Prove di nazionalizzazione in Bolivia

Primo maggio speciale per i lavoratori boliviani del gas. A campo San Alberto, primo centro estrattivo del paese, Evo Morales, il presidente aymara della Bolivia, ha firmato il decreto supremo numero 28701, con il quale dà avvio alla nazionalizzazione degli idrocarburi, cavallo di battaglia della campagna elettorale che lo ha portato alla vittoria nel dicembre scorso e chiave di volta negli equilibri economico politici del continente americano. “Il paese recupera la proprietà, il possesso e il controllo totale e assoluto delle proprie risorse”, ha dichiarato il presidente. Questo è solo il primo passo verso la nazionalizzazione di tutte le risorse ambientali della Bolivia “Toccherà poi alle miniere, alle foreste e alla fine toccherà alle terre”, ha aggiunto Morales.

Da oggi non saranno più le compagnie petrolifere straniere a controllare le risorse energetiche boliviane, composte da gas e petrolio, ma il governo boliviano, attraverso l’impresa statale Yacimientos Petroliferos Fiscales Bolivianos (Ypfb).
Le compagnie straniere hanno 180 giorni di tempo per accettare questo provvedimento e rinegoziare i loro contratti di concessione o dovranno lasciare il paese. Morales ha chiesto ai dirigenti delle multinazionali di “rispettare la dignità e la volontà del popolo boliviano”, avvertendo che “se non lo faranno, ci faremo rispettare con la forza, poiché si tratta di rispettare gli interessi del paese”.
Prima di questo decreto rimaneva nelle casse del paese andino soltanto il 18% degli utili provenienti dallo sfruttamento degli idrocarburi, a vantaggio delle principali compagnie multinazionali del petrolio. Ora la situazione è capovolta: lo Stato boliviano percepirà l’82% degli utili e le aziende straniere dovranno accontentarsi del restante 18%.
Contestualmente alla decisione del nuovo governo Morales ha ordinato che l’esercito boliviano presidi i 56 giacimenti del paese, per evitare qualsiasi ripercussione o eventuali sabotaggi.

Naturalmente non si sono fatte attendere le reazioni. Johannes Laitenberger, portavoce del presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, ha espresso “preoccupazione” per la decisione di Morales.
“La Commissione Europea ha riferito Laitenberger osserva con preoccupazione la decisione delle autorità boliviane di nazionalizzare l’industria energetica. Dal programma di governo ha aggiunto sapevamo che sarebbero state adottate misure per aumentare il ruolo dello Stato in questo settore”, ma, ha concluso il portavoce, “nutrivamo comunque la speranza che queste sarebbero state prese solo dopo un processo di consultazioni”.
I titoli in borsa della compagnia spagnola Repsol, che fino ad oggi controllava un quarto della produzione di petrolio boliviano (che ammonta complessivamente a circa 40.000 barili al giorno), dopo l’annuncio della nazionalizzazione degli idrocarburi hanno perso immediatamente terreno. Dal Brasile sono arrivate critiche da parte della compagnia Petrobras, che ha definito la scelta di Morales “un gesto non amichevole”.
Ancora non si sono fatte sentire la compagnia statunitense Esso e la francese Total, anch’esse da anni impegnate nello sfruttamento degli idrocarburi boliviani, ma è un silenzio che non promette nulla di buono.
Queste reazioni però non implicheranno una fuga massiccia delle grandi imprese straniere dalla Bolivia. La nazionalizzazione degli idrocarburi, in effetti, aumenta il guadagno per il governo boliviano, ma le condizioni per gli investitori stranieri rimangono comunque molto vantaggiose. Del resto la Bolivia stessa non ha intenzione cacciare dal proprio territorio investimenti importanti, vuole anzi continuare a vendere i propri prodotti, possibilmente però a prezzi più vantaggiosi.

La decisione di nazionalizzare non coglie di sorpresa vista l’importanza strategica che ha nel programma della coalizione di Morales e si colloca sulla costruzione di un asse latinoamericano che lega Fidel Castro, Hugo Chávez ed Evo Morales stesso.
Il “fronte disobbediente” dell’America Latina comincia a fare sul serio. Si nota negli ultimi anni una tendenza che vede i governi latinoamericani più “progressisti” scartare più o meno drasticamente dal peso della sempre ingombrante influenza statunitense. Questo scarto trova una realizzazione tangibile nell’opposizione all’Area di libero commercio delle Americhe (ALCA), il mercato comune voluto dagli Stati Uniti e a cui ha aderito la Colombia di Alvaro Uribe.
Nei giorni scorsi proprio i presidenti di Cuba, Venezuela e Bolivia si sono incontrati all’Avana per siglare l’ingresso della Bolivia nell’ALBA, l’Alternativa Bolivariana per l’America latina e i Carabi, il progetto economico e sociale alternativo all’ALCA.
Con questo accordo Cuba e Venezuela acquisteranno soia e altri cereali dalla Bolivia. Il Venezuela fornirà 5mila borse di studio per giovani boliviani nel settore petrolchimico e Cuba fornirà insegnanti e medici da mandare nel paese andino.
Si va formando un quadro che vede il trattore-Venezuela trainare alcuni paesi del cono sud verso un braccio di ferro con multinazionali e Stati Uniti, ma anche con le altre due “potenze” continentali, Brasile e Argentina, per definire la leadership del subcontinente e il controllo delle risorse ambientali, sempre più strategiche per gli equilibri planetari.
In attesa del risultato del ballottaggio elettorale in Perù, il 28 maggio, che potrà segnare ulteriori cambiamenti nella politica continentale, si registra un nuovo passo dell’America Latina verso un’autonomia non solo culturale ma anche e soprattutto economica, che darà una forma nuova al continente di Bolivar.

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