Quo vadis America?

Quo vadis, America? Tutti vogliono saperlo, compresi gli americani. Una volta, non tanto tempo fa, il mondo era diviso tra quelli che vedevano gli Stati uniti come leader delle forze che nel mondo difendevano la libertà degli esseri umani, e quelli che li vedevano come una potenza imperialista, opposta a tutto quello che invece diceva di difendere. Quasi tutti i cittadini americani erano nel primo campo, come anche una larga parte degli euroopei, e significative percentuali di cittadini del resto del mondo. Di converso, quelli che avevano sentimenti negativi verso gli Stati uniti erano, in modo sproporzionato, di paesi non occidentali per quanto anche con una percentuale in Europa. Non ci sono statistiche, ma un assunto ragionevole potrebbe essere una divisione 50 a 50.
Durante l’era di George Bush, questo allineamento è radicalmente cambiato. Una schiacciante maggioranza della popolazione mondiale guarda agli Stati uniti come a un pericoloso gigante. Alcuni li accusano di malevolenza, altri di incoscienza, alimentata da ignoranza e hubris, ma tutti sono preoccupati e cauti. E per la prima volta nella mia vita, un numero significativo di americani è preoccupato e cauto rispetto a quello che il proprio paese potrebbe fare, potrebbe stare facendo. E quello che nessuno sembra sapere è, quo vadis America?

È probabilmente la domanda più importante della politica mondiale, almeno per il prossimo decennio. Dopo di allora potrebbe diventare irrilevante, o almeno d’importanza secondaria. Perché gli Stati uniti sono adesso al bivio della decisione e non sono ancora pienamente consapevoli delle dimensioni di questa decisione. Ci sono, ovviamente, le elezioni di novembre, che i media hanno definito come le più importanti da sempre. È un po’ un’esagerazione. Ma è chiaro che l’elettorato è sia estremamente polarizzato che equamente diviso. Il partito repubblicano probabilmente non era mai stato così a destra dal 1936 (e furono bastonati alle elezioni). E il partito democratico non è stato mai tanto appassionato nell’opporsi a un presidente uscente. Lo slogan “chiunque tranne Bush” si sente dappertutto.

Il sostengo interno per Bush e per le sue politiche è scivolato via rapidamente nell’ultimo anno, soprattutto a causa degli eventi in Iraq – non aver trovato le tanto vantate armi di distruzione di massa, la continua guerriglia contro l’occupazione e l’ignominia del trattamento subito dai prigionieri iracheni ad Abu Ghraib e altrove. Eppure, come qualsiasi sondaggista sottolinea, il declino del sostegno a Bush non è stato ancora accompagnato da una crescita del sostegno per lo sfidante democratico, il senatore John Kerry. Ci potrebbero essere molte spiegazioni per questo paradosso – la principale potrebbe essere la personalità di Kerry. Credo che la spiegazione sia più semplice. A un livello istintivo, molti di quelli che sono insoddisfatti delle politiche di Bush, si chiedono se Kerry agirebbe diversamente.
Perciò, la domanda numero uno è: se le politiche di Bush fossero abbandonate, sia per ragioni morali che politiche, quale politica alternativa potrebbero usare gli Stati uniti per ristabilire la propria autorità morale tra l’opinion pubblica mondiale? Per rispondere, dobbiamo guardare agli svilupp interni degli Stati uniti.

Dalla fine della Guerra di secesseione (1865) fino all’elezione di Frankilin Delano Roosvelt (1933) il governo degli Stati uniti – la presidenza, il Congresso e la Corte suprema – sono stati sostanzialmente controllati dai repubblicani. Poi, con l’inizio della Grande depressione,i democratici del New Deal hanno compiuto l’ascesa e hanno portato due cambiamenti fondamentali: hanno legittimato lo stato sociale e hanno portato il paese, da un dominante isolazionismo, a un’attiva politica interventista negli affari mondiali. Poi, nel periodo post 1945, gli Stati uniti sono diventati “multiculturali”. Cattolici ed ebrei sono saliti lungo la scala politica. E dietro di loro sono arrivate le richieste degli afroamericani, dei latinos e di altri gruppi emarginati (compresi quelli emarginati per ragioni di orientamento sessuale) per avere un trattamento simile. Questo secondo gruppo non ha mai raggiunto il livello di accettazione sociale di cui godono cattolici (bianchi) ed ebrei, ma le discriminazioni più evidenti sono cessate, specialmente nelle forze armate.
Davanti a un paese dominato dal partito democratico, c’è stata una reazione “conservatrice” – allo stato sociale, al multiculturalismo e all’”internazionalismo”. Quelli che hanno guidato questo movimento hanno visto la salvazze nella trasformazione del partito repubblicano in un partito non-centrista, ma pienamente di destra. Quello di cui questi conservatori avevano bisogno più di ogni altra cosa, era una base di massa. E l’hanno trovata in quei gruppi conosciuti come “destra cristiana”, un gruppo sociale particolarmente arrabbiato per la liberalizzazione delle abitudini sessuali e per la fine della dominio sociale garantito ai protestanti bianchi.
La destra cristiana è interessata soprattutto ai cosiddetti temi sociali: aborto e omosessualità. Sono riusciti a drenare elettori dal partito democratico (i democratici reganiani) e a mobilitare cittadini che prima non votavano. Da Nixon a Reagan a George W. Bush, il partito repubblicano si è spostato costantemente a destra su questi temi sociali. Ma si è anche mosso per ridurre lo stato sociale, e per sostituire l’”internazionalismo” con quello che si è incrostato con George W. Bush – l’unilateralismo, basato sul diritto degli Stati uniti di impegnarsi in guerre preventive. Con il fiasco in Iraq, le fino ad allora forze di centro hanno detto “stop”, e vogliono “chiunque ma non Bush”.
La domanda principale di fronte agli Stati uniti e al mondo è: che succede se Kerry vince? Kerry e quelli attorno a lui sembrano invocare il ritorno dei bei tempi di Clinton. Vogliono ritornare al punto in cui i democratici di centro hanno iniziato a spostarsi a destra. È possibile farlo? Sarebbe accettato dall’elettore americano? Piacerà agli alleati degli Stati uniti che si sono allontanati?

Quale che sia il risultato delle elezioini statunitensi, non si calmeranno certo le passioni sulle grandi divisioni sociali a proposito di aborto e omosessualità. E il tentativo di salvare lo standard di vita americano cercando di affrontare l’incredibile deficit degli Usa, renderà chiaro che non si può avere una continua riduzione delle tasse e una continua crescita delle spese per la sanità, l’istruzione e le garanzie per gli anziani. Il militarismo machista sarà altrettanto insostenibile, a meno che i cittadini americani non si impegnino in un serio servizio militare, un’idea estremamente impopolare.
Le pressioni sugli Stati uniti da parte del resto del mondo probabilmente cresceranno radicalmente dopo le elezioni. Il quasi inevitabile ritiro statunitense dall’Iraq (probabilmente più veloce con Bush che con Kerry) sarà visto, all’interno e all’esterno, come una sconfitta, e questo porterà a incredibili accuse negli stessi Stati uniti. L’Europa e l’Asia orientale, probabilmente, presteranno meno attenzione alla diplomazia americana. Il dollaro diverrà più debole. E la proliferazione nucleare diverrà probabilmente una cosa comune.

Nel mezzo di un tale scenario, gli Stati uniti saranno capaci di rimbalzare? Certo. Ma dipende, tuttavia, dalla definizione di rimbalzo. Con le forze armate tirate al massimo e che soffrono continue perdite, con il debito nazionale al suo record, non sono finiti solo i giorni dell’egemonia, ma anche quelli del “dominio” e forse perfino quelli della “leadership”. Un rimbalzo richiede una rivalutazione interna agli Stati uniti circa i propri valori, la propria struttura sociale e il patto sociale che li tiene assieme. Richiederebbe anche il superamento dell’accresciuta polarizzazione politica, sociale ed economica degli ultimi trent’anni. E tutto questo sarebbe strettamente connesso al come gli Stati uniti si rapportano con il resto del mondo.
Quo vadis America? È il dilemma tra ricostruirsi come un paese che conta (ai propri occhi e a quelli del resto del mondo), e uno internamente diviso e irrilevante all’esterno.

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