Ne continuiamo a parlare da mesi. La lettera di dimissioni del Dr.ssa Fresco (13 aprile 2006), responsabile del Dipartimento di Agricoltura della FAO. La nota formale di Canada, Australia, Giappone. Inghilterra, USA e Germania del 4 aprile in cui ricordano al direttore generale della FAO che loro, come “principali paesi donatori” hanno delle forti raccomandazioni da fargli affinché rimandi la sua riforma della FAO, si occupi solo di “norme internazionali” (sugli standard degli alimenti) e che non si occupi di programmi di terreno per combattere la fame e la povertà.
Ma queste sono solo chiacchiere. Il vero punto, quello che è in discussione e su cui si gioca non tanto il destino del Direttore generale dr. Diouf ma quello della FAO stessa, è la forma che sta prendendo la riforma delle Nazioni Unite.
In effetti, la lettera dei maggiori donatori al direttore della FAO, con un certo vezzo dell’esercizio del potere, ricorda all’ultima riga con tono minacciosa che comunque “qualunque riforma della FAO deve tenere totalmente conto del processo di riforma delle Nazioni Unite” che ,detto in altre parole e da come si evince – scritto nero su bianco nella stessa nota – la FAO deve rientrare nel nuovo disegno strategico di un gruppo di paesi che stanno tentando di darsi degli strumenti di governo del Pianeta visto che ne le guerre preventive ne il potere del mercato sono in effetti in grado di imporre un nuovo ordine mondiale tutto sotto il dominio delle logiche neoliberiste e le sue vulgate.
La riforma delle Nazioni Unite procede, si stanno di fatto costruendo gli strumenti di un rafforzato dominio del Segretario Generale (il prossimo) e la sua subordinazione al Consiglio di Sicurezza, magari “riformato”. Tre grandi aree di attività del Segretariato generale assicurano la sua operatività: aiuto allo sviluppo (attraverso lo UNDP), intervento umanitario (emergenze varie e di ogni tipo, comprese quelle strutturali e perenni) e l’Ambiente (forse). Dentro tutto: gli accordi internazionali, l’aiuto pubblico allo sviluppo delle agenzie specializzate e dei programmi specifici (donne, ad esempio) ed evidentemente le politiche settoriali (sanità, agricoltura, alimentazione, ambiente). Restano fuori le istituzioni tecniche Banca Mondiale, FMI e OMC che possiedono – come scrivono i paesi nei loro documenti – un effettivo “vantaggio comparato” nell’assistere i governi nelle loro politiche di sviluppo. Quindi mercato e aggiustamento strutturale.
Questo significa che – ad esempio – l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite una volta l’anno forse avrà un punto all’ordine del giorno per discutere un paio di ore di agricoltura, alimentazione, fame e sicurezza alimentare.
E ancora. La FAO possiede un suo organo di governo autonomo dove i rappresentanti dei governi di tutti gli stati membri – sulla base del principio “una paese un voto” e non “un dollaro un voto” – dovrebbero decidere le politiche agricole globali “per combattere la fame e la povertà attraverso il miglioramento delle condizioni di vita economiche e sociali dei coltivatori rurali più poveri “ (cfr. mandato originale della FAO). Nel quadro dell’attuale riforma delle Nazioni Unite, di conseguenza, la FAO – ridotta a corpo tecnico che “fa il lavoro normativo relativo alla sicurezza degli alimenti ed il loro commercio” (vedi documenti della Unione Europea) o istituto di ricerca che “fornisce cifre” (intervento della delegazione USA in varie riunioni) – non avrà più bisogno di un proprio organo di governo e non avrà più le attività di terreno soprattutto nei PVS. Cioè i programmi di sostegno alle agricolture povere. I programmi di sviluppo torneranno ad essere appannaggio esclusivo della cooperazione bilaterale, magari di agenzie particolarmente specializzate – un po’ come i vecchi istituti per le colonie – che applicheranno con determinazione la logica “aid for trade” (aiuto per lo sviluppo del commercio) o comunque saranno in grado di imporre forti condizionalità ai paesi, in un abbraccio comprensivo con le elite locali dominati. E le ricette per lo “sviluppo agricolo” dei contadini poveri le cominciamo a vedere: “contract farming” cioè contratti di integrazione verticale con la GDO internazionale o con le industrie di trasformazione: materie prime a buon mercato, dipendenza ed insicurezza alimentare . O rilancio dell’uso della chimica in Africa, come se 40 anni dalla pima rivoluzione verde non ci avessero insegnato niente.
Si dirà “perché tanto agitarsi”? Azzardiamo un’ipotesi. Con la nascita del OMC i paesi dominanti e le elite esportatrici erano sinceramente convinte – magari lo sono ancora – che l’accettazione delle logiche neoliberiste si sarebbe spalmata con rapidità sul pianeta in una nuova gestione dell’economia internazionale facilitata dal mercato che avrebbe rafforzato il governo sul mondo. Dieci anni dopo così non è per molti motivi, non ultimo il fatto che proprio sull’agricoltura e l’alimentazione le politiche liberiste si sono scontrate e si scontrano con una resistenza planetaria che ora va molto al di là degli stessi contadini poveri del sud. E non bastano gli accordi di libero scambio bilaterali o regionali. Anche questi stentano ad affermarsi. E quando vengono imposti provocano comunque dure reazioni che rischiano di mettere in serie difficoltà i governi locali. Dall’Argentina alla Corea, dalla Bolivia al Senegal. Insomma il mercato non regola il mondo e, per il momento, non sembra disporre della forza necessaria – che non sia quella delle armi – per imporsi. Allora si torna ai vecchi metodi della politica multilaterale come strumento di spartizione del dominio globale. Democraticamente, attraverso le Nazioni Unite riformate.
Ma l’Italia quale interesse può avere ad ospitare una FAO trasformata in qualcosa di poco più grande del CODEX , una biblioteca ed un gruppo di ricercatori?





