Sabato 14 ottobre per i movimenti sociali attenti ai temi dell’altra economia è stata una giornata importante. Non solo perché il nobel per la pace a Muhammad Yunus ha costretto tutti i media a riconoscere il lavoro sotterraneo di chi promuove la microfinanza; non solo perché Roma il 14 ottobre ha ospitato la manifestazione contro la legge Obiettivo, cioè una grande iniziativa nazionale dei movimenti di critica allo sviluppo, ma anche perché Ctm altromercato e Agices [l’Assemblea generale italiana del commercio equo] hanno promosso a Roma il convegno «Un parlamento equo e solidale? Verso una legge italiana ed europea per il commercio equo e solidale».
Convegni come quello sembrano destinati a lasciare tracce anche al di là degli obiettivi individuati dai promotori. L’incontro dimostra innanzitutto l’importanza culturale, e quindi anche normativa, raggiunta dal movimento del commercio equo italiano. Chi l’avrebbe detto che le piccole fessure lasciate aperte dal sistema capitalista, sulle quali più di vent’anni fa alcuni hanno cominciato a lavorare sperimentando un’altra idea di cooperazione e di economia, avrebbero finito per «allargarsi»?
Forse per questo, durante il convegno organizzato presso la Regione Lazio, Giorgio Dal Fiume, presidente di Ctm altromercato, ha più volte spiegato come oggi sia davvero necessario dare un riconoscimento a tutte quelle forme di economia solidale il cui obiettivo in questi anni «è stato proporre un’altra idea di impresa, che punta al benessere collettivo, in particolare quello dei piccoli produttori del sud del mondo, e che non ha come priorità la massimizzazione dei profitti». Economia solidale che non nasce con il commercio equo, «ma che ha origine nel movimento cooperativo, quello di inizio novecento». Anche l’esperienza di una città come Roma, che ha ospitato l’incontro, come ha ricordato Luigi Nieri [assessore al bilancio della Regione Lazio ed ex assessore al Lavoro e alla periferie del Comune di Roma] dimostra come «i piccoli passi sui temi dell’altra economia avviati dall’amministrazione e dalla società civile qualche anno fa oggi sono diventati passi importanti, come dimostra la Città dell’altra economia che sta per nascere».
Dal Fiume ha anche ricordato come il commercio equo non nasce certo «con un desiderio normativo, ma come movimento». Secondo il presidente di Ctm comunque «la legge eventuale non è la soluzione a tutti i nostri problemi, anzi una cattiva legge può portarci molti guai e le prime vittime potrebbero essere le botteghe». Certo è che la crescita culturale ed economica del movimento ha favorito l’interesse di molti e quindi i tentativi di «imitazione» e di confusione tra «equo e solidale» con ad esempio «etico» o «sostenibile». «Per questo è necessario una maggiore oggettività sui criteri e sulle prassi del commercio equo: le legge può essere utile in questo» ha detto Dal Fiume.
Al momento la bozza di legge preparata, hanno raccontato i promotori del convegno, è costituita da tre parti: una sulle definizioni [nella quale ad esempio si parla dell’importanza della «certificazione» che riguarda i «prodotti», ma anche del «processo» di tutta la filiera equa che porta alla diffusione di un prodotto equosolidale], una sugli accreditamenti [nascerà un albo del commercio equo] e l’ultima sui benefici [come le istituzioni possono promuovere il commercio equo]. Intanto, anche in alcune regioni sono stati avviati progetti di legge su questi temi.
In modo molto aperto i relatori e i partecipanti al convegno hanno anche elencato i rischi che comporta il percorso verso la legge. «Non solo i tentativi di imitazione, ma anche le possibili divisioni interne sulle questioni per le quali esistono pensieri e pratiche differenti» ha detto Dal Fiume, alludendo ad esempio alla scelta «non profit» che non tutte le organizzazioni del commercio equo sembrano condividere pienamente. Altri, come Marco di Assobotteghe, hanno fatto riferimento al pericolo, per un processo portato avanti in questo momento a livello centrale e nazionale, di perdere il punto di vista dei gruppi di base. Aldo, della bottega Il Fiore di Ladispoli [Roma] ha parlato anche del rischio esclusione che «leggi, marchi, registri spesso provocano».
Alla domanda se è possibile immaginare un percorso ancora più partecipato, attraverso il quale la bozza di legge preparata da rappresentanti di Agices, Fair Trade Italia e l’associazione Botteghe del mondo torni nelle botteghe per essere migliorata, Dal Fiume ha risposto: «Non c’è bisogno che la bozza torni alla base perché i promotori rappresentano già centinaia di botteghe, ma occorre comunque mantenere alto il coinvolgimento di tutti». Gaga Pignatelli di Agices ha aggiunto: «La discussione che ha portato a questa bozza è nata due anni fa e ci sono stati diversi incontri e forum per coinvolgere la base, il più recente sul tema del prezzo equo». Per Nuccio Iovene, vicepresidente dell’Associazione interparlamentare equo solidale, «aprire altri spazi di discussione e partecipazione può essere utile, Carta ad esempio potrebbe ospitare un forum su questi temi, ma l’importante è fissare un inizio e una fine, per approfittare di questa legislatura». Certo è che, come dimostra l’esperienza ad esempio del bilancio partecipato a Porto Alegre e in altre città [e organizzazioni] che hanno scelto la strada della partecipazione, nelle quali le proposte elaborate dalla base vengono prima sintetizzate da alcuni uffici costituiti da rappresentanti territoriali e poi di nuovo approvate dalla base, anche per l’approvazione di una legge sarebbe interessante sperimentare un percorso diverso da quelli tradizionali. Chissà quanti eventi significativi e originali potrebbero essere promossi dalle botteghe a livello territoriale coinvolgendo non solo il più alto numero possibile di operatori, di volontari e di persone che frequentano le botteghe, ma anche rappresentanti di altre associazioni locali, amministratori pubblici e altri cittadini. Non sarebbe un modo nuovo per scrivere «collettivamente» una legge, come suggeriva don Milani, ma anche un’occasione per un originale lavoro culturale sui temi del consumo critico? Forse il movimento del commercio equo, che in questi anni, da Genova a Porta Alegre, ha accettato la sfida di cooperare con altri pezzi di società civile non solo sui temi dell’altra economia ma anche su altri temi «globali», potrebbe scegliere questa strada della partecipazione, facendo della «bozza di legge» un percorso aperto davvero al contributo di molti.
Del resto, la storia del movimento del commercio equo è sempre stata una strada costruita gradualmente, in modo sperimentale e in compagnia di molti. «Quando vent’anni fa cercavamo un modo per diffondere il caffè del Nicaragua, sulla spinta della rivoluzione sandinista, certo non eravamo consapevoli che dopo alcuni anni quella, insieme ad altre, era una delle esperienze che facevano nascere il grande movimento antiliberista» ha ricordato al convegno Luisa Morgantini, presidente della Commissione svilippo Ue. La Morgantini ha anche illustrato la recente risoluzione approvata dal Parlamento europeo [6/7/06 vedi www.altromercato.it] dedicata al commercio equo: «Forse è poco e può essere considerata anche un po’ demagogica, considerando che le risoluzioni non sono vincolanti, ma ha un valore culturale importante e soprattutto è nata grazie alla cooperazione di molti che credono anche nell’importanza delle relazioni tra organizzazioni e istituzioni».
Nel convegno, le organizzazioni del commercio equo hanno ottenuto anche la disponibilità di collaborazione da parte del governo. Paolo Cento, sottosegretario al ministero dell’Economia, ha annunciato di voler convocare presto un tavolo interministeriale aperto a tutte le organizzazioni del commercio equo. «L’obiettivo è rompere un sistema economico – ha detto Cento – fondato su un’economia che devasta l’ambiente, che sfrutta le persone e che incentiva solo i modelli tradizionali di economia. L’intervento pubblico in economia non può essere neutrale: il rapporto con il Pil, ad esempio, è una camicia di forza di cui dobbiamo liberarci».
Per Patrizia Sentinelli, viceministro degli Esteri l’obiettivo della legge «non è battezzare il movimento del commercio equo, ma riconoscere le capacità di un movimento che già esiste e che già produce una nuova cultura economica e nuove prassi. Siamo consapevoli ormai che è necessaria anche una nuova legge sulla cooperazione: dovrà riconoscere come attori anche le organizzazioni del commercio equo. Anche così possiamo costruire un altro modello di politica estera».
Il mercato equo si fa legge [Alberto Zoratti, Agices]
http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_8841.html
Verso una legge sul commercio equo e solidale [Carlo Testini, Fair Trade Italia]
http://www.faircoop.it/fairwatch.htm






