Martedì 11 luglio dalle ore 11 alle ore 14 presso l’auditorium di via Rieti, n°11/12 (vicino Piazza Fiume) Roma è convocata un’assemblea per discutere la proposta di costituzione di un forum sindacale. E’ stato invitato all’incontro Guglielmo Epifani, Segretario generale della Cgil
Premessa
Le note che seguono muovono dall’esigenza di rimettere a tema questioni in parte affrontate e in altra solo sfiorate o eluse dal XV congresso e che tuttavia si ripropongono come nodi essenziali che interrogano la rappresentanza sociale e invitano noi tutti a “cercare ancora”, fuori da scorciatoie semplificatrici o da pericolose rimozioni.
Non si tratta soltanto di attrezzarsi per reggere una fase politica e sociale difficile, ma di avere piena consapevolezza che ovunque il movimento sindacale, in forme e modi diversi, è attraversato da una discussione ed un confronto su questioni decisive per il futuro del movimento operaio.
Senza alcuna pretesa di esaustività indichiamo di seguito le coordinate di una ricerca che deve fare i conti con diversi tempi di risposta, in qualche caso imminenti perché dettati da urgenze dell’agenda politica e sindacale, in ogni caso densi di implicazioni strategiche per il futuro.
1. Occorre innanzitutto tenere presente la cornice in cui ci muoviamo: quella di un modello planetario di competizione esclusiva fra stati, imprese, persone che liquida come velleità romantica la dottrina classica di uno sviluppo destinato, sia pure a ritmi diversi, ad arridere a tutti i paesi.
La nuova ideologia si fonda sull’assunto che in un mondo segnato dalla penuria delle risorse non c’è spazio per tutti, per cui interi popoli e continenti sono condannati alla deriva.
La globalizzazione genera una concentrazione inaudita della ricchezza e del potere nelle mani dell’impresa transnazionale, totalmente affrancata da vincoli o remore morali, “socialmente irresponsabile”. Sono le convenienze di mercato e soltanto quelle che orientano le scelte di allocazione del capitale: lavoro umano e natura entrano solo come combustibili nel processo di accumulazione. Le conseguenze sociali, politiche, ambientali, anche le più devastanti, non possono trovare alcun ascolto nell’inclinazione onnivora e nella contabilità predatoria del capitale.
L’irruzione di paesi come la Cina e l’India nella competizione globale sta ridisegnando la divisione del lavoro a livello internazionale e nei singoli paesi. Ma vale ovunque il “verbo” liberista che nega l’espressione di un altro punto di vista, quello del lavoro, perchè incompatibile con il solo interesse generale riconosciuto, quello del mercato.
La guerra non è, in definitiva, che lo sbocco inevitabile di un oltranzismo competitivo che produce somma disuguaglianza, povertà per gran parte del genere umano, soppressione della democrazia, compromissione dell’equilibrio dell’ambiente naturale sino a mettere in forse le stesse condizioni di riproduzione della vita.
Va da sé che le idee di pubblico, di bene comune, di proprietà sociale siano state sradicate e messe al bando come retaggi frusti di un ideologismo retrò, tanto nell’economia quanto nella cultura politica dominante.
Anche l’Europa stretta tra monetarismo (Maastricht) e dumping sociale (Bolkestein) rischia di plasmarsi come un’area di libero mercato ed il lavoro di ridursi a merce, soccombendo al destino che il capitale assegna a tutte le merci: quello di collocarsi al prezzo più basso.
Al sindacato è infatti posto sempre più frequentemente il seguente tema: scegliere fra occupazione e difesa del salario e dei diritti. Tutta la questione si riduce, al dunque, a quali e quanti sacrifici i lavoratori dovranno sopportare per sostenere l’attuale modello competitivo. Di più. La competizione si trasferisce ai lavoratori nella forma più brutale: sopravvive chi è disposto a cedere di più. Nella competizione globale i lavoratori diventano soldati in guerra, coscritti che devono far vincere la loro azienda, contro altre aziende, contro altri lavoratori di altre regioni o paesi. Per questo il conflitto sociale, il conflitto capitale-lavoro è rigettato come pura patologia da estirpare: il solo sindacato tollerabile è il sindacato “di mercato”.
La stessa idea di una “società solidale” che compensa a valle le contraddizioni ed i guasti sociali prodotti da un’economia in cui il mercato funge da criterio regolatore assoluto, si è rivelata un’illusione fatale: chi domina dentro i rapporti di produzione colonizza fatalmente l’intera società, ne condiziona gli scopi, ne detta i ritmi, ne forgia l’deologia.
Il tema divenuto ineludibile è dunque il seguente: dentro quale progetto di società sia possibile intraprendere la ricerca di strade nuove, fuori dalla coazione ripetitiva e dall’imitazione di modelli economico-sociali che ad ogni latitudine hanno fatto fallimento.
Dentro le coordinate già date diventano inevitabili lo scacco e la subalternità.
2. Serve un rovesciamento di paradigma che declineremo così:
a) se e a quali condizioni gli esseri umani associati, riuniti in libere e democratiche istituzioni, possano avere voce in capitolo sul loro comune destino;
b) se e a quali condizioni i lavoratori coalizzati in organizzazioni sindacali indipendenti dal potere economico e politico e dotate di un’autonoma rappresentanza e capacità progettuale possano ricostruire il profilo di una strategia capace di contrastare la sistematica erosione dei diritti e riprendere un’iniziativa sindacale che non si riduca ad una pura limitazione del danno.
3. Quanto al primo aspetto, è necessario afferrare per le corna un antico quanto irrisolto problema: cosa produrre e per quali fini. Il senso della produzione sociale non può rimanere un affare privato dell’impresa, come se generare valore attraverso la produzione di armi fosse la stessa cosa che farlo attraverso la costruzione di case o di infrastrutture civili.
Non c’è lotta efficace per il disarmo, né per un’economia di pace, né per la riappropriazione sociale dei beni comuni, se il sindacato viene relegato entro funzioni meramente redistributive e i movimenti confinati entro le soglie del consumo critico.
E’ indispensabile elaborare una critica della produzione che rimetta sui piedi un’economia che oggi cammina sulla testa. E ricostruire, nel senso comune, un concetto di benessere sottratto ai criteri valutativi dominanti, dove la crescita del prodotto interno lordo, il numero delle auto immatricolate, la consistenza dei depositi bancari contano assai di più della qualità e della fruibiltà universale dei servizi sociali, del tasso di scolarizzazione, del diritto alla casa, dei processi di emarginazione, dell’equilibrio dell’ecosistema.
La stessa politica redistributiva può avere un vero successo solo se interroga il modello di sviluppo, la sua direzione di marcia. In sostanza, si tratta di opporre alla competizione fra modelli esclusivi l’emulazione fra modelli inclusivi. Senza che ciò avvenga il bisogno di cooperazione solidale fra i popoli soccomberà inesorabilmente di fronte alla contrapposizione fra aree ricche ed aree povere del mondo e dentro ogni paese.
In Italia (e nell’insieme del continente europeo) ciò significa quattro cose:
– interrompere la corsa alle privatizzazioni, a partire dai servizi pubblici sociali e riaffermare un’idea sopita e persino dileggiata di bene pubblico;
– ridare fiato ad una vera politica di giustizia fiscale (uscita scolorita e tramortita dalle vicende della recente campagna elettorale);
– promuovere una grande campagna per i diritti di cittadinanza, a partire dalla piena legittimità del progetto migratorio;
– impedire il saccheggio, lo spreco, l’inquinamento dell’acqua, dell’aria, del suolo che non possono essere autorizzati da nessun presunto “superiore interesse”.
Giustizia, democrazia, ricostruzione di un’idea fondante e condivisa di bene comune e di vita comunitaria devono essere riproposti come fini e, ad un tempo, come mezzi della produzione e della riproduzione sociale.
4. Quanto al secondo aspetto, è indispensabile dare forma e contenuto meno evanescenti all’idea di centralità del lavoro che non ci si può limitare a trattare nostalgicamente, come si evoca un continente perduto.
a) un primo tema è quello della flessibilità e della precarizzazione del mercato del lavoro, della prestazione di lavoro e dell’intera dimensione esistenziale delle persone soggette a rapporti di lavoro subordinati.
E’ indispensabile venire a capo della contraddizione fra una linea ufficiale che chiede la cancellazione della della legge 30, una complessiva riformulazione della legislazione in materia di mercato del lavoro ed una concreta prassi sindacale che invece legittima ogni sorta di regime flessibile, sino a prevedere ipotesi derogatorie del contratto nazionale che incrinano un altro caposaldo della strategia contrattuale formalmente approvata dal congresso di Rimini, fornendo alibi a chi è già al lavoro per edulcorare o contrastare lo stesso programma del governo di centrosinistra in materia di lavoro. Occorre sconfiggere la concezione che incontra molti consensi nel sindacato italiano e, talvolta, anche fra le nostre file, secondo la quale l’uso iperflessibile del lavoro e la conseguente revoca di diritti che ne deriva siano prezzi inevitabili da pagare allo sviluppo.
L’illusione di una competitività “bassa”, prevalentemente giocata sul costo del lavoro e dunque sulla compromissione delle condizioni di lavoro e del salario continua ad essere il motivo conduttore di una linea padronale che trova anche in zone non periferiche del sindacato franchi consensi o passive complicità. Questa letale specularità fra un’ottusa imprenditorialità ed un mediocre sindacalismo può essere sconfitta solo da una superiore qualità della proposta e dalla pratica sindacale che mettiamo in campo. Una proposta ed una pratica che sappiano scansare un ripetitivo e perdente gioco di rimessa sulle altrui posizioni e la fallace persuasione che la contrattazione vive soltanto dentro una logica di scambio a somma zero, per guadagnare la convinzione che l’impresa innovativa, carica di futuro, è quella che non opera sulla compressione dei costi, ma che investe sulla creatività del lavoro come fonte della generazione di valore. L’impresa davvero innovativa è quella che rende flessibile se stessa e non il lavoro umano.
La centralità del lavoro o parte da qui o non significa nulla.
b) Un secondo tema riguarda il modello contrattuale, intendendo per tale non soltanto la definizione di un’architettura che ristabilisca nessi e gerarchie fra livelli quanto piuttosto, in primo luogo, la formulazione di una strategia sindacale capace di riappropriarsi dentro i luoghi di lavoro di aspetti cruciali della condizione lavorativa sui quali oggi si esercita unilaterale il governo dell’impresa.
Dal salario, spesso ridotto ad una variabile dipendente da fattori del tutto estranei alla prestazione, all’orario, da cui è stata emblematicamente espunta ogni e qualsiasi ipotesi di riduzione del tempo di lavoro, alla sicurezza, messa a repentaglio dai processi di frammentazione produttiva in pieno e incontrastato dispiegamento, al tempo di vita, totalmente assoggettato ai ritmi del lavoro produttivo.
Se, da un lato, è necessario che la contrattazione nazionale riconquisti spazi di autonomia rivendicativa, dall’altro si tratta di lavorare per una “ristrutturazione” della contrattazione e della rappresentanza dei lavoratori intorno alle nuove filiere produttive e a quella che chiamiamo “catena del valore”.
Se l’organizzazione del lavoro, nelle sue nuove e complesse articolazioni, continuerà a restare esclusiva giurisdizione dell’impresa, risulterà puramente declamatoria la rivendicazione di una soggettività politica del lavoro.
5. Abbiamo più sopra sottolineato come nell’organizzazione della moderna produzione capitalistica vi sia una disarmante asimmetria fra capitale e lavoro. Siamo in presenza di una grande concentrazione finanziaria e di potere fatta di grandi reti dentro un unico processo di controllo che produce un sistematico spiazzamento delle capacità di interlocuzione e di risposta dei lavoratori. Se il sindacato pensa di potersi misurare sulla scala della singola azienda esso diventa totalmente inefficace e la contrattazione sulle scelte di fondo gli è preclusa. Ne sortisce una linea di difesa, situazione per situazione, generosa, ma fatalmente votata alla sconfitta.
Occorre dunque attrezzarsi per un confronto “a pari livello” con il sistema d’impresa e lavorare per un sindacato sovranazionale, capace di definire almeno obiettivi, strategie comuni, progressivamente unificanti (la lotta contro il “contratto di primo impiego” in Francia, quella per la difesa dell’ “articolo 18” e contro la legge 30 in Italia, l’iniziativa europea contro la Bolkestein ne sono un esempio) e capace di dare forma compiuta e impronta politica solidale ai CAE.
Si deve tuttavia essere consapevoli che è nel territorio che si riproducono e contemporaneamente retroagiscono sull’apparato produttivo i rapporti sociali.
Noi dobbiamo intervenire simultaneamente nei luoghi di lavoro e nel territorio.
Occorre riscoprire quella connessione, oggi assente o intermittente, fra contrattazione nei luoghi di lavoro e contrattazione sociale territoriale, capace di saldare diritti del lavoro e diritti di cittadinanza, superando una separatezza che genera deriva corporativa nei luoghi di lavoro e anomia sociale in un tessuto comunitario sempre più disgregato. Solo così il territorio può diventare il luogo fisico di una possibile progettualità alternativa e della riorganizzazione della democrazia come partecipazione consapevole in un riscoperto nesso fra locale e globale, particolare e universale. E’ qui che può riprendere corpo un progetto di riorganizzazione della produzione e dei servizi intorno ai diritti fondamentali dei cittadini e dei lavoratori in una riconquistata armonia con la natura.
6. Non è dato processo di democratizzazione della società, né affermazione in essa di una soggettività politica del lavoro se i lavoratori sono espropriati nelle loro organizzazioni di rappresentanza di una vera sovranità. Questo nodo cruciale è ancora lungi dall’essere sciolto, non soltanto nel difficile rapporto con Cisl e Uil, bensì all’interno della stessa Cgil e delle sue federazioni di categoria dove spesso prevale un’impostazione autoritativa dei gruppi dirigenti ed un atteggiamento paternalistico nei confronti dei lavoratori.
La partecipazione attiva dei lavoratori, l’assunzione del vincolo del voto referendario sugli accordi per legittimarne la validità continuano ad essere una pratica largamente disattesa, un impaccio piuttosto che una risorsa strategica.
Non vi è tesi più fraudolenta di quella che contrappone l’unità alla democrazia, quasi che i gruppi dirigenti del sindacato fossero i custodi di una superiore verità, inaccessibile e indisponibile alla prova del confronto di massa. In realtà le peggiori sconfitte sono proprio quelle che maturano nell’incomunicabilità con i lavoratori, nella presunzione autoritaria di incarnare un mandato privo di validazione democratica, che si vuole prerogativa esclusiva di una casta autoreferenziale. La degenerazione plebiscitaria non è soltanto un vizio estremo della politica, ma un pericolo ad alto rischio di contagio in tutte le organizzazioni. Ne sono una spia inequivocabile la paura del pluralismo, la messa al bando del dissenso, la preferenza per un’omogeneità mediocre, ma ossequiente.
E’ in realtà del tutto evidente come la stessa autonomia del sindacato, nonché la sua unità possano trovare proprio nella piena espressione della democrazia il terreno di un duraturo consolidamento e questa è la sfida che la Cgil deve lanciare alle altre confederazioni, non meno che a se stessa.
7. Non c’è rinnovamento effettivo della Cgil che passi per la conferma dello status quo. Eppure, malgrado le affermazioni di rito, prevale una formidabile resistenza conservativa, come se i punti di direzione (le “istanze congressuali”, secondo il nostro gergo convenzionale) non fossero strumenti dell’azione sindacale, funzionali alle scelte politiche e ad esse coerenti, ma sovrastrutture da custodire per sempre. La fatica congressuale di tracciare una marcia credibile di decentramento delle risorse verso i territori, là dove il sindacato vive o perisce è li a dimostrare come esista ormai una questione burocratica che soffoca il rinnovamento generazionale, etnico, di genere e impedisce il reinserimento della Cgil nei luoghi di lavoro più frammentati e nel territorio.
Lo stesso vale per il riaccorpamento delle categorie che sembra procedere per improvvisazione, senza un progetto, più per far fronte a difficoltà amministrative che in base alle necessità di ricomposizione del ciclo produttivo e della rete dei servizi pubblici dentro una nuova e più efficace struttura contrattuale.
Dev’essere aperta una franca discussione sul ruolo dello SPI, cui è spesso nei fatti delegata una contrattazione sociale certo utile, ma inevitabilmente delimitata nel suo campo d’azione e che rischia di assolvere la confederazione e le proprie federazioni di categoria dal compito di fondare una più robusta e articolata confederalità.
Conclusione
Come è agevole comprendere, i temi sollevati, in parte presenti, ma certo non risolti nel XV congresso, debbono poter vivere e svilupparsi attraverso la costruzione di un laboratorio che consenta di mettere a confronto esperienze, analisi, proposte.
Avanziamo dunque la proposta di dare vita ad un “forum”, aperto a chiunque condivida il profilo generale delle considerazioni sopra esposte.
L’iniziativa di cui parliamo non intende riprodurre gli schieramenti congressuali trascorsi, è estranea a qualsiasi logica di corrente o di area programmatica, è priva di steccati e lontana da velleità autoreferenziali, ma utile ad immettere nel motore della confederazione una dialettica più intensa e produttiva, multipolare, cui si sono affacciate, con modalità proprie, anche altre esperienze, come quella della “rete delle Camere del Lavoro”.
Di questo cimento vi è assoluto bisogno nella delicata fase politica e sociale aperta dinnanzi a noi e ad esso intendiamo non fare mancare il nostro più impegnato contributo.
Mirto Bassoli (Segr. gen. Cdlt Reggio Emilia); Renata Bortolotti (Segr. Cdlm Bologna); Vasco Caiarelli (Segr. Cdlt Perugia); Andrea Caselli (Segr. Cdlm Bologna); Andrea Castagna (Segr. Cgil region. Veneto); Paolo Castellucci (Segr. Gen. Cdlt Pescara); Massimo Covello (Segr.gen. Cdlt Cosenza); Cipriano Crescioni (Segr. Cdlt Terni); Franco Chiodi (Segr. Cdlt Verbania); Attilio Fasulo (Segr.Cdl Novara); Domenico Ghirardi (Segr. gen. Cdlt Valle Camonica); Dino Greco ( Segr. Gen. Cdlt Brescia); Luigi Lottardi (Segr. Cdlt Mantova) Gianfranco Marchesotti (Segr. Cdlt Alessandria); Sergio Mirimao (Segr. Cgil region. Umbria); Simonetta Ponzi (Segr. Cgil region. Emilia Romagna); Claudio Porchia (Segr. gen. Cdlt Imperia); Claudio Stacchini (Segr. Cdlt Torino); Flavio Vallan (Segr. Cdlt Pordenone);






