Perché Chávez ha vinto?

L’affluenza alle urne in Venezuela è stata enorme. La nuova Costituzione del paese concede ai cittadini il diritto di revocare il mandato del presidente prima del termine del suo mandato. Nessun’altra democrazia occidentale concede questo diritto, scritto o non scritto.
Gli oligarchi venezuelani e i loro partiti, che si erano opposti a questa Costituzione in un referendum (dopo aver fallito nel tentativo di deporre il presidente Hugo Chávez per mezzo di un colpo di stato che ha contato sull’appoggio di Washington, e con una serrata petrolifera capeggiata da una corrotta burocrazia sindacale), l’hanno poi utilizzata per cercare di disfarsi dell’uomo che ha realizzato la democrazia nerl loro paese. Hanno fallito. Per quanto stentorei fossero i loro gridi di angoscia (e quelli dei media che li appoggiano dentro e fuori il paese), in realtà la nazione intera sapeva quel che accadeva: Chávez ha sconfitto i suoi oppositori in modo democratico per la quarta volta di seguito. La democrazia in Venezuela, sotto la bandiera dei rivoluzionari bolivariani, si è aperta il passo nel corrotto sistema bipartitico favorito dall’oligarchia e dai suoi amici in Occidente. E questorisultato lo ha ottenuto nonostante la totale ostilità dei media privati: i due quotidiani, così come i canali televisivi di Gustavo Cisneros e la Cnn, non hanno fatto alcuno sforzo per nascondere il loro duro appoggio all’opposizione. Alcuni corrispondenti stranieri a Caracas si sono convinti che Chávez è un “caudillo” oppressore e tentano disperatamente di tradurre le loro fantasie in realtà. Non hanno addotto alcuna prova su prigionieri politici, non diciamo di detenzioni in stile Guantanmòo o del licenziamento di direttori di televisioni o di giornali (come è accaduto senza troppo scandalo nella Gran Bretagna di Tony Blair).
Qualche settimana fa ho avuto una lunga conversazione con Chávez a Caracas. Ne ho chiaramente ricavato che quel che il presidente cerca è niente meno che la creazione di una democrazia sociale radicale, che cerca di dare potere agli strati più bassi della società. In questi tempi di deregulation, privatizzazioini e del modello eanglosassone in cui è l’economia a comandare sulla politica, gli obiettivi di Chávez vengono giudicati rivoluzionari, benché le sue proposte non siano diverse da quelle del governo di Attlee nella Gran Bretagna del dopoguerra. Parte della ricchezza petrolifera viene adoperata per dare educasione e salute ai poveri.
Poco meno di un milione di bambini dei quartieri più poveri e delle città più isolate ricevono oggi educazione gratuita: si insegna a leggere e scrivere a 1,2 milioni di analfabeti; l’educazione secondaria è disponibile per 250 mila ragazzi il cui status sociale li escludeva da questo privilegio durante il vecchio regime; tre nuove università sono entrate in funzione nel 2003 e si prevede di completarne altre sei entro il 2006.
Per quel che riguarda la salute, i 10 mila medici cubani che sono stati inviati ad aiutare il paese latinoamericano hanno trasformato la situazione dei distretti poveri, dove sono stati aperti 11 mila ambulatori grazie alla triplicazione della spesa. Si aggiunga l’appoggio finanziario alle piccole imprese, le nuove abitazioni che vengono costruite per i poveri, e una legge di riforma agraria che è stata portata avanti e approvata nonostante la resistenza tanto legale quanto violenta dei latifondisti. Fino alla fine dell’anno scorso erano stati distribuiti 262 mila 467 ettari a 116 mila 899 famiglie.
Le ragioni della popolarità di Chávez sono ovvie. Nessun regime precedente aveva nemmeno notato la situazione degli emarginati. E nessuno può evitare di notare che non si tratta solo di una divisione tra poveri e ricchi, ma anche nel colore della pelle. I chavisti tendono ad essere di pelle scura, riflesso della loro origine schiava o indigena. L’opposizione ha la pelle bianca e alcuni dei suoi più detestabili partigiani chiamano “mono negro”, scimmia negra, Chávez. Perfino all’ambasciata statunitense a Caracas è stato montato unoi spettacolo di marionette nel quale il presidente era rappresentato come una scimmia. Lo scherzetto non ha giovato a Colin Pawell e l’ambasciatore è stato costretto a presentare le sue scuse.
Risulta straordinario l’argomento presentato in un editoriale ostile di The Economist, secondo il quale tutto questo è stato realizzato per prendere voti. Piuttosto accade il contrario: i bolivariani volevano il potere per avviare riforme autentiche. E’ ridicolo suggerire che il Venezuela sia sull’orlo di una tragedia totalitaria. I bolivariani hanno mostrato una prudenza incredibile.
Quando ho chiesto a Chávez di spiegare la sua filosofia, ha risposto. “Non credo nei postulati dogmatici della rivoluzione marxista. Non credo che viviamo in un periodo di rivoluzioni proletarie: la realtà ce lo dice giorno dopo giorno. Però se mi dicono che a causa di questa realtà non si può far nulla per i poveri, allora rispondo: ‘A questo punto, ci separiamo’. Non accetterò mai che non si possa avere redistribuzione della ricchezza, nella società. Credo sia meglio morire nella battaglia che tenere alta, molto alta e molto pura, una bandiera rivoluzionaria e non far nulla… Cercare di fare la nostra rivoluzione, andare al combattimento, avanzare un poco, anche di un millimetro, nella direzione giusta, invece di sognare utopie”.
Per questo Chávez ha vinto.

  • Questo articolo è stato pubblicato in Gran Bretagna da The Independent e, in Messico, da La Jornada.
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