Non si vive di soli Farina - Francia, giornali e spioni

Carlo Lischi è un freelance , ovvero un giornalista che prova a vendere i suoi pezzi qua e là: un po’ per amore di indipendenza, un po’ perché i tempi son duri e nessuno assume.. Fra i clienti di Lischi c’è Fatti diversi , piccola agenzia specializzata in cronaca nera. Un giorno sulla segreteria telefonica Lischi trova un messaggio di Massimiliano Nazzari: «ti ricordi? abbiamo lavorato insieme alla rivista Le inchieste una decina d’anni fa. Mi firmavo Nazur…». Passano poche ore e, scorrendo un quotidiano, Lischi scopre che Nazzari è stato ucciso proprio «nella tromba delle [mie] scale». Ovviamente fiuta qualcosa di sospetto. Tanto più che arriva subito un secondo morto, anche lui ex collega… Grazie all’aiuto di Gianni Tavernari [suo amico, esperto di informatica; un hacker direbbero quelli che vogliono sempre imbarattolare tutto] Lischi scopre strani nessi con la morte misteriosa di almeno altri 4 colleghi, in vario modo legati a Le inchieste , battagliero mensile che purtroppo ebbe vita breve. Che tutte queste morti siano parte di una sola ragnatela è la sua paura e a un tempo convinzione; vedremo poi se vera. La vecchia rivista, a quel che Lischi [fra ricordi personali e un minimo di archivio, come s’usa in questo lavoro] ricostruisce, doveva essere un mix “innovativo” di cronaca nera, inchieste approfondite e sociologia, comunque «colpire sotto la cintura», grande libertà e una certa disponibilità finanziaria… piuttosto inusuali in ambienti “non allineati”. Le inchieste era pubblicata in Italia ma stampata in Lussemburgo, più che altro per ragioni fiscali. C’era dietro un riccone che in questa maniera scaricava un po’ di tasse passando pure per protettore della libertà d’informazione. La vicenda è piuttosto intricata ma senza farla troppo lunga si può arrivare subito all’epilogo: lo scavo di Lischi e del suo socio [ma c’è anche una storia d’amore che ogni tanto irrompe] apre nuovi scenari che via-via coinvolgono: un paesino e altri morti; la Sodic ovvero una improbabile «Società oceanica di sviluppo e di investimenti caledoniani» che poi rispunta con la stessa sigla ma una piccola variante nel nome; alcuni politici di primo piano invischiati in attività compromettenti; infine un altro vecchio collega [Giorgio Quartana] che fra l’altro ha rapporti di lavoro strettissimi con una ricca, importante e “nobile” associazione–per ora niente nome, onde evitare querele–impegnata a lottare contro una terribile malattia. Non è ancora chiaro a Lischi e Tavernari quale sia il filo che collega tutto… Di sicuro corrono fiumi di soldi eppure l’associazione di cui sopra non pare granché interessata «ai progressi della medicina». Altri fili complicano la trama: come un articolo, non firmato, che accenna a «denunce contro un sindacato di magistrati che aveva accettato ingenuamente i regali di un mercante d’armi». Ci avviciniamo alla fine e a due successivi colpi di scena: il primo riguarda Lischi e il secondo la struttura narrativa… per dirla in termini più semplici l’articolo che state leggendo. La soluzione è questa: tutto iniziò con una piccola allusione in un articolo [dieci anni prima, appunto in un numero de Le inchieste ]     su L. P, oggi deputato, sotto ricatto. Il primo colpo di scena riguarda la rivista ma anche l’incolpevole Lischi. «Si tratta di una vecchia tecnica dei servizi segreti. Non c’è niente di più faticoso che correre dietro all’informazione […]. Per evitare tanta fatica, una volta ogni 10 anni lo Stato decide di creare un vero-falso giornale destinato a recuperare il massimo delle informazioni non ufficiali. Per essere credibile, un tale progetto non può essere finanziato tramite le vie normali e bisogna organizzare circuiti economici paralleli». Preoccupante vero? Sembra uno degli ironici teoremi del Watergate, che all’incirca recita: «per quanto siate paranoici gli intrighi di Stato potrebbero essere molto peggiori di quanto pensate». Ed ecco il secondo colpo di scena. Chi scrive in realtà non ha portato in superficie – con chissà quale fatica e rischio–un altro dei “misteri italiani” ma vi ha solo raccontato, cambiando i nomi e quasi nient’altro, la bella trama di un romanzo del francese Didier Daeninckx, eccellente autore di noir . Si tratta de Il giardino degli orrori pubblicato nei Gialli Mondadori [il 30 marzo 2006] mentre l’originale 12, rue Meckert era uscito nel 2001 dal prestigioso Gallimard. Perciò rassicuratevi. E’ una fantasia [oltretutto francese] che i servizi segreti finanzino riviste “d’assalto”.   O no? In ogni caso le 4500 battute che avete letto possono essere utili, oltre che per invitare gli appassionati a recuperare il libro, a due rapide riflessioni-conclusioni. Abbastanza ovvia la prima. Che la tesi di Daeninckx sia vera, falsa o verosimile non sarebbe male che i giornalisti integri tenessero presente questa possibilità ovvero che lo Stato – tra Francia e Italia le differenze, da questo punto di vista, sono minime–possa finanziare un vero-falso giornale per raccogliere informazioni scottanti [da utilizzare in seguito anche per ricatti politici] e pensassero a contromisure.    Quasi un gioco perverso la seconda riflessione-domanda. Con la memoria alle vicende [vere, verosimili o inventate ad arte] di questa Italia dei misteri – diciamo da Portella delle Ginestre a oggi passando per Piazza Fontana, Andreotti e la P2–se Daeninckx avesse ragione e dunque anche da noi l’idea francese è stata messa in pratica allora quante [e quali] testate sono state, più o meno consapevolmente usate? Tutte di destra o invece… ? Se fra lettori e lettrici di Carta c’è chi vuole azzardare risposte sia ben venuto sul nostro sito. Che, come sapete, è molto “povero”: gli spioni ci leggono con attenzione sì ma preferiscono non finanziarci.

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