Pogrom e caccia all’uomo: torna il razzismo in Russia

All’inizio del mese, nella sperduta Karelia, lungo il confine tra la Russia e la Finlandia, sono cominciati scontri razziali tra “autoctoni” di etnia russa ed immigrati caucasici, in particolare ceceni. Non è insolito trovare forti comunità etnicamente diverse negli angoli più remoti di quel gigantesco paese. Già Stalin, forzatamente, aveva costretto all’emigrazione centinaia e centinaia dei diversi popoli della Russia, a volte con intenti punitivi – i ceceni, appunto, accusati di simpatie filo-naziste, i coreani, troppo vicini ai loro confratelli – sempre e comunque con l’idea di rompere i vincoli di nazionalità e creare l’homo sovieticus. All’emigrazione di stampo politico, si è aggiunta poi quella di matrice economica: come sempre i poveri hanno tentato di raggiungere le zone più ricche, in particolare Mosca, ma non solo. Il flusso si è notevolmente accresciuto dopo la scomparsa dell’Urss, con l’allentamento dei controlli sull’immigrazione interna e soprattutto con il dilatarsi delle disparità sociali. Ceceni, osseti, caucasici in generale hanno tentato di fuggire dalla guerra e dalla povertà trasferendosi in zone (relativamente) più ricche. Si badi bene, stiamo parlando di russi e non di altre popolazioni dell’ex-Urss. Ma appunto, ora, l’Unione Sovietica non esiste più, nè quella ideologia che parlava di uguaglianza e fratellanza dei popoli. Era retorica finchè si vuole, ma lo Stato indubbiamente garantiva, anche a costo di usare la forza, la convivenza pacifica tra le varie popolazioni.

Con la fine dell’Urss sono cominciati ad arrivare il razzismo ed i naziskin. Inizialmente la cosa era vissuta con genuino sgomento dalla popolazione: era pur sempre il paese che aveva sconfitto il nazismo – pagando un così altro tributo di sangue – e dove l’epiteto di fascista era vissuto come la più terribile delle offese. Ma purtroppo, piano piano, il razzismo strisciante ha cominciato a diffondersi. Le botte contro i caucasici sono diventate cosa normale a Mosca, e non si contano le aggressioni contro studenti cinesi, coreani ed africani, sempre molto numerosi a Mosca e S. Pietroburgo. Alle ultime elezioni comunali, Rodina, il terzo partito russo, ha impostato la sua campagna elettorale sulla necessità di pulire le strade della capitale dalla sporcizia, accomunata all’immigrazione.
Come al solito ritroviamo il classico motivo della guerra tra poveri, immigrati contro disoccupati. Una situazione comune a tutti i paesi ex-socialisti, come purtroppo dimostra il recente successo dell’estrema destra in Germania orientale.

In Karelia, per tornare al nostro argomento iniziale, è bastata una banale rissa da bar, finita con la morte di due abitanti del luogo per scatenare la caccia agli «immigrati», cittadini russi anch’essi. Il pogrom si è esteso a tutta la zona, con l’arrivo in forze di attivisti di destra da altre parti della Russia. Le autorità hanno cercato di mantenere la calma, ma non si può negare che parte della responsabilità politica dell’accaduto sia di Putin. Il presidente russo, in questi anni, ha esaltato ed eccitato i sentimenti più nazionalisti e retrivi della popolazione, usando la demogogia filorussa per far dimenticare le misere condizioni di vita, trovando un capro espiatorio nell’«altro», in tutto il resto del mondo che vuole affamare la Russia. La guerra civile in Cecenia, per la verità già iniziata dal tanto amato (in Occidente) Eltsin, ha creato un clima di odio tra russi; se in Occidente c’è l’oscena idea che tutti gli arabi siano terroristi, lo stesso pregiudizio esiste in Russia nei confronti dei caucasici. Come al solito, sono proprio le politiche neoliberiste di Putin, unite alla guerra, ad esasperare il conflitto sociale, spargendo i germi dell’odio e, quindi, in un paese multietnico come la Russia, del razzismo. Nulla di nuovo, sul fronte orientale.

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