Somalia, le corti islamiche riaprono i giochi

Pubblichiamo l’editoriale del nuovo numero del mensile dei missionari comboniani Nigrizia.

Lo scenario somalo è in rapida evoluzione. Lo scorso giugno, le Corti islamiche hanno conquistato Mogadiscio. Molti attori – sia locali che internazionali – stanno rivedendo le loro posizioni e alleanze, preludio di un profondo rimescolamento delle carte anche nel contesto regionale.
Fondate e finanziate da uomini d’affari negli anni Novanta, con lo scopo di combattere il banditismo e l’impunità delle fazioni armate e riportare ordine nella capitale, dal febbraio scorso le Corti (che, nel frattempo, avevano ricevuto aiuti finanziari da personalità di spicco dell’Arabia Saudita e di altri stati del Golfo e armi dall’Eritrea) si sono scontrate con una parte dei cosiddetti “signori della guerra”, quella capeggiata da Mohamed Afrah Qanyere, Musa Sudi Yalahow e Omar Mohamoud (tutti ministri dissidenti del governo di transizione del presidente Abdullahi Yusuf, creato nel 2004 a Nairobi, in seguito installato a Baidoa, ma mai veramente influente), riunita sotto l’egida dell’Alleanza per la restaurazione della pace e contro il terrorismo (Arpt). In cinque mesi, i combattimenti hanno provocato oltre 300 morti e circa 17mila sfollati.
L’avvento delle Corti islamiche e il consenso che hanno trovato non va interpretato come frutto del fanatismo religioso. L’islam somalo è storicamente sunnita, con scarso interesse per la politica e la militanza. È vero che la rete terroristica al-Qaida ha usato campi di addestramento in Somalia per i propri fedeli e che da lì, nel 1998, sono partiti gli attentatori delle ambasciate americane di Nairobi e di Dar es Salaam, ma la società somala è tradizionalmente nota per una certa apertura, che la rende estranea al terrorismo di stampo wahabita.
Pertanto, più che a una questione di religione, lo schierarsi di molti cittadini di Mogadiscio a fianco delle Corti va ascritto soprattutto alla volontà di uscire dalla perdurante situazione d’insicurezza e oppressione, determinate dai signori della guerra.
Ma c’è un secondo fattore che ha indotto la popolazione della capitale a scegliere: la percezione che gli Stati Uniti stessero offrendo un forte sostegno ai signori della guerra. La base americana di Gibuti è stata – e ancora è – vista dai somali come un canale per far giungere ad alcune fazioni in lotta armi e risorse finanziarie. Con un solo scopo: impedire a gruppi terroristici islamici d’impossessarsi del paese. Negli ultimi sette anni, la politica americana in Somalia è certamente stata caratterizzata non da una chiara volontà di ricostruire la nazione (che avrebbe dovuto tradursi in un forte sostegno offerto al governo di transizione nel varare riforme e rifondare le istituzioni), bensì dalla lotta contro il terrorismo. Washington ha guardato al paese più in funzione della sua sicurezza nazionale che non in termini di sostegno agli interessi dei somali.
L’apparizione dei tribunali islamici ha posto il governo di transizione e la comunità internazionale di fronte a sviluppi imprevedibili. Il 22 giugno, a Khartoum (Sudan) è stato raggiunto un accordo tra il governo del presidente Yusuf e l’Unione delle Corti islamiche. Un secondo incontro è previsto per il 25 luglio. La comunità internazionale – in particolare il cosiddetto “Gruppo di contatto” (formato da Usa, Norvegia, Svezia, Italia, Tanzania e Unione europea) – sembra, per ora, aver optato per una posizione di attesa.
Sul piano regionale. L’Etiopia teme che i fondamentalisti islamici possano influenzare negativamente i già delicati equilibri interni del paese. Gli etiopici di origine somala sono un milione e, da sempre, considerano la vasta regione meridionale dell’Ogaden come parte naturale della Grande Somalia. Circa il 40% dei concittadini di Meles Zenawi, primo ministro etiopico, è musulmano e ha sempre mirato a un controllo del potere. Un intervento diretto dell’Etiopia (Addis Abeba avrebbe già inviato circa 500 soldati nelle zone settentrionali della Somalia) rischierebbe di destabilizzare ancora di più la regione.
Mentre l’Eritrea si è schierata con le Corti, il Kenya appare molto preoccupato. Nairobi non ha mai dimenticato che la propria immensa regione orientale (la Somali Province, dove guerriglieri shifta stanno creando problemi da decenni) è considerata una delle cinque punte della stella che spicca sulla bandiera somala. Insieme con gli Stati Uniti, il Kenya ha voluto l’esclusione dei tribunali islamici dal processo che ha portato alla costituzione del governo di transizione.
Quel che sta succedendo a Mogadiscio è una sconfitta della politica antiterroristica che Washington ha voluto esportare in Somalia e nella regione del Corno d’Africa. Oggi gli Usa devono decidere se accettare una presenza islamica nel governo di transizione o continuare a opporsi a questa ipotesi in qualunque centro di comando della regione.
Intanto, per espandersi, le Corti avranno bisogno del sostegno delle popolazioni locali. Ma ciò non è scontato: per ora, hanno ancora la forma di strutture eterogenee (gruppi più o meno numerosi, privi di coesione interna) e necessitano dell’appoggio dei clan.
L’unica via percorribile è il dialogo. Ogni intransigenza o arroccamento potrebbe indurre alcuni tra gli esponenti più radicali delle Corti a decidere di cavalcare l’onda del sostegno popolare e prendere il sopravvento.

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