Il commercio equo e solidale sta cominciando a dare i numeri. Aldilà del giudizio specifico, solo che pochi anni fa pensare a una legge di settore sarebbe stata una follia, la fisionomia con cui il movimento fair trade si presenta comincia a chiarirsi e a delinearsi meglio. Un’uscita graduale dalla nicchia, sia di mercato ma ancor più di immaginario, che non raggiunge ancora le percentuali a due cifre di fetta di mercato presenti in altri paesi soprattutto nord europei, ma che riesce a proporsi come alternativa concreta: quasi cinquecento le botteghe del mondo aperte e operanti su tutto il territorio nazionale, oltre 110 i milioni di euro di giro d’affari per il 2005, una sempre maggiore attenzione da parte dei cittadini e delle semplici imprese.
In un circuito virtuoso, la ricetta della responsabilità soggettiva del cittadino proposta dal commercio equo (le tue scelte di consumo hanno un impatto sul pianeta) condiziona i comportamenti delle imprese operanti nel mercato convenzionale. Con un’opera di contaminazione mediata, le aziende rispondono con comportamenti più responsabili (quando non si tratta di semplice marketing) alla domanda di maggiore trasparenza e sostenibilità a parte dei cittadini.
Insomma, gli effetti dell’equosolidarietà non si possono leggere solo dal punto di vista della penetrazione nei mercati, ma hanno un effetto indotto più ampio.
Tutelare la specificità, far convergere i percorsi
Proprio per questo all’interno del movimento il confronto su una maggiore tutela e valorizzazione dell’esperienza si è fatto più vivo, permettendo una convergenza tra le realtà che solamente pochi anni fa (alla fine degli anni novanta) sarebbe stato impensabile. Erano anni di forte crescita, ma anche di duri attriti, fisiologici forse, ma poco lungimiranti se pensiamo che l’impressione data era di un movimento innovativo ma molto frammentato. Quindi interlocutore poco credibile.
La nascita di Agices e la lungimiranza delle altre organizzazioni di riferimento come associazione Botteghe del mondo e Fairtrade/Transfair Italia hanno permesso la creazione di uno spazio di coordinamento comune, all’interno del quale si è riusciti a depotenziare le tensioni, a ricondurre a ragionevolezza una competizione poco equa e solidale e a presentarsi coordinati e uniti seppur nella diversità al mondo istituzionale.
Un servizio reso al movimento tutto, proprio perché ha frenato spinte autoreferenziali. Un servizio importante, se consideriamo i vari obiettivi raggiunti, dalla presentazione dei prodotti alla Camera dei deputati fino all’inserimento di prodotti Equo alla Bouvette, dal lancio comune della campagna sulle Città Eque (che propone scelte di equosolidarietà alle amministrazioni locali) al lavoro di lobbying sulla Legge delega sulle imprese sociali e sulla Risoluzione del Parlamento europeo sul Fair Trade. Non ultimo, il lavoro collettivo su una Legge di settore, fortemente condivisa dalla base e proposta come elaborazione del movimento e che richiederà una capacità di interlocuzione unitaria e di lobbying senza precedenti (dovrà passare la filosofia che per i movimenti piuttosto che una brutta legge, meglio nessuna legge).
Al centro i movimenti con un occhio al futuro
La filosofia della bozza di legge prevede una centralità e una tutela delle realtà pioniere, sia per ciò che riguarda la filiera gestita dalle organizzazioni che la certificazione di semplici prodotti. L’obiettivo non è chiudere un mondo che dovrebbe al contrario saper interloquire con l’altro da sé, contaminando comportamenti e mercati, ma chiarire una fisionomia che dia al consumatore certezza nelle scelte di acquisto e al fenomeno equo e solidale una legittimità che, almeno in Italia, si è costruito faticosamente negli ultimi venti anni. Il punto qualificante starebbe nel riconoscimento dei criteri, elaborati nel corso degli ultimi dieci anni, e la costituzione di un monitoraggio esterno ed indipendente sull’aderenza ai principi da parte degli operatori. Si porterebbe quindi a compimento un percorso unico nel suo genere, non solo per il movimento italiano ma anche per quello europeo, dimostrerebbe una capacità di intervento delle organizzazioni, ma anche una capacità di ascolto dei decisori istituzionali senza precedenti.
E sarebbe il primo passo verso un impegno più integrato tra movimento fair trade e istituzioni per un’economia di giustizia, che sappia dare spazio al mercato equo, ma che nel contempo riesca ad affrontare temi altrettanto importanti come una normativa sulla «responsabilità sociale delle imprese», un maggiore sostegno alle politiche di cooperazione internazionale e, non ultima, una maggiore coerenza tra le scelte di etica e le politiche promosse in campo commerciale ed economico dalle nostre istituzioni. L’appuntamento ultimo sarà l’Assemblea di Agices di Como, a fine ottobre, per la presentazione del testo definitivo basterà aspettare alcune settimane.
Alberto Zoratti, vicepresidente (Agices) Assemblea generale italiana del commercio equo e solidale






