Conoscete lo Zeta-lab? Se non siete assidui di Palermo è probabile di no. Peccato. E’ un laboratorio socio-culturale e politico che apre il cuore e la testa. Qualche giorno fa Agostino, uno “zetista” appunto, manda ad alcuni amici, esperti di alfabetizzazione e immigrazione, questo messaggio: «Abbiamo appena terminato una riunione allo Zeta per impostare una scelta di testi per la scuola di italiano, di arabo e per la biblioteca interculturale, volevo chiedere: esistono testi gratuiti [grammatiche ed esercizi sia in italiano che in arabo]? se esistono dov’è possibile chiederli? sono libri o esistono anche su cd? c’è una disponibilità anche di nastri per esercizi di ascolto? E volendo impostare una biblioteca dei diritti, qual è il materiale–possibilmente gratuito – più utile, intendo come video oppure opuscoli per informare gli immigrati sui loro stessi diritti nel presente contesto-dissesto legislativo? Per una biblioteca interculturale, potendo scegliere solo 10 opere, cosa sarebbe meglio privilegiare?». Troppa grazia, santo Zeta. Dopo aver annotato lo splendido «contesto-dissesto» ovviamente chiediamo ai lettori di Carta più informati di rispondere alle questioni poste da Agostino [farfalla@autistici.org la mail]. Chi scrive invece si accinge a dare qualche suggerimento sull’ultima domanda soltanto, comunque ponderosa: potendo scegliere solo 10 libri per uno scaffale interculturale quali prendere? O meglio, dato per scontato che i testi “classici” siano consultabili in ogni buona biblioteca, immaginiamo che l’inafferrabile Lupin o un pool di librerie voglia [gli stereotipi suggeriscono di essere buoni a Natale] regalare 10 volumi allo Zeta. Entriamo in una libreria decente–già questo aggettivo costa fatica– e scegliamone 10 fra le novità.
Prima di varcare quella soglia [musichetta horror?] ricordiamoci che entrare in libreria può stordire. Quasi all’inizio del suo Se una notte d’inverno un viaggiatore Italo Calvino ricorda al potenziale lettore: «non devi lasciarti mettere in soggezione […] s’estendono per ettari ed ettari i Libri Che Puoi Fare A Meno Di Leggere, i Libri Fatti Per Altri Usi Che La Lettura, i Libri Già Letti Senza Nemmeno Bisogno D’Aprirli In Quanto Appartenenti Alla Categoria Del Già Letto Prima Ancora D’Essere Stato Scritto». E per un’altra galoppante pagina Calvino ci guida a non farci fuorviare nella ricerca del testo giusto.
Proviamoci. Con in tasca una lista. Poi lo «zetista» (o Lupin o il libraio munifico) su uno della decina magari storcerà il naso e andrà a pescarne uno migliore ma forse più polveroso. Ecco la lista. Con gli autori in ordine alfabetico.
– Augè Marc e Colleyn Jean-Paul, L’antropologia del mondo contemporaneo, Elèuthera [112 pagine, 10 euro]
– Balbo Laura, In che razza di società vivremo? L’Europa, i razzismi, il futuro, Bruno Mondadori [152 pagine, 11 euro]
– Bodo Simona e Cifarelli Maria Rita [curatrici], Quando la cultura fa la differenza. Patrimonio, arti e media nella società multiculturale, Meltemi [216 pagine, 18,50 euro]
– Caizzi Rosa [curatrice], «Riconoscersi leggendo: viaggio nelle letterature del mondo», Emi-Cres [256 pagine, 13 euro]
– Chatterjee Parta, Oltre la cittadinanza, Meltemi [192 pagine, 17 euro]
– Curti Lidia, La voce dell’altra. Scritture ibride tra femminismo e postcoloniale, Meltemi [240 pagine, 19,50 euro]
– D’Andretta Pasquale, Fare intercultura in laboratorio, Emi [160 pagine, 10 euro]
– Gnisci Armando, «Mondializzare la mente. Via della Decolonizzazione europea n. 3», Cosmo Iannone [104 pagine, 10 euro]
– Laplantine Francois e Nouss Alexis, Il pensiero meticcio, Elèuthera [104 pagine, 9 euro]
– Luatti Lorenzo [curatore] La città plurale: trasformazioni urbane e servizi interculturali, Emi [384 pagine, 16euro]
– Mantovani Silvia e Salvarani Brunetto [curatori], Io ti vedo, tu mi guardi: l’intercultura oggi in Italia, panorama e prospettive, Ega [144 pagine, 10 euro]
– Salvarani Brunetto, Educare al pluralismo religioso, Emi [224 pagine, 12 euro]
– Santarone Donatello, La mediazione letteraria, Palumbo [240 pagine, 24 euro]
– Stefancich Giovanna e Cardelliccchio Paola, Stranieri di carta, Emi [128 pagine, 9 euro]
– Thiebaut Carlos, La tolleranza, Meltemi [120 pagine, 13 euro].
Obiezione, vostro onore. Si è parlato di 10 libri, poi qui se ne elencano 15. Dopo una breve riunione la corte respinge il ricorso perché questo articolo non riguarda solo gli «zetisti» e poi perché tutelare il lal–libero arbitrio librario–è scelta irrinunciabile per ogni bipede pensante. Dunque mettiamo la quindicina sotto il riflettore.
Tranne un paio, usciti nella seconda metà del 2005, sono tutti pubblicati nel 2006, dunque relativamente facili da trovare. Se mancano gli editori “grossi” non è frutto di un perfido discriminare ma solo il registrare che su tanti temi importanti le case editrici presunte maggiori hanno le orecchie serrate. A ben vedere in questo breve elenco ci sono 2 libri della Elèuthera, ben 4 della Meltemi e addirittura 5 della Emi; forse qualcuno penserà male: no, nessuno spot [occulto o palese] solo prendere atto che vi sono editori più attenti di altri e/o quasi specializzati.
Vamos, più o meno rapidamente, a esaminarli. Alcuni meritano una maggiore descrizione, per altri può essere indicativo [specie se ben fatto] il solo indice o quasi.
1 – Cosa c’entrano gli antropologi? Si parla qui di antropologia sociale e soprattutto culturale «del mondo contemporaneo». Si viaggia dunque nel mondo contemporaneo. Fra consumi omologanti e ricomposizioni identitarie… due fenomeni che fanno a cazzotti eppure spesso convivono. «L’umanità prende coscienza di se stessa ma i rapporti di forza e la violenza continuano a pesare sul suo futuro. Il mondo si uniforma ma – tra gli estremi della ricchezza e della povertà – crescono le disuguaglianze. […] Tutte queste contraddizioni si possono vedere e leggere anche negli scenari più piccoli e nei fatti locali, dove lo sguardo antropologico è il più atto [così nel testo, probabilmente nell’originale era “adatto”] a cogliere la logica interna, le determinanti esterne e il significato generale». Queste le ultime righe con cui Augè [ben noto anche da noi soprattutto per le sue ricerche sui «non luoghi»] e Colleyn chiudono una breve–ma acuta e profonda–analisi sul proliferare delle diversità.
2– Laura Balbo fu tra le prime persone in Italia a interrogarsi, in modo non banale, sull’immigrazione e sui due suoi cugini di primo grado: il razzismo e l’intercultura [ci piacerebbe dire che di secondo nome fa meticciato ma sarebbe troppo semplificare]. A inizio anni ’90 uscirono per esempio due suoi testi, redatti con Luigi Manconi, quasi profetici: il primo sui «razzismi possibili»,il secondo sui «razzismi reali» [all’epoca fu un grosso editore a pubblicarli, Feltrinelli]. Da quel primo sguardo ora l’orizzonte si è allargato sull’Europa «razzializzata/etnicizzata» [la definizione è dell’autrice], sulle comunità della diaspora, su reti e famiglie, su appartenenze e discriminazioni, su media, diritti, legalità. Un testo saggio e per nulla spocchioso. «Stiamo forse imparando come sia complicato imparare [corsivo nel testo]» scrive Balbo nella bella introduzione. E ancora: «Questo allora vuol essere un libro che si usa, anche disordinatamente, scegliendo […] per il nostro lavorare [corsivo nel testo]». Ed è con quel «lavorare» sottolineato, ed evidentemente contrapposto al vender fumo, che Laura Balbo ci invita a fare i conti, per scacciare le paure e cercare–«con fatica, certo»–la soluzione ai problemi.
3 – Un’acuta introduzione-filo d’Arianna, poi 13 utili saggi: Tony Bennett su «Cultura e differenza: teorie e pratiche politiche»; Iain Chambers su «La casa degli spettri: oltre il multiculturalismo»; Francois Matarasso su «La storia sfigurata: la creazione del patrimonio culturale nell’Europa contemporanea»; Yudhishthir Raj Isar su «Una “deontologia interculturale”: utopia o realismo utopico?»; Naseem Khan su «Lo spazio condiviso: opportunità e sfide per uno stato multiculturale»; Dragan Klaic su «Politiche, istituzioni e sviluppo delle competenze interculturali»; Franco Bianchini e Jude Bloomfield su «Interculturalismo come risorsa per politiche urbane innovative»; Jean-Pierre Saez su «Interculturalismo e politiche culturali»; Richard Sandell su «Misurarsi con la diversità e l’uguaglianza: il ruolo dei musei»; l’aggressivo e ironico Goran Stefanoski con il suo «Stammi a sentire Gran Bretagna»; Marie Gillespie su «L’umorismo riconquistato: la commedia televisiva anglo-asiatica»; Massimo Girelli su «Le parole sono pietre: rappresentazione e accesso degli immigrati ai media in Italia»; infine Mirca Madianou su «Ict, reti transnazionali e vita quotidiana» che esamina soprattutto il nuovo ruolo di Internet e telefonia cellulare. Tutti degni di interesse con, è ovvio, un occhio più attento su Girelli che racconta come i media italiani decidano chi è cittadino di serie A e chi no, deve partire in B con vari punti di penalizzazione.
4–«Alashe è nella cultura yorube colui che fa […] crea tessendo parole». Cortez invece è «un killer» nella nota canzone di Neil Young. «La letteratura è una mina vagante. E questa è un’ottima cosa» per dirla con Salman Rushdie. E poi Igiaba Scego [molto amata qui a Carta], Fatema Mernissi, Tahar Ben Jelloun, Coetzee, Edward Said, Sandro Portelli, Orhan Pamuk, lo schiavo liberato [nel 1700] Olaudah Equiano, Gabriella Ghemandi, Doris Lessing, Toni Morrison… Muovendosi fra letterature e immaginario collettivo, le 8 autrici [10 contando la prefazione di Rosa Caizzi e la presentazione di Miriam Traversi ] portano in viaggio tra India e Sudafrica, mondo arabo e Usa, Cina e migranti in Italia… ma anche su e giù per lo spazio-tempo. Questo bel volume esce nella collana «Crescendo» della Emi ed è curato dal Cres, Centro ricerca educazione allo sviluppo, che si occupa dell’attività di Mani Tese in ambito scolastico; è il settimo della serie mentre l’ottavo è Perché l’Europa ha conquistato il mondo? di Massimiliano Lepratti, assai utile strumento interdisciplinare.
5 – Il libro di Chatterjee è un contributo teorico importante sulla «democrazia» oggi ma anche sull’idea di nazione e sulle politiche dei «governati» [occhio, all’ultima parola manca una “n” dunque non si ragiona su chi comanda ma su chi sta sotto]. «Rifugiati, senza terra, lavoratori alla giornata […] sotto la linea della povertà–sono tutte categorie demografiche della governamentalità. Questo è il terreno in cui si definiscono le rivendicazioni»: lo sguardo è sull’India ma subito si allarga al «globale/locale, prima e dopo l’11 settembre». La post-fazione di Sandro Mezzadra ci aiuta a capire come la «modernità ibrida» analizzata da Chatterjee sia una categoria del tempo e dello spazio comune; le sue analisi dunque «interrogano direttamente anche noi, cittadini d’Europa […] provincia che ha a lungo preteso di essere il centro del mondo». In questo senso è sicuramente anche un prezioso strumento inter-culturale.
6 – Un discorso analogo a quello appena fatto –sulla necessità di allargare gli orizzonti–vale per La voce dell’altra: «donne, straniere, scritture» è una triade importante per chiunque non voglia fermarsi a ragionare solo sulla parte visibile [e luccicante] dell’iceberg sul quale abitiamo. «L’alterità femminile è stata spesso accostata alla subalternità coloniale» e le scrittrici che Lidia Curti ci aiuta a esplorare parlano di quelle «identità multiple» che sono il cuore della questione, di oppressioni, discriminazioni, rivolte: «voci di esilio e fuga, viaggio e nomadismo […] nuove possibilità e nuovi paradigmi, e assieme condizione di spaesamento, di divisione e di dolore». Autori e soprattutto autrici che non hanno ancora un editore italiano al fianco di Toni Morrison e Angelica Carter, di Igiaba Scego [eccola di nuovo] e di Edward Said, di Assia Djabar e Nassera Chohra, di Anita Desai ma anche di molti film che in forma velata o diretta ci ripropongono metamorfosi, maschere e contaminazioni delle culture.
7 – Basta scorrere velocemente l’indice di Fare intercultura in laboratorio per capire che siamo alle prese con «proposte operative» per fare i conti con «uno dei temi di fondo dell’interculturalità: l’educazione alle differenze». Dignità, identità , storie personali e collettive, generalizzazioni pregiudizi sono i titoli di alcune sezioni. Un esempio a caso. Se aprite a pagina 108 e guardate con calma la scheda «Italiani… brava gente» subito capite che quelle 20 frasette-standard [riprese da un lavoro fatto in una scuola superiore di Roma] sono fili importanti del gomitolo che definiamo immaginario collettivo. D’Andretta è prodigo di consigli, suggerimenti [dallo zen a Rodari, da Giorgio Gaber al Teatro dell’oppresso], schemi grafici, indirizzi utili, proposte di giochi e letture. Fondamentale per chi si trovi – con qualunque ruolo – a passare il suo tempo in una classe.
8 – Può capitare alla presentazione dell’ultimo libro di Gnisci di scoprire che l’autore è in ritardo perché sta discutendo, in un altro luogo, del suo penultimo testo… appena uscito. Non per caso questo volume ha in evidenza nel sotto-titolo un «3» [dunque va ricollegato ai due precedenti e, ove possibile, letto con loro] e pur essendo giunto in libreria da soli 4 mesi è già incalzato dal successivo, Il nuovo planetario italiano, un’antologia di scritture migranti, in uscita per Città aperta [altro editore molto attento a questi temi]. L’infaticabile Armando insegna letteratura comparata a Roma e interculturalità a Venezia, ha al suo attivo 40 libri tradotti in 12 lingue, per tacere delle molte e preziose collane che inventa e/o cura come questa «Kumacreola» che presenta narrazioni e ricerche, parole migranti e studi interculturali. Un po’ alla maniera dell’Eta Beta dei fumetti, Gnisci nel suo marsupio trova tutto ciò che serve: Montaigne e Gianni Celati, Cesaire e Glissant, Giordano Bruno e Walcott per chiudere il libro con l’ingenua, straziante e subito dimenticata lettera che due ragazzi guineani indirizzarono «ai signori membri e responsabili d’Europa» prima di salire da clandestini sul vano del carrello di un aereo che li avrebbe scaricati – morti assiderati – a Bruxelles, il 3 agosto 1999. Se ci fossero in giro più Gnisci sarebbe meglio; visto che in Italia ce n’è uno solo… lui lavora e scrive per quattro.
9–«Nulla è più greco di Apollo. Eppure Apollo è di origine “barbara”». Che parli della «limpidezza del sangue» o della ex ebrea convertita Teresa D’Avila, di Lautréamont e Kafka o del «tradurre» [che «non è un trasporto bensì un rapporto»] il libretto di Laplantine e Nouss è una cascata di provocazioni documentate e di felici spiazzamenti. Se appena finito questo libro, vi capiterà di aprire tv o radio e sentire Pera, Ratzinger o magari Prodi vantare le radici cristiane dell’Europa sarà inevitabile rotolarsi per terra dal ridere. Già nel XVI secolo c’è Pierre Charron ad ammonirci: «Tutte le cose a questo mondo sono mescolate e stemperate con i loro opposti […] Tutto è mescolato, nulla è puro fra le nostre mani». In qualche punto il linguaggio e l’argomentare dei due autori si fanno più complessi e forse faticosi ma dove raccontano le nostre tre amnesie storiche oppure la pittura francese e Ornette Coleman, la mitica Vienna e la religione Umbanda, il godimento è totale. C’è quel felice e raro effetto di ricordare e insieme scoprire, nel breve tempo di due ore [90 pagine senza le appendici] che da sempre abitiamo in una pluralità di mondi anziché su un unico noioso e spaventato pianetino.
10 – Qui non c’è da girarci intorno. La città plurale è un libro da possedere assolutamente. La quantità di informazioni che offre è impressionante; lucide, chiare, documentate le analisi [fra l’altro di Marco Aime, di Graziella Favaro e di Lorenzo Luatti, che è anche il curatore del volume]. Un po’ ci si arrabbia a scoprire i nostri giornalisti, politici e opinionisti – e purtroppo noi stessi – in questi anni raramente hanno avuto notizie sul progetto Osi [Osservatorio per la salute degli immigrati], sulla Carta di Rotterdam e le esperienze, anche italiane, per formare i poliziotti adatti a una società multietnica, o su altre prassi importanti che qui vengono sottratte all’oblio. La prima parte del libro serve a definire il quadro d’insieme: lavoro, religione, pedagogia, politiche della casa e così via. La seconda si rimbocca le maniche scrutando le esperienze concrete, raccontandole, confrontandole, dove serve criticandole. Oltre alle schede e alle indicazioni dei siti c’è persino un indirizzario delle librerie più competenti e aggiornate per chi cerchi libri e riviste in altre lingue.
11- Titolo suggestivo [Io ti vedo, tu mi guardi] per un convegno del 2003 che due anni dopo è stato tradotto in libretto grazie anche all’impegno della fondazione Fossoli, nata a Carpi per ricordare l’ex campo di concentramento. Non il solito convegno magari dotto ma ampolloso e astratto bensì la concretezza di chi si trova nel cuore dei problemi. Scuola, formazione, donne immigrate, pratiche di intercultura sul territorio sono i soggetti privilegiati del discorso. Sei riflessioni e tre racconti: Stefano Allievi, Claudio Baraldi, Claudio Cernesi, Nora Lonardi, Antonio Nanni, Annamaria Rivera a confronto con le esperienze dei centri interculturali di Torino [ne parla Anna Ferrero], l’insieme dell’Emilia Romagna [è Angela Giardini a sintetizzarla] e Bari con Taysir Hasan che della migrazione è protagonista, come svela il suo nome, ma anche comunicatore visto che lavora anche per quotidiani e tv. Nove voci preziose.
12 – Si sia laici o credenti sarebbe auspicabile essere concordi nell’idea che togliere il cerino “religione” dalle mani dei più fanatici [i quali magari non sono in moschea o al Vaticano ma alla direzione del Corriere della sera o del Foglio] sarebbe buona e urgente cosa. Questo libro può aiutare una riflessione. Il sotto-titolo di Educare al pluralismo religioso è un po’ misterioso per i non addetti ai lavori… «Bradford chiama Italia» infatti rimanda alla «esperienza pionieristica» di una città inglese che da tempo ha adottato «il Syllabus, un dettagliato curriculum di educazione inter-religiosa e inter-culturale che attraversa i vari ordini e gradi di scuola». Si parla anche d’Italia: proposte, appelli e riflessioni per un Paese dove sinora il pluralismo religioso è spesso invitato a cena ma poi messo a mangiare nel sottoscala. Nella lunga presentazione Flavio Pajer esce subito dall’ipocrisia per dichiarare che in Italia «sul posto delle religioni nella scuola pubblica» si registra «la permanente e complice assenza di una volontà politica di Stato e Chiesa cattolica». Per concludere con un accorato: «E’ troppo sperare dallo Stato italiano che, su questo problema di sua competenza, esca dalla sua succube latitanza?».
13 – Contrariamente al volume sopra citato qui il sotto-titolo è chiarissimo: «Percorsi interculturali su testi di Dante, Tasso, Moravia, Fortini, Arbasino, Defoe, Tournier, Coetzee, Emecheta, Saro-Wiwa». Il libro mantiene quel che promette invitando professori e studenti meno conformisti a indagare sui rapporti fra Dante e l’Islam, sul concetto di «altro» nella Gerusalemme liberata, sulle «metamorfosi del selvaggio» in un classico e due moderni o magari di valicare qualche altro muro di pigrizia per riflettere sull’assai diverso modo in cui tre scrittori italiani dei giorni nostri hanno raccontato la Cina; per finire con l’analisi di due testi variamente legati all’Africa: il Cittadina di seconda classe di una nigeriana migrata in Gran Bretagna e il grande «poema pedagogico» Anche questa Nigeria di Saro-Wiwa [assassinato dai militari perché lottava contro le infamie delle compagnie petrolifere]. In quelle poche sacche di scuola che resistono al degrado ecco uno strumento di lavoro ma anche il trampolino di lancio per inventarsi altre direzioni.
14–«Piove sempre / in questo Paese / forse perché sono / straniero»: il volume Stranieri di carta si apre con questi versi di Gezim Hajdari, albanese ma dal ’92 in Italia. L’idea del libro non è nuovissima ma quest’antologia è più completa, aggiornata e curata di altre simili. Tre sezioni. Nella prima 7 testi di scrittori e scrittrici immigrati in Italia: il lavoro visto da Pap Khouma, gli equivoci raccontati da Mohamed Bouchane, i pregiudizi nell’occhio di Shirin Ramzanali Fazel, la nostalgia di Christiana de Caldas Brito, il viaggio secondo Younis Tawfik, il sospetto nell’acida ironia di Ron Kubati, abitudini e cibi nelle parole di Kossi Komla-Ebri. La seconda sezione ospita 6 voci di immigrati in Europa, riprese da testi più o meno famosi. «Visti da noi» è il titolo della terza sezione: Albinati, Lodoli, Veronesi, Onofri, Camon, Ventavoli, Carofiglio e Camilleri alle prese con lavavetri, ambulanti, “badanti”, razzisti e naufraghi.
15 – Provare a ragionare pacatamente su barbarie e intolleranza, sul cosmopolitismo astratto e sul concreto quanto impervio diritto di cittadinanza. «Garantire uno spazio all’altro», praticare «il rifiuto del danno»; gli orrori del passato e il «mai più» urlato nella Dichiarazione universale del 1948. Il bel libro di questo filosofo spagnolo, non per caso, prende il via dal famoso dipinto «L’ho visto io, disastro numero 44» di Goya. Una prima, importante e spesso dimenticata, distinzione è fra la tolleranza, recente virtù, «negativa» [cioè limitare i disaccordi] e «positiva» [comprendere il diverso]: da qui bisogna prendere le mosse per «un cammino di giustizia». Con utili consigli finali per opporsi alle nuove forme di barbarie e praticare «le nuove frontiere della tolleranza, questa fragile virtù pubblica che tende alla giustizia».
Lo slalom fra le pile dei volumi per ora si conclude qui: nello spulciare, anche per conto degli «zetisti», un po’ dei più recenti testi legati alle tematiche dell’inter-cultura nel setaccio sono rimasti questi 10 [d’accordo 15 ] libri. Ogni rettifica, aggiunta, precisazione o contestazione è sempre gradita su questo sito.
Ma bisognerebbe parlare anche delle riviste, no? Certo. E dei siti ovviamente o delle newsletter. Oppure dei testi bi-lingue [assai belli quelli della Sinnos]. Facciamo un’altra volta?






