Interessa a qualcuno il Sudan?

Le testimonianze raccolte nel rapporto «Scommessa Sudan» ci hanno permesso di effettuare un interessante “viaggio” in Sudan ad un anno e mezzo dalla firma degli accordi di pace. Abbiamo potuto vedere un paese in fermento, che si sta preparando, seppur tra ritardi e difficoltà, a vivere una nuova fase storica, caratterizzata da enormi problemi ma anche da una grande creatività: nuove istituzioni e nuovi rapporti istituzionali da sperimentare; un nuovo modo di gestire le risorse e i proventi che ne derivano; un’amministrazione locale tutta da costruire; milioni di cittadini a cui garantire una casa, o da ricondurre a casa, in territori solo apparentemente sterminati e deserti, ma che, in realtà, per anni e anni hanno permesso la sopravvivenza di altri esseri umani, coi quali, ora, questi cittadini dovranno imparare a convivere.

Gli accordi di pace non contengono (non potevano contenere) risposte precise per molte di queste sfide, che, nei prossimi mesi, andranno tutte affrontate, con equilibrio e capacità di prevedere il futuro. Anche dalle soluzioni adottate dipende la tenuta e il consolidamento della pace, che, per ora, ci appare fragile, seppur orgogliosa di essere stata codificata. E ne ha tutte le ragioni: la firma dell’accordo tra il governo nazionale e movimenti del Sud ha aperto la strada ad altri colloqui, con l’opposizione del Nord, con i gruppi armati del Darfur e degli stati dell’Est; ha insomma messo in moto un processo che sarà ancora lungo e faticoso ma che difficilmente ora potrà essere fermato.

Ma il nostro “viaggio” rende anche evidente che firmare accordi di pace non basta a “fare la pace”. Anche in Sudan, come ovunque, del resto, la pace può diventare effettiva solo mediante un processo sostenuto da intelligenza, buona volontà e partecipazione, ma anche da molte risorse, dalla possibilità di scambio e confronto con l’esperienza di altri, dalla solidarietà internazionale, tutti elementi che giocano un ruolo cruciale di stimolo, controllo e sostegno. Da questo punto di vista crediamo che moltissimo resti ancora da fare da parte delle istituzioni e della società civile sudanese ovviamente, ma anche e soprattutto della comunità internazionale nel suo complesso.

Per questo la “Campagna Sudan: una pace da costruire”, che ha accompagnato l’evolversi delle condizioni politiche e sociali del Paese nell’ultimo decennio, ponendo l’accento sul rispetto dei diritti umani e la necessità di arrivare ad una pacificazione, ha ritenuto di dover ora rinnovare il suo impegno, continuando a tener alto il livello di informazione e di pressione a sostegno della “costruzione della pace”. Riteniamo che sia infatti di fondamentale importanza fare in modo che le istituzioni e la società civile di casa nostra sviluppino un impegno serio e concreto sui diversi piani su cui si gioca la costruzione di una pace giusta e duratura.
Al primo posto mettiamo il sostegno ai negoziati perché si arrivi a una pace generale in tutto il Sudan.

Al secondo posto vediamo la necessità di continuare il monitoraggio della realizzazione degli accordi di pace in modo da poter affrontare in tempo eventuali, e forse inevitabili, problemi che dovessero frapporsi ad un’evoluzione positiva della situazione.
E poi lo stanziamento rapido e il controllo sull’uso delle ingenti risorse necessarie alla ricostruzione del paese, primo passo per l’inizio di un percorso di sviluppo che permetta una vita dignitosa a tutti i cittadini sudanesi, e in particolare a quelli che più hanno sofferto per il conflitto: gli sfollati, le comunità rurali, le donne.

È un impegno che vedrà la “Campagna Sudan: una pace da costruire” al fianco della società civile sudanese e delle numerose reti internazionali che si sono organizzate con gli stessi scopi nel corso degli ultimi anni, perché la pace non rimanga sulla carta, ma abbia gambe per camminare tra la gente e trasformare un paese perennemente in crisi, ed esportatore della sua crisi nella regione, in un luogo in cui le crisi possano essere risolte attorno ad un tavolo e con il contributo di tutti gli interessati.

Quello sudanese è stato uno dei più lunghi, complicati e frammentati conflitti africani. Di conseguenza non appare strano che anche la costruzione della pace appaia lunga, complicata e frammentata. Questo rapporto è stato terminato tra giugno e luglio 2006. In quelle settimane una serie di colloqui di pace o di tentativi di mediazione erano ancora in corso. Purtroppo sono anche ricominciati gli scontri armati. Diamo qui una rapida sintesi di tutto ciò.

Per quanto riguarda le regioni orientali del Sudan, va segnalato il tanto auspicato inizio ufficiale dei colloqui di pace tra governo centrale ed Eastern Front. Il 19 giugno all’Asmara (capitale dell’Eritrea) il governo di Khartoum (rappresentato da Mustapha Osman Ismail, consigliere del presidente) e i ribelli (guidati da Musa Mohammed Ahmed) hanno firmato una dichiarazione di principi che dovrebbe essere la base di tutti i futuri negoziati, hanno stabilito il cessate il fuoco immediato e hanno trovato un accordo per la “fine delle ostilità e il ritiro militare”, come ha ricordato il mediatore eritreo Yemane Gebreab. Sembra che l’Eritrea abbia avuto un ruolo determinante nella mediazione, preceduto da un incontro a suo modo storico, il 13 giugno a Khartoum, tra il presidente sudanese Bashir e quello eritreo Afewerki.

Il 16 luglio è stato invece il primo giorno dei colloqui di pace ufficiali (conclusosi con un nulla di fatto) tra Uganda e i ribelli dell’Lra; questi si svolgono a Juba, “capitale” del Sud Sudan. Proprio il Sud Sudan, attraverso il suo vicepresidente Riek Machar, si era proposto come mediatore. Già dalla fine di giugno Joseph Kony, il leader dei ribelli ugandesi, si diceva pronto ad avviare i negoziati con Kampala, dopo che questa non aveva chiesto particolari precondizioni e aveva garantita la–perlomeno momentanea–impunità dei ribelli. Indiscrezioni non confermate parlavano addirittura di “amnistia”. L’Lra è accusata di aver ucciso circa 100mila persone e di aver rapito 25mila bambini nel corso della ventennale guerriglia contro il presidente Museveni. Nel 2005 la Corte penale internazionale dell’Aja aveva emesso un mandato di arresto per crimini di guerra contro Kony e quattro comandanti ribelli.

Nelle regioni occidentali del Sudan invece il già fragile accordo di pace firmato a maggio è ancor più traballante in seguito alla ripresa degli scontri militari. Il primo attacco dopo la firma della pace è del 3 luglio: miliziani del Jem avrebbero attaccato la cittadina di Hamrat al-Sheikh, verso il Sudan centrale. Nei combattimenti con l’esercito sono morte 12 persone, tra cui otto poliziotti. Si sono registrati inoltre scontri diffusi tra le due fazioni dell’Sla: quella principale comandata da Minni Arcua Minnawi e quella dei dissidenti di Abdul Wahid al-Nur. Secondo alcune fonti tra giugno e luglio le varie battaglie avrebbero causato oltre 80 morti. A metà luglio inoltre ci sono stati numerosi scontri nel Darfur occidentale sembra soprattutto tra elementi di due etnie arabe rivali, quelle degli habaniya e quelle dei rizigat. Le vittime sarebbero state un centinaio.
Basterebbero questi tre esempi per dimostrare di come sia complessa la situazione sul terreno in Sudan, e di come non basti firmare un pur importantissimo pezzo di carta per garantire la pace effettiva tra le persone. Allo stesso tempo questi tre esempi e questo intero rapporto, dedicato al primo anno del processo di costruzione di una pace, dimostrano che per comprendere le dinamiche che hanno causato i conflitti in Sudan (e quindi per sperare di impostare paci durature) occorre sforzarsi di seguire e analizzare, con pazienza e costanza, tanto le situazioni locali specifiche delle singole regioni sudanesi quanto le caratteristiche comuni alle diverse aree.

* Pax Christi e Campagna Sudan

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