Buenos Aires, Aprile-Maggio 2006
La vicenda della Cooperativa grafica Parque Patricios ex Talleres Gráficos Conforti, che oggi ritrova nuova vita grazie a un’esperienza di autogestione da parte degli operai, è paradigmatica delle possibilità insite anche nelle situazioni di crisi, del fatto che le scelte di coloro che sono chiamati a prenderle non sono più necessarie e imprescindibili di come le presentano, anzi. Questa è anche una storia di lotta, una delle tante, una storia con un finale ancora incerto ma che va a testimoniare della possibilità di credere e creare in e a qualche cosa di diverso che non siano le cosidette “regole del mercato”.
Lo storico quartiere di Barracas è al giorno d’oggi l’ombra di quel che fu alla metà del secolo scorso e sino agli anni sessanta. Situato lungo il Riachuelo, confinante con la Boca e in posizione nevralgica tra il porto e il puente Pueyrredón, snodo automobilistico strategico per il sud della Grande Buenos Aires, il quartiere ha ricoperto infatti un ruolo economicamente rilevante fino agli anni dell’ultima e sanguinosa dittatura (1976-1983). La crisi dell’industria nazionale argentina, che si manifesta in tutta la sua intensità alla fine degli anni novanta, colpisce duramente il quartiere, privandolo dell’animosità sociale, politica e culturale che lo aveva contraddistinto e che ne aveva fatto uno dei luoghi di culto della città lungo i primi tre quarti del secolo XX, sino ad immortalarlo nelle opere di scrittori del calibro di Leopoldo Marechal, in “Adán Buenosaires”, e di Ernesto Sábato, in “Sobre héroes y tumbas”.
Alla fine degli anni novanta l’impresa Conforti, un’azienda storica del quartiere di Barracas, vanta ancora contratti con importanti clienti quali le riviste di Cablevisión e Telecentro, Segundamano e Vía Aérea, e la pubblicazione de El Cronista Comercial, ed è una delle poche imprese che sembra risentire meno della crisi economica degli anni del tramonoto menemista. La sede della Conforti è composta da due corpi architettonici, uno piu’ antico, stile fabbrica inglese inizio secolo costruito con dei bei mattoni rossi e l’altro, piu’ recente, successivamente costruito per accogliere dei macchinari più moderni. L’attività produttiva copre tutte le fasi della lavorazione grafica, dalla progettazione e dal foglio bianco sino alla distribuzione del prodotto finito. I macchinari vengono considerati, se non all’avanguardia, almeno di buon livello, concorrenziali.
Il personale ha buone competenze tecniche e l’impresa conta, tra operai e impiegati, la rispettabile cifra di 300 dipendenti che ne fa, nel contesto urbano nel quale è inserita, un’impresa di medio-grandi dimensioni.. L’attività sindacale è presente ma non ha mai raggiunto livelli di alta partecipazione e quindi il conflitto è sempre stato di bassa intensità. Alla guida della Conforti c’è Raúl Gonzalo, uomo conosciuto per la sua parlantina e per la capacità persuasiva. Il direttore generale ha avuto spesso buon gioco a far passare le proprie direttive potendo contare, tra l’altro, su un certo carisma personale,“è una di quelle persone che riescono a farti credere che quello che tu hai, o peggio, che tu sei, è suo o lo devi a lui, e poi finisci pure per credergli” è uno dei commenti piu’ riccorenti raccolti tra coloro che l’hanno conosciuto. Si tratta di un impreditore come molti altri, scaltro, rapido nelle decisioni, attento alla propria immagine, “la 4×4 e la barba sfatta, “el gordo” sapeva quel che voleva” un altro operaio riassume così il misto di successo sociale e di superiorità alle regole presenti nei simboli del potere manifestati dal dirigente.
Questo clima di bonario paternalismo e di rassegnata accettazione delle proprie condizioni lavorative, frutto anche della consapevolezza della situazione generale del paese, cambia a partire dai primi mesi del 1998 quando l’Argentina nel suo complesso entra in una fase di grave recessione che non sembra però intaccare in maniera significativa i guadagni della Conforti, che continua a funzionare a buon regime. Ciononostante, la direzione aziendale comincia ad attuare politiche di licenziamenti, prima mirati e poi di massa. Alle prime resistenze individuali e ai primi rifiuti sindacali l’azienda risponde con una nuova strategia. Dapprima propone e poi impone il “Retiro voluntario”, il ritiro volontario, una sorta di cessazione volontaria del rapporto lavorativo, che non è quindi considerato licenziamento.
All’operaio viene proposta, in cambio della fine del rapporto lavorativo, una cifra tra i 30000 e i 40000 pesos (all’epoca convertibili “ufficialmente” in altrettanti dollari USA, niente male se non fosse che di fatto l’equiparazione era semplicemente nominale e non reale, come negli anni successivi avrebbero preso atto anche le classi medie prese nelle ristrettezze del corralito, il sistema escogitato per rendere impossibile il ritiro dei risparmi dalle banche). Il clima aziendale si inasprisce. Dagli uffici dirigenziali situati in posizione dominante ed elevata rispetto al piano lavorativo, in perfetto stile fordiano inizio secolo, si controllano gli operai. La paura di entrare nelle liste dei “ritiri volontari” cresce. La copertura giuridica a questo nuovo “clima” aziendale è data dal progressivo smantellamento delle coperture sindacali nazionali dovute all’erosione dello stato sociale, ormai giunto alla fase finale (siamo negli ultimi anni della seconda presidenza Menem). Vengono disattesi addirittura alcuni accordi presi direttamente con il Ministero del Lavoro, essendo che non vengono rispettati, per esempio, i tempi di apertura di crediti finanziari per impedire nuovi e sempre più massici licenziamenti, nonostante l’omologazionde dell’accordo.
Di fatto, potere centrale e impresa privata spingono verso una nuova regolamentazione dei rapporti lavorativi che sia senza mediazione statale e metta direttamente l’azienda in condizione di “contrattare” con i propri salariati in una condizione, va da sè, di considerevole vantaggio. In caso di “acuerdo mutuo”, accordo mutuo, tra impresa e dipendenti, questo nuovo accordo sarà la base dei successivi comportamenti aziendali, mettendo i precedenti accordi per settore sindacale, e addirittura talune leggi del lavoro, nel cestino. Non sono rari gli “accordi” aziendali di questo tipo nell’Argentina di quegli anni. Andando a sostituire la precedente legiferazione sul diritto del lavoro, vengono quindi poste le basi, nel clima ideologico neoliberale imperante, per “privatizzare” i licenziamenti, svincolandoli da regole e normative nazionali o per settore produttivo, sotto la copertura di quella che solo qualche anno dopo anche in Europa s’imparerà a conoscere con la rassicurante definizione di “razionalizzazione”.
I comportamenti della dirigenza della Conforti divengono sempre più aggressivi e vanno dall’abbassamento dei salari, che da circa 1000 pesos mensili, passano a essere frazionati in 150 pesos settimanali, poi in 100 e infine in 50 pesos settimanali, sino a forme umilianti di controllo del lavoro e di pagamento dei salari medesimi: spesso, per ricevere il pagamento, come denunciano alcuni dei salariati protagonisti, l’attesa era di 5-6 ore dopo aver lavorato per un intero turno, aspettando all’aperto, sotto il sole o la pioggia.
Tra il 1998 e l’inizio del 2002 degli oltre 300 salariati di Conforti ne rimangono solamente un’ottantina. Pochi tra coloro che hanno usufruito del “Retiro voluntario” potranno migliorare la loro condizione, avendo perso potere d’acquisto dovuto alla svalutazione del peso argentino nei confronti del dollaro. Gabriel, uno dei più fortunati comunque, oggi montatore grafico reincorporato nella cooperativa, ricorda di come nel 2001 accetta i suoi 30000 pesos convinto di non avere altra opportunità, di come diventa taxista e di come segue le vicende successive dei suoi compagni rimasti “a lottare” con il cuore in gola, sopravvivendo e girovagando con il suo taxi, sempre ai limiti della soglia di povertà. Altri invece, meno fortunati e cauti di lui, perdono tutto, lavoro, soldi e pure compagni di lavoro.
A partire dal 2000-2001 i contratti di lavoro con i clienti non vengono rinnovati, e così i “fatti della realtà” sembrano dare un appoggio alla dirigenza aziendale della Conforti che spinge per i licenziamenti. Ma un controllo accurato successivo mostra che la Conforguías S.A, un’altra impresa legata alla famiglia Conforti e allo stesso Gonzalo che ne è il presidente, ottiene, guarda caso, gli stessi contratti che prima erano appannaggio della Gráfica Conforti e che non le vengono misteriosamente rinnovati. All’impresa resta perciò un solo cliente, il giornale spagnolo El Pais nella sua edizione rioplatense.
Non vengono più pagati, oltre ai salari, scesi a cifre irrisorie, i contributi sociali. Comincia in questo modo a farsi breccia tra gli operai la consapevolezza che la direzione non intende rispettare le promesse di rilancio aziendale fatte in ripetute occasioni per tutto il 2001 e per buona parte del 2002 e che i licenziamenti mirano alla chiusura dell’impresa e al suo svuotamento. È in questo clima, surriscaldato, che in una bella notte di fine estate del marzo 2003, il 10, verso le 22,15 l’assemblea degli operai decide per alzata di mano la “Retención de tarea”, una sorta di astensione dal lavoro “lavorativa” (lavorare per assicurare il rispetto dei contratti anche se non si viene pagati), con permanenza nella fabbrica per garantire che i macchinari non vengano portati via dalle loro sedi. Secondo l’allora delegato sindacale e anima degli operai Gustavo Ojeda, oggi presidente della cooperativa, la mossa vincente è optare per una posizione di quel tipo.
Non avendo parlato di “toma”, di occupazione, ma di semplice cessazione dell’attività con permanenza negli edifici aziendali si tagliano molte delle opportunità di sfratto ed espulsione da parte della proprietà, oltre a creare una certa dose di simpatia pure nelle classi borghesi decadute e duramente toccate dalla gravissima crisi economica. La proprietà cerca in ben tre occasioni con ingiunzioni di espellere gli “occupanti”, ma di fatto è impossibile farlo, dal momento che i salariati senza salario semplicemente occupano il loro posto di lavoro durante le ore di lavoro che spettano loro almeno teoricamente (ed essendoci i turni, naturalmente sempre c’è presenza operaia nello stabilimento). Questa sorta di tira e molla tra la proprietà e gli operai dura tra colpi bassi e situazioni di alta conflittualità, come quando vengono processati 14 lavoratori per occupazione di proprietà privata, poi assolti con formula piena. Oggi Ojeda ricorda anche che in quei mesi della risoluzione dell’assemblea ha perso in circostanze poco chiare una delle sue figlie, il 26 giugno 2003.
L’incidente che, a suo dire, provoca la morte per trauma cerebrale di sua figlia Jessica, avviene quando due uomini inseguono la ragazzina, probabilmente per spaventarla, nel barrio Florencio Varela, dove Ojeda vive tutt’oggi con il resto della famiglia. Al fuggire, Jessica attraversa la strada e cade battendo pesantemente il capo. Giunta a casa, comincia ad avere dolori di testa e vomito e muore il 28 in seguito al trauma occasionato dalla caduta. Ojeda ammette, tra i denti e con gli occhi lucidi, di non poter affermare con certezza se esista un vincolo tra le minacce che regolarmente riceveva e quella morte, ma che in cuor suo pensa non sia stata casuale, seppur non volontariamente premeditata.
Dopo la tragica scomparsa della figlia, Gustavo Ojeda, uomo di bassa staura, dalle grandi braccia e dallo sguardo duro e luciferino, consapevole del proprio ruolo, benché sottolinei continuamente l’orizzontalità dell’esperienza socio-economica di cui è a capo, si butta ancor di più nella risoluzione del conflitto, ormai disposto al tutto per tutto, come alcuni dei suoi compagni si sono premurati di raccontarmi durante la visita al laboratorio grafico. Con l’aiuto economico e logistico, oltre che legale, della Federación Gráfica Bonaerense (il sindacato dei grafici), ottiene d’inserire l’impresa nei parametri della “Ley de expropriación del movimiento nacional de fabricas recuperadas por los trabajadores en la ciudad autonoma de Buenos Aires” promulgata alla fine del 2004. Si tratta di una legge caldeggiata da alcuni settori del peronismo “di sinistra” e da partiti della sinistra e mira al recupero delle installazioni e dei macchinari nel quadro della devoluzione alle cooperative del patrimonio immobiliare e delle installazioni presenti al loro interno (nel caso specifico la Cooperativa de Trabajo Gráfica Patricios posizionata in Avenida Regimento de los Patricios 1941-1945, che procede dalla Grafica Conforti). I fini perseguiti debbono essere quelli della solidarietà, autogestione e della cooperazione, quindi criteri non ortodossamente economici, anche se naturalmente le cooperative s’impegnano a continuare l’attività economica realizzabile con i macchinari “espropriati”.
Oggi Ojeda rivendica, da ex-delegato sindacale e da Presidente della cooperativa, i risultati della lotta. Solo 28 dei vecchi salariati sono rimasti a garantire la continuità tra quello che fu e quello che è. Oggi però più del doppio dei posti di lavoro è assicurato, sono infatti una sessantina coloro che partecipano e sono pagati dalla cooperativa. Il salario è piu’ del doppio del salario minimo nazionale, 840 pesos (tra l’altro ben al di sopra del salario reale spesso percepito) e si aggira intorno ai 1600 pesos (equivalenti a circa 500 dollari, mentre un maestro con tre o quattro anni di anzianità non guadagna piu’ di 1000 pesos).
La Cooperativa garantisce tutti i processi grafici, sia per la presenza dei macchinari sia per le competenze tecniche dei lavoratori (che spesso, anche se non per tutte le mansioni, si scambiano di attività). Tutti gli iscritti alla cooperativa guadagnano la stessa cifra benché le loro funzioni non siano le stesse. La cooperativa mantiene buoni rapporti con il governo di N. Kirchner da cui riceve sovvenzionamenti (che in off vengono quantificati in una cifra che varia tra gli 80000 e i 90000 pesos una tantum) e anche saltuari lavori per il Governo della Nazione e per la Ciudad Autonoma de Buenos Aires.
Sembrerebbero risultati eclatanti eppure Ojeda sottolinea come a suo modo di vedere l’aspetto centrale dell’esperienza non sia quello cooperativo, “per me –dice- non è una cooperativa. E’ un’Impresa recuperata e gestita dai lavoratori. È nata da una lotta operaia. È nata da un conflitto!”. In effetti, per la costituzione e il consolidamento della cooperativa molti sono stati i passaggi e i patteggiamenti. Probabilmente la Cooperativa è ancora piuttosto fragile e riesce a mantenere più che dignitosi standard di produttività grazie alla ramificazione delle attività che le permettono di porre radici nel quartiere e di svilupparsi come una “impresa” di diversa natura rispetto a uno schema principalmente economico. Questa è la sua forza, soprattutto nel dialogo con le istituzioni e con la società, ma anche la sua debolezza dal punto di vista economico (per lo meno attualmente).
All’interno del grande stabilimento, infatti, si possono trovare oggi i locali adibiti all’attività grafica ma anche una Scuola secondaria sperimentale e, in via di rifinitura, un centro odontoiatrico in collaborazione con la Fundación Argerich; sono inoltre presenti un’installazione Radio, un liutaio con il suo atelier e uno spazio adibito ad attività culturali (teatrali in particolare).
Tipico di molte altre fabbriche “recuperate”(come nel caso dell’IMPA, una delle prime imprese recuperate e autogestite dagli operai), lo spazio aziendale concesso alle attività culturali, teatro e musica in particolare, è ormai un classico, oltre che una forma per far conoscere all’esterno la situazione dell’azienda. I lavoratori della grafica hanno però voluto che le attività legate alla cultura non fossero, come nella maggior parte degli altri casi, appaltate ad esterni senza che vi fosse una qualche partecipazione da parte dei lavoratori. Per questa ragione i “laboratori” teatrali o di giornalismo sono spesso seguiti anche da uno o più lavoratori, così come quello di liuteria.
La “Escuela de reinserción” è il fiore all’occhiello delle attività non specificatamente economiche nè ludiche della Cooperativa Patricios ed è stata esplicitamente voluta dall’assamblea dei lavoratori. Dove prima trovavano posto gli uffici dei quadri dirigenti dell’impresa, oggi si trovano i banchi di una scuola, una scuola “sperimentale” che ospita 240 allievi divisi in due turni, uno mattutino e uno pomeridiano. Si tratta infatti, ci spiega il direttore didattico, Nestor Rebecchi, seduto in quel che fu l’ufficio principale di R. Gonzalo che ora fa le veci di aula dei professori, di una scuola che riceve i ragazzi in età scolare avanzata (tra i 16 e i 20 anni) ma che o non sono mai stati a scuola oppure sono stati espulsi, per qualsiasi ragione, dal sistema educativo. Nel 2003, e solo per quanto riguarda la città di Buenos Aires, si calcolava che almeno 16000 ragazzi si trovassero in questa fascia a rischio scolarizzazione.
Non si tratta dell’unica scuola di questo tipo, ce ne sono altre sei nel territorio della città autonoma di Buenos Aires, ma è l’unica posizionata in un contesto così particolare. La scuola ha cominciato a funzionare nel maggio 2004, ha una durata di quattro anni invece dei cinque previsti nella scuola secondaria tradizionale (ma qui, affinché non vi siano approfitattori, ci si può iscrivere a partire dai 16 anni e non dai 13 come è previsto nell’ordinamento scolastico tradizionale). La scuola ha una struttura di tipo universitario, nel senso che vengono accettate le iscrizioni all’anno successivo anche nel caso in cui non tutte le materie siano risultate sufficienti. Questo permette sia l’iscrizione a un nuovo anno di corso di coloro che sono stati bocciati in altre scuole, e che quindi hanno rinunciato a proseguire gli studi, sia a coloro che già all’interno del sistema sperimentale hanno problemi con qualche materia ma superano la sufficienza in metà delle materie previste.
Un sistema detto a “espejo”, a specchio, garantisce che gli orari delle materie da seguire siano compatibili con il fatto di essere iscritti al secondo anno di corso (il terzo comincia quest’anno e il quarto l’anno prossimo, ma verrà garantita la stessa struttura) e poter seguire contemporaneamente anche le materie del primo anno. Lo scopo è quello di garantire che coloro i quali sono iscritti al secondo anno ma non hanno superato gli esami in qualche materia, seguano la materia nel corso dell’anno precedente e possano contemporaneamente seguire il corso nell’anno di loro competenza.
Dal punto di vista didattico, Rebecchi, già docente in alcune “villas miserias” e anche autore di diversi documentari con i suoi alunni, propone la coppia insegnare/contenere. Ribadisce che non serve a nulla una scuola che sia un semplice parcheggio per studenti e che l’insegnamento non è un mero controllare ma dare contenuti. In questo compito è oggi agevolato dalle condizioni favorevoli nelle quali lavora. Se si tralascia, la scoperta avviene durante l’intervista, il furto dei computer (e non è il primo), con la sua reazione quasi composta, “ma adesso bisognerà convincere il comune a fornircene altri”, se non si dipinge la realtà più rosea di quel che è “la droga è un problema serio dentro e fuori la scuola, i ragazzi spesso girano armati, le dispute possono essere estremamente violente” c’è da dire che la scuola offre delle opportunità ai suoi allievi, opportunità che vanno al di là del già importante contributo scolastico tradizionale e del pure importante togliere gli alunni dalla strada.
Ci sono laboratori teatrali, di serigrafia, di musica e fabbricazione di strumenti, di sport e per ultimo di giornalismo e di giornalismo radiofonico, oltre ai corsi normalmente previsti dal programma scolastico in tutto uguali a quelli delle altre scuole (solo più concentrati, da 5 a 4 anni). Secondo Rebecchi questi “laboratori” di perfezionamento sono seguiti in media da almeno una decina di studenti e in ogni caso generano atteggiamenti estremamente positivi da parte sia degli alunni che dei professori.
Il Laboratorio di giornalismo radiofonico deve la sua fortuna alla presenza di un’antenna radio e alla decisione presa dall’assemblea dei lavoratori di utilizzare le strutture esistenti per trasmettere programmi in proprio. Un rappresentante del Colectivo Radio, Ariel Weinman, ne parla come di una creatura ancora giovane ma in via di rapido sviluppo. La prima trasmissione in proprio risale al 20 dicembre 2005 con la trasmissione “Abramos la Boca” (gioco di parole tra la bocca come organo della parola e la Boca come quartiere di riferimento), due ore di trasmissione autogestita. In origine l’idea base, ancora oggi in via di realizzazione, era quella di creare una Radio Comunitaria, che non fosse solo e semplicemente una Radio militante.
Il ragionamento dell’assemblea dei lavoratori si chiarifica nelle parole di un militante politico molto vicino a Ojeda, Eduardo Montes: “no queremos hacer una radio militante, porque a la hora de escucharla te aburre”, per tradurlo liberamente, la radio politicamente impegnata va bene ma non oltre una certa misura, altrimenti poi la gente non ci ascolta più, si annoia. Però non è facile fare in modo che los vecinos, i vicini del quartiere, vengano e parlino dei propri problemi. Per ora le trasmissioni quotidiane sono garantite per due ore, dalle sedici alle diciotto, in FM 89,1, che in un raggio di soli 3 Km vanta un’utenza di 140000 persone.
La radio è una grande potenzialità per la cooperativa nel suo complesso, ma soffre della scarsezza dei mezzi e dell’impossibilità di avere alle sue dipendenze persone a tempo pieno. Di fatto tutti i componenti del laboratorio e del collettivo radio o sono studenti oppure devono dividersi tra questa e l’attività lavorativa necessaria per il proprio sostentamento.
L’altro settore eterodosso della cooperativa sarà inaugurato tra qualche mese. Grazie all’accordo tra la Fundación Argerich e la Coop Gráfica Patricios, sottoscritto il 14 luglio 2005, al piano terra dell’impresa, con ingresso autonomo e ambienti ristrutturati, comincerà a funzionare un centro odontoiatrico a beneficio dei cooperativisti e della comunità del quartiere. Inoltre verrano garantiti anche corsi di “sicurezza industriale dal punto di vista medico-legale”. Il tutto a stretto contatto e in collaborazione con la cooperativa.
La Cooperativa Gráfica Patricios è dunque uno spazio di frontiera anche nell’ambito delle variegate esperienze dell’Argentina contemporanea. Nata da una lotta operaia per la salvaguardia del proprio posto di lavoro, si è dapprima trasformata in cooperativa e poi ha diversificato le sue attività fuoriuscendo dall’ambito propriamente economico. Ha diluito così la propria vocazione di partenza ma si è pure aperta alla società. Dal punto di vista politico il suo futuro resta incerto, poiché molto dipende dall’atteggiamento governativo (che al momento è favorevole). Certamente la presenza di attività socialmente rilevanti come la scuola e l’ambulatorio dentistico solidificano la relazione tra questa esperienza d’avanguardia e il territorio nel quale è inserita.
E anche se economicamente mostra ancora non poche debolezze e molti limiti, senza dubbio rappresenta ancora oggi un’opportunità per i suoi membri e per la comunità nella quale è inserita, oltre che un esempio per altre realtà in cerca di identità. Quello che è in gioco non è dunque la pura e semplice sopravvivenza economica di un’impresa ma piuttosto lo sviluppo di una forma di collaborazione socio-economica che possa garantire il lavoro ma anche promuovere la crescita sociale di realtà e uomini che in un tipo di sistema privato di regole e di solidarietà, alla prova dei fatti, ne sarebbero irrimediabilmente privati.






