Più centri di detenzione per tutti

L’offensiva del governo italiano che rilancia l’idea di centri di detenzione per richiedenti asilo fermati in Africa, strutture camuffate magari da “sportelli” che sulla carta dovrebbero agevolare la selezione delle istanze di asilo, rende bene l’idea diffusa al Ministero degli interni e nei suoi uffici periferici, secondo cui dietro ogni richiedente asilo ci sarebbe un migrante irregolare “che conosce bene le leggi” e che quindi sa come aggirarle. Sarà interessante vedere come le esternazioni del neocommissario europeo Buttiglione sul diritto di asilo si concilieranno con le prassi espulsive delle autorità italiane, fermamente intenzionate a ridurre persino l’accesso alla procedura, e favorevoli alle politiche di respingimento in mare e di internamento nei centri di detenzione delocalizzati nei paesi terzi confinanti con la nuova Fortezza Europa.
Le intese tra Pisanu e il ministro degli interni tedesco Schilly, maturate a margine della vicenda della nave Cap Anamur, e il comportamento ondivago seguito da Malta in quella occasione, e poi le espulsioni “clandestine” dei naufraghi salvati dalla nave tedesca, hanno riproposto con forza la questione della cooperazione internazionale nella esecuzione dei provvedimenti di allontanamento forzato.
Dopo il fallimento delle politiche di blocco e di respingimento delle carrette del mare verso i porti del Nord-africa, la soluzione di tutti i problemi dell’immigrazione sembra adesso proprio la conclusione degli accordi di riammissione con i principali paesi di transito e di provenienza.
Si tratta di accordi che sono previsti già nel Testo unico (T.U.) sull’immigrazione agli articoli 2, 3 e 21, modificati dalla legge Bossi-Fini, con disposizioni che suscitano ancora gravi sospetti di incostituzionalità perché gli accordi di riammissione, soprattutto nella più recente prassi del governo italiano, sono sottratti alla ratifica parlamentare prevista dall’articolo 80 della nostra Costituzione.
Gli stessi accordi, a seconda del loro contenuto, possono violare norme consolidate di diritto internazionale che riconoscono ad ogni persona il diritto di lasciare qualsiasi paese incluso il proprio (art. 12, comma 2 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, firmato a New York nel 1966 e l’art. 2, comma 2 del Protocollo n.4 aggiunto alla Convenzione Europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo). La riammissione di migranti verso stati che non garantiscano il rispetto dei diritti umani fondamentali, ovvero nei quali gli interessati possano essere vittime di trattamenti disumani o degradanti, è tassativamente proibita dall’art. 3 della stessa Convenzione Europea. Analogamente è proibito il rinvio verso stati nei quali non vi è l’effettiva possibilità di accedere alla protezione prevista dalla Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato.
Il contrasto all’immigrazione clandestina, proprio grazie agli accordi di riammissione stipulati dai principali paesi europei, si è tradotto nella negazione sostanziale del diritto di asilo e di protezione umanitaria, anche perché questi accordi sono stati negoziati o sottoscritti con paesi, come la Libia e la Turchia, che non riconoscevano il diritto di asilo, né rispettavano i diritti fondamentali della persona, giungendo a praticare sistematicamente la detenzione in isolamento, senza la possibilità di contatti con familiari o avvocati, la tortura ed altri trattamenti inumani o degradanti, prevedendo ancora nella legislazione interna la pena di morte. Ma la situazione dei diritti umani non è migliore in altri paesi come la Tunisia, lo Sri Lanka, la Nigeria ed il Pakistan, con i quali l’Italia ha concluso in passato, con troppa disinvoltura, accordi di riammissione che hanno portato a gravi conseguenze. Tra i sedici accordi di riammissione conclusi prima del 2001, va ricordato lo “Scambio di note tra l’Italia e la Tunisia concernente l’ingresso e la riammissione delle persone in posizione irregolare” concluso il 6 agosto 1998 con il quale si prevedevano supporti tecnici e operativi e contributi economici (15 miliardi di lire per tre anni), e in particolare un contributo di 500 milioni di vecchie lire per “ la realizzazione in Tunisia di centri di permanenza”. Ebbene, nel corso degli ultimi anni la Tunisia si è dotata di numerose strutture di trattenimento coatto e la maggior parte dei centri di detenzione amministrativa per immigrati irregolari è ubicata in località segrete. Non è dato sapere quali siano gli standard di vita e le garanzie riconosciute alle persone internate in queste strutture.
E’ oggi evidente il calcolo politico del governo libico di mostrarsi partner affidabile degli stati europei, utilizzando strumentalmente i destini di migliaia di migranti per ottenere la revoca delle sanzioni economiche o qualche fornitura militare, alla ricerca di un nuovo equilibrio tra lo sfruttamento estremo attuato sulla manodopera straniera (fino a forme di riduzione in schiavitù) che si trova a transitare o a rimanere in Libia anche per anni, e le richieste di controllo sulle partenze avanzate dai paesi europei.
In vista dei prossimi vertici europei il governo italiano si vuole accreditare come un partner “obbligato” per quegli stati europei, come la Germania, o la Gran Bretagna, che sono interessati alla negoziazione di accordi di riammissione a carattere comunitario con i paesi del Nord africa.
Si può dunque attendere che anche il viaggio di Berlusconi in Libia sia segnato dalle solite roboanti dichiarazioni alla stampa sulle nuove forme di cooperazione tra le forze di polizia e sui nuovi accordi di riammissione che saranno conclusi con il leader libico, accordi il cui testo non verrà mai conosciuto, né portato all’approvazione del parlamento, come invece avveniva fino ad alcuni anni fa. Si insisterà ancora sul contrasto dell’immigrazione clandestina con lo scambio di funzionari di collegamento e la fornitura di attrezzature e mezzi. Ma, periodicamente, oltre alle stragi in mare, e a quelle ben più nascoste nei deserti africani, gli unici risultati nel contrasto dei trafficanti si tradurranno nel solito desolante spettacolo degli sbarchi e dell’arresto dei più deboli, di quei migranti che magari accettano di condurre le carrette del mare perché non hanno i soldi per pagare l’intera tariffa imposta dai trafficanti. E intanto le reti del racket si rinforzano sempre di più, perché, più aumenta la repressione, in assenza di possibilità effettive di ingresso per lavoro e di accesso alla procedura di asilo, e più aumentano il profitto dei trafficanti, le intimidazioni subite dalle vittime, la loro omertà (alla quale sono costrette anche dopo gli sbarchi, quando, piuttosto che incontrare mediatori e interpreti indipendenti, sono costrette a subire estenuanti interrogatori di polizia sulle circostanze del loro viaggio).
Occorre ripartire da una modifica della normativa italiana che da un lato finalmente riconosca il diritto di asilo costituzionale, dall’altro reintroduca possibilità effettive di ingresso per ricerca di lavoro. Va quindi modificata la disciplina delle espulsioni, considerandola strumento eccezionale e non ordinario di gestione dell’immigrazione e di conseguenza vanno chiusi gli attuali centri di detenzione amministrativa.
Va infine completamente rivista la normativa nazionale in materia di accordi di riammissione sia per il suo possibile contrasto con le normative internazionali e interne in materia di diritti fondamentali, sia perché le azioni di polizia attuate sulla base di tali accordi sono sottratti a ogni effettivo controllo giurisdizionale. Gli accordi già stipulati vanno revocati o comunque rinegoziati, ed eventuali accordi futuri, comunque discussi e approvati dal parlamento, dovranno essere strettamente conformi alle norme internazionali e costituzionali sulla tutela dei diritti fondamentali della persona.

Fulvio Vassallo Paleologo,
Università di Palermo

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