Dall’inizio dei tempi, la Gange è stata culla delle civiltà indiane, come il Nilo per gli Egizi e il Tigri per gli Assiri. Ma la Gange è un fiume femminile, adorata come divinità generosa e materna.
Figlia delle Himalayas, nasce a Gomukh dalla bocca di una roccia a forma di mucca, nei ghiacciai di Gangotri sotto il monte Kailash–considerato residenza di Shiva, dio meditatore e amante del chillum, la cui metà femminile Parvati garantisce la fertilità del mondo.
In India i testi sacri, dai Veda in poi, danno alla Gange un’origine celeste: sarebbe discesa direttamente dal firmamento, per le preghiere degli esseri umani, che ancora una volta si erano cacciati nei guai. Lunga 2.700 chilometri (il doppio dell’Italia) ha un bacino di un milione di km quadrati senza contare gli affluenti E’ paradossale che oggi proprio le sue acque siano vittime della sporcizia prodotta dagli esseri umani che finora ne hanno tratto sostentamento: il 40% degli indiani vive ancora grazie alla Ganga-Ji–la sacra acqua del fiume.
Grazie a urbanizzazione e industrializzazione selvagge, con un riferimento cieco al modello occidentale di sfruttamento delle risorse naturali, l’inquinamento della Gange e dei suoi affluenti–è stato considerato dai fautori del ‘progresso’ come inevitabile, come un ‘costo dello sviluppo’.
In seguito all’avvento ufficiale del neoliberismo nel 1991 le acque della Gange sono state liberamente deviate per irrigazioni, imprigionate in dighe per produrre energia elettrica, avvelenate da agenti chimici usati nell’agricoltura e usate come scarico di rifiuti di ogni tipo (solo i liquami fanno 900 milioni di litri ogni giorno).
A Kanpur, la più grossa città dell’Uttar Pradesh, rinominata la “Manchester dell’Oriente” risiede un grande numero di industrie, specie di cotone e del settore tessile, ma anche per la lavorazione della pelle. Solo queste ultime ammontano a circa 350, concentrate nell’area di Jajmau dove possono scaricare comodamente nella Gange molti inquinanti (tra cui il metallo pesante cromo), oltre alle 400 tonnellate di rifiuti solidi che l’industria della pelle produce in quella zona. I governi che si sono succeduti hanno mantenuto un atteggiamento schizofrenico tra la promessa di un “Ganga Action Plan” e la tolleranza del fatto che “milioni di litri di inquinanti di ogni tipo venissero riversati nel fiume ogni singolo minuto”. Da parte dei movimenti occorrerebbe una nuova visione, complessiva che ispiri la gente–per trovare soluzioni che non siano parziali o estemporanee: “Bisogna ripensare al fiume come ad una entità organica–se si inquina una parte, si inquina il tutto. E se gli esseri umani vogliono sopravvivere, la Gange deve sopravvivere”. (www.ecofriends.org)
In questi giorni l’eterna Gange è tornata all’attenzione delle cronache occidentali per il Kumbha Mela, grande festa hindu, dove 30 milioni di persone accorrono da tutta l’India per bagnarsi in quelle che un tempo erano le sue azzurre e maestose acque. Nel distretto di Kanpur-Allahabad la situazione è particolarmente drammatica perché ora il fiume è basso. L’acqua inquinata ha un effetto mortale sulla salute umana, sia diretto con l’aumento delle infezioni e di tutte le malattie legate all’acqua, sia attraverso la catena alimentare, in termini di cancro, malattie respiratorie, problemi renali (http://www.kanpurganga.com).
Centinaia di sadhu, saggi, meditatori, yogi, eremiti delle foreste, custodi dei segreti più antichi della natura–alla quale si sposano ed alla quale dedicano la gioia di ogni giorno vivendo nudi nelle jungle indiane–oggi minacciano l’annegamento volontario, come le popolazioni sommerse durante la costruzione delle grandi dighe, in un estremo atto di protesta. (http://www.indiadaily.org). Così come fecero le Maya del Messico–circa 5000 donne indigene–per contrastare l’avanzata degli invasori spagnoli: sotto i loro occhi si lanciarono (con i figli in braccio) dall’alto di una gola sotto cui scorre ancora il fiume. Questo sacrificio di massa riuscì a fermare l’esercito dall’altra parte di quello strapiombo, che da allora si chiamò «canyon del cimitero».
La retorica del suicidio come protesta è diventata oggetto di studio anche nelle scienze sociali. Vi sono stati molti casi, da Emily Davison suffragetta che si immolò per il voto alle donne, ai monaci buddisti di Saigon che si diedero alle fiamme, come pure lo studente Jan Palach dopo l’invasione della Cecoslovacchia; fino ai giorni nostri, dall’attivista statunitense Malachi Ritscher che si immolò per mandare un messaggio contro la guerra in Iraq, al coreano Lee Kyoung-Hae, leader noglobal che si accoltellò durante le proteste contro il Wto a Cancun.
Possiamo dirci che il suicidio è controproducente, che sarebbe meglio spendere la vita lottando che spegnerla per protesta–ma l’idea del suicidio sembra passare da fenomeno religioso a politico in misura crescente. In questi anni vi sono stati suicidi di lavoratori immigrati per resistere alla deportazione in molti paesi del nord del mondo; di prigionieri per protestare contro le condizioni del carcere, per un trasferimento negato o contro provvedimenti disciplinari; di centinaia di contadini indiani disperati nel tentativo impotente di fermare il neoliberismo. Talvolta questi suicidi di protesta hanno avuto efficacia: dopo il suicidio di due costruttori di navi che si impiccarono alle loro gru per protesta contro il lavoro precario, la Hanjin Shipbuilding Company fu costretta a regolarizzare tutti gli operai in Corea, dove il suicidio politico ha raggiunto tali dimensioni da permettere al governo di seminare sospetti sui leader di movimento accusati di aver incoraggiato gli aspiranti sucidi. I sindacalisti si difesero dicendo che forse sì, dovrebbero tentare di prevenirli, ma “se succede dobbiamo rispettare la decisione dei suicidi” [Human Rights Watch].
Il Kumbha Mela in India durerà ancora fino alla metà di febbraio–e milioni di persone indignate per le condizioni del fiume fanno paura all’establishment; forse questa volta non succederà nulla: il governo può concedere il rilascio eccezionale delle acque trattenute dalle dighe–una ennesima misura ad hoc per risolvere l’emergenza, scongiurare un suicidio di massa che potrebbe travolgere non solo i politicanti di Delhi ma sovvertire le compatibilità sociali di uno sviluppo percepito come scellerato, distruttivo della natura, antiumano. Come un male evitabile che madre India può ancora scongiurare.
Gender Studies, Salute e ambiente
Università della Calabria






