Gli ultimi video di Jacopo Ortis

Notizia Ansa del 20 luglio: “Ostia: diciottenne si uccide e prima gira video per spiegare i motivi”. Il video, girato da F.L. con la sua telecamera digitale, è una sorta di testamento. Il giovane racconta al suo migliore amico che il “primo motivo che lo ha spinto al suicidio rimarrà un segreto tutto personale e che nessuno lo saprà mai”. Il compito affidato a chi ha ricevuto la videocassetta era quello di fare alcune copie del messaggio e di distribuirlo a tutti i
loroamici, a ciascuno dei quali ha lasciato un oggetto in suo ricordo (Ansa).

“Ma addio. Queste carte le darai tutte al suo padre. Raduna i miei libri e serbali a memoria del tuo Jacopo. Raccogli Michele a cui lascio il mio oriuolo, questi miei pochi arredi e i danari che tu troverai nel cassettino del mio scrittojo. Vieni ad aprirlo tu solo: c’è una lettera per Teresa; e ti prego di riporla fra le sue mani tu stesso. Addio, addio”.
Sono le ultime parole che Foscolo fa indirizzare da Jacopo all’amico Lorenzo nelle “Ultime lettere”. La passione politica [l’amor patrio disilluso da Napoleone e dal trattato di Campoformio] e la passione amorosa per Teresa [andata sposa a un altro] si sono ormai consumate tutte. Le illusioni “–Illusioni! grida il filosofo–Or non è tutto illusione?”, che poi sono le idee e gli ideali, si sono sgretolate. Rimane un’ansia di libertà, la possibilità di piantarsi un coltello nel petto, una fede e un urlo di incitamento. Che noi leggeremo. E sapremo. Per sempre. “Fra poco. Tutto è apparecchiato: la notte è già troppo avanzata. Addio..”.
Tutto è apparecchiato. La fredda determinazione con cui il ragazzo di Ostia si è ucciso [incastrando una pistola in un’anta dell’armadio della propria camera, ché non potesse tremare la mano all’ultimo istante, tirando una cordicella legata al grilletto, la canna poggiata all’altezza della nuca–sembra il De Niro di “Taxi Driver” che allo specchio prova e riprova il suo domestico marchingegno per tirare fuori la pistola da una manica] impressiona tanto quanto sgomenta il gesto che stronca una vita così giovane, così ancora possibile.
Tutto è apparecchiato. In venti minuti di video–chi scrive più lettere?–si lascia un testamento con i compiti da svolgere. Ma noi non sapremo perché. Mai. Il “primo motivo” rimarrà un segreto. Per sempre.

Suzy Gonzales, 19 anni, era una brillante studentessa del Red Bluff, college di Tallahassee, il cui futuro sembrava tracciato in un prossimo corso alla Florida state University, e che descriveva se stessa come né orribile né sovrappeso, pur non essendo una top-model. Al mattino del 23 marzo dello scorso anno, dopo aver pulito l’appartamento e dato da mangiare ai gatti, Suzy si chiude nella stanza di un motel di Tallahassee, versa un veleno fatto in casa in un bicchiere,
controlla il tasso di acidità del pH, e lo beve. Nel suo diario, alla data del 21 marzo, aveva scritto: “Oggi sto bene. Il sole splende, l’aria è calda. Sembrerebbe uno di quei giorni in cui ci si può stendere al sole. Domani mi ucciderò”. Pochi minuti dopo la mezzanotte del 22 marzo, Suzy aveva mandato la sua ultima e-mail alla mailing list dell’associazione di cui faceva parte.
Nel subject aveva scritto “Buonanotte” e poi “Arrivederci a tutti, ci vediamo all’altra parte”. “Buona navigata”, qualcuno aveva risposto. “Ti seguirò presto”, un altro aveva aggiunto. Il suicidio di Suzy Gonzales è il quattordicesimo confermato da una associazione che ha il suo gruppo di discussione on line–chi scrive più lettere?

Si moltiplicano i video degli “shahid” palestinesi, giovani donne e giovani uomini che davanti una piccola telecamera spiegano i motivi del loro gesto.
Non parlano a noi, non spiegano a noi. Noi comunque non capiremmo il perché.
Mai. Spiegano ai loro amici, ai loro giovani amici, molti dei quali presto li seguiranno. “Ci rivedremo dall’altra parte”.

Al Khatib Muhannad Shafiq Ahma, invece, non ha lasciato lettere né video. Ma la notte aveva parlato a lungo con un amico che aveva raccolto il suo sfogo nella sua stanza in via Emilia Est, alla periferia di Modena, sdraiato sul letto completamento vestito. Poi, all’alba di un giorno di dicembre dello scorso anno, ha preso la sua Peugeot 205 bianca, si è diretto verso il centro della
città, ha riempito la sua macchina di gas e con un accendino da cucina si è fatto esplodere.

Si pensava: il corpo vuole vivere, il suicidio non è un atto del corpo contro se stesso, è un atto della volontà contro il corpo. Sta tutta qui la radice del romanticismo [ancora Foscolo: “la rigida e dolorosa indolenza che mi spaventa ancor più”. Ora invece è il corpo che è disposto a morire piuttosto che cambiare la propria natura.

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