La scoperta dell’alba

All’alba di mercoledì 4 ottobre il vicecapo gabinetto del sindaco Luca Odevaine, accompagnato da agenti della Digos in borghese e dalla polizia municipale, ha bussato alle porte dell’Angelo Mai, complesso scolastico nel rione Monti, nel centro di Roma. “La scoperta dell’alba”, la mattina di mercoledì scorso, per noi è stata questa: Veltroni ha deciso di infrangere un patto, non scritto, che impediva lo sgombero manu militari di un luogo occupato. Si trattava di una consuetudine che durava da undici anni: dallo sgombero del centro sociale La Torre nel 1995, quando la polizia in assetto antisommossa scortò una ruspa lungo la via Nomentana. E la consuetudine (lo dicono i giuristi) è una delle fonti del diritto.
Il giorno successivo, quando le edizioni locali dei giornali parlavano di Angelo Mai «liberata», abbiamo scoperto che il comune di Roma ha autorizzato l’apertura di un vero e proprio Cpt comunale a cielo aperto nel quartiere Marconi, in via della Vasca Navale. Con tre voli charter da 70 posti, i rumeni che erano stati sgomberati dal Lungotevere nei giorni precedenti vi sono stati rinchiusi, e verrano deportati. Nell’attesa, sono stati stipati dentro qualche roulotte, in un deposito degli autobus che è vero e proprio centro di detenzione usa e getta. Le peggiori previsioni degli analisti delle politiche urbanistiche e delle metropoli si sono realizzate: da un giorno all’altro si possono erigere recinzioni in una zona della città per recludervi uomini e donne. Il sindaco che prometteva, con gli occhi bagnati dalle lacrime, di andare missionario in Africa dopo il secondo mandato, ha permesso la creazione di una zona sottratta a qualsiasi diritto, perfino all’assessore alle politiche sociali del municipio e ai deputati, che sono riusciti a entrarvi solo dopo ore di trattativa. Una vicenda che, quanto a illegalità, scavalca persino la detenzione incostituzionale nei Cpt «normali».
Fino a qualche anno fa parlavamo di «Laboratorio Roma» per definire il circolo virtuoso innescato dall’interazione tra movimenti sociali cittadini, consiglio comunale, decentramento nei municipi. Ci pareva che Roma riuscisse a garantire quell’elasticità di governo che permetteva di praticare forme «costituenti» di conflitto. A Roma e nei suoi municipi, per la prima volta su larga scala, si sperimentavano forme nuove di relazione tra istituzioni e società civile. Questa relazione tra la coalizione guidata da Veltroni e i movimenti sociali ha vissuto alti e bassi. Roma, per fare due esempi, è la città dove il presidente del municipio XI, Sandro Medici, ha requisito appartamenti sfitti da destinare ai senza casa, ma è anche la città del Piano regolatore che ha spalmato valanghe di cemento nelle periferie. E si registrava il fatto che, in una città in cui la destra è tradizionalmente forte, la Casa delle libertà era allo sbando da diversi anni.
Ma questo è il Veltroni 2, che ha raccolto oltre il 65 per centro dei voti, ha spostato a destra l’asse della sua maggioranza, e ha fatto di Roma un Laboratorio del centrosinistra che verrà, con i piedi saldati nel Partito democratico piuttosto che nella relazione coi movimenti sociali. Al «modello del dialogo» sembra succedere il modello della pacificazione sociale. Ad ogni costo.
La Festa del cinema di Roma è alle porte. I lavoratori più che precari, per alcuni di essi più di 8 ore di lavoro al giorno per un mese valgono appena 560 euro al mese, danno le ultime spolverate al tappeto rosso dell’Auditorium, il tempio della nuova economia dello spettacolo veltroniana. Venerdì 13 ottobre si parte. E proprio in questi giorni, alla fibrillazione dell’industria dello spettacolo stanno sopraggiungendo i movimenti tellurici della metropoli.
La politica delle Grandi opere applicata al mondo della cultura, oltre ad avere materialmente prosciugato le risorse per le piccole produzioni, sembra fatta apposta per fare piazza pulita del tessuto politico e culturale che negli anni scorsi ha tenuto in vita la città. Più volte i collaboratori più stretti del sindaco hanno ammesso come, sul terreno della sperimentazione culturale come su quello dei servizi sociali, le forme di auto-organizzazione sociale svolgano un ruolo fondamentale, «Spesso coprono le carenze dell’amministrazione comunale», ci hanno confessato a più riprese. Ma il sindaco, come hanno notato anche alcuni partiti che fanno parte della sua maggioranza, non ha voluto riconoscere questo pezzo città neanche nel momento più tragico: quando lo scorso mese si sono svolti al centro sociale Acrobax i funerali di Renato Biagetti, ucciso da un disperato nazistoide in una delle periferie abbandonate della città, il sindaco ubiquo non c’era. Così Veltroni come non era al Trullo, dove abbiamo assistito ad un vero e proprio pogrom contro un gruppo di rumeni (ancora loro). Adesso, il nuovo corso veltroniano ha deciso di chiudere un luogo simbolo della cultura «dal basso», come a rivendicare il monopolio della Cultura, e di concedere un’area comunale come supporto logistico alla deportazione di decine di uomini e donne. Due segnali preoccupanti. Due svolte di cui bisogna prendere atto.

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