di riviste come Internazionale o l’Espresso di diffondere su larga scala documentari nei formati del dvd o del vhs. L’Espresso mette in vendita 35 mila copie di “Toghe sporche” e riscuote un incoraggiante consenso dal pubblico, così come i dvd editi dal settimanale Internazionale. L’editrice Bollati-Boringhieri invece decide di investire in documentari everygreen, tanto intramontabili per importanza storico-culturale quanto sconosciuti e boicottati dal monopolio televisivo italiano: compra per 100 mila euro i diritti di diffusione in sala italiane e la vendita in libreria di «Route 181», un magnifico documentario-fiume realizzato da due amici registi, uno israeliano, l’altro palestinese. I due ripercorrono l’originaria linea di divisione tracciata nel 1947 tra Israele e Palestina e s’imbattono nell’incredibile umanità di due popoli, raccolta in visi, storie e racconti, dando voce alla nostalgia della serena convivenza di un tempo e facendo luce su storture e responsabilità storiche. Il Documentary in Europe di Bardonecchia registra un pubblico folto, anch’esso buon inatteso segnale, alla contemporanea «Settimana europea del documentario»: sono molti gli anziani a seguirne le proiezioni. Mentre l’ennesima prova di una censura chiara e generalizzata viene dal successo del documentario-inchiesta «Citizens of Berlusconi», prodotto dalla torinese Stefilm, venduto e reclamato in ogni parte d’Europa, proiettato in sale e televisioni di Francia, Germania, Danimarca, Svezia e Svizzera, Belgio, Olanda, Finlandia, Usa ed Australia, ma rifiutato dai canali Rai. «Salterebbero le nostre teste» pare abbiano detto i dirigenti Rai a quelli della Stefilm: la diffusione di un filmato del genere, in Italia, «non s’ha da fare». E quasi per naturale e inconscio dispetto, parte e va di gran corsa una diffusione via associazioni e sale di proiezioni del ritratto del Cavaliere. «Per Citizens of Berlusconi e per Sorriso Amaro – dice Stefano Tealdi, fondatore della Stefilm – abbiamo in Italia ogni settimana due proiezioni che richiedono una nostra partecipazione alla presentazione». A Bardonecchia rimane chiara la coscienza di una situazione sempre più insopportabile di accentramento e di soffocamento del potere mediatico-politico in Italia, una denuncia ripresa da Hans Robert Eisenhauer, direttore di Arte e responsabile delle serate tematiche, quando cita l’espressione già coniata in Europa di una «Rai-Cremlino», di una cultura confinata in canali specializzati, del calo e della diminuzione in Europa della qualità dei programmi, del rischio di uniformità divenuto spesso realtà. Eisenhauer dà voce alla speranza dei tanti nel pubblico e negli operatori a una nuova tv Arte tramutata in rete di canali nazionali europei, e non più solo franco-tedesca.
Qualche positivo segnale nostrano viene infine da Cult-TV, il canale satellitare culturale di Sky che vorrebbe aprire al documentario su soggetti e realtà italiane, o dalla sezione italiana di National Geografic e di History Channel, che chiede proposte per trattare momenti, storie, episodi della storia. Ma la triste piega di un asservimento mediatico ad un potere sordo alle richieste di un pubblico sempre meno acritico si riflette ancora nell’ennesimo gioco di camuffamento della Rai: nonostante i diversi richiami delle autorithies europee, in Italia si continuano a diffondere grosse quantità di film americani rispetto alle produzioni italiane ed europee. E per «giocare» sui dati si spacciano per lavori italiani programmi Usa tagliati e rimontati in modo da passare per italiani, e si riprendono vecchi pezzi dagli archivi Rai usati come riempitivo. Purché non si aprano le porte alle produzioni dei giovani e alla voglia, da troppo calpestata, di documentario e di cambiamento.

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