Un giorno di guerra civile a Cochabamba

Scorre il sangue a Cochabamba. La guerra civile incombe scoppiata sulla città dell'Altopiano centrale boliviano. Dopo giorni di altissima tensione, giovedì pomeriggio poco dopo le 16 la città è caduta nel caos. Tre i morti fino a ora, indefinito il numero dei feriti, si parla di circa un centinaio. Ma è una cifra che probabilmente aumenterà.

Scorre il sangue a Cochabamba. La guerra civile incombe scoppiata sulla città dell’Altopiano centrale boliviano. Dopo giorni di altissima tensione, giovedì pomeriggio poco dopo le 16 la città è caduta nel caos. Tre i morti fino a ora, indefinito il numero dei feriti, si parla di circa un centinaio. Ma è una cifra che probabilmente aumenterà.

Con una violenza cieca, giovedì pomeriggio gruppi armati appartenenti a falangi destroidi della città hanno attaccato le migliaia di campesinos e cocaleros che da una settimana manifestavano contro il Prefetto della provincia, Manfred Reyes Villa, intenzionato a proclamare l’autonomia del dipartimento cochabambino e a unirsi così alla fila di dipartimenti dell’Oriente boliviano–Santa Cruz, Tarija, Pando e Beni–che il 16 dicembre scorso avevano proclamato un sedicente governo indipendente.

La situazione è precipitata in un lasso di tempo brevissimo: da mezzogiorno i campesinos si erano riuniti nella Plaza de las Banderas. Poco dopo le tre sono comparsi all’orizzonte–nel ponte opposto alla piazza–migliaia di appartenenti alla cosidetta «Gioventù Democratica» che appoggia il prefetto, per una manifestazione che il prefetto stesso aveva convocato già nella giornata di mercoledì e che definiva «pacifica» e «per la democrazia». Molti di questi «democratici» per giorni sono arrivati da Santa Cruz alla spicciolata per non destare sospetti.

I due gruppi si sono fronteggiati da un ponte all’altro del Rio Rocha, il fiume che divide il centro della città dalla parte nord. Per circa un’ora sono volati insulti, pietre e petardi. Ma nessuno pensava che potessero arrivare fino a Las Banderas.
Alle 16.00 il corteo dei «manfredisti» è riuscito ad avanzare fino al Ponte Cala-Cala, che porta alla Plaza de Las Banderas. A questo punto solo uno scarno cordone della polizia arginava la loro avanzata.

Qualche minuto dopo hanno rotto la barriera dei militari che divideva le due fazioni e si sono riversati con una rabbia inaudita addosso ai campesinos.
Erano almeno ottomila gli appartenenti alle associazioni e ai movimenti di cocaleros e campesinos che picchettavano da mercoledì la Plaza de Las Banderas, armati anche loro di rudimentali bastoni. Erano molto tesi, rancori atavici stavano venendo a galla all’improvviso. Ma tra di loro, come sempre quando marciano, c’erano donne con i bambini sulle spalle, vecchi, anziane cholitas: per la mobilitazione a favore dell’unità della Bolivia e contro il Prefetto, famiglie intere avevano lasciato i campi. I rabbiosi sostenitori di Manfred Reyes si sono abbattuti sui contadini come un fiume. Davanti ai nostri occhi hanno pestato a sangue vecchi e donne. Hanno lanciato lacrimogeni direttamente addosso alle persone. La gente presa dal panico si è rifugiata negli angoli della Plaza de las Banderas, dove è stata inseguita e picchiata. Si sono formati veri e propri mucchi di persone che si calpestavano a vicenda nel disperato tentativo di fuggire dalla furia dei picchiatori professionisti schierati dai manfredisti.

In un attimo la Plaza de Las Banderas si è trasformata in una bolgia di lacrimogeni e urla, decine di persone correvano insanguinate. I picchiatori avanzavano con scudi di legno facendo roteare nell’aria mazze da baseball e bastoni di ferro, colpendo chiunque gli capitasse a tiro.

Ci siamo rifugiati in un palazzo lungo l’avenida e la porta ci è stata aperta–benchè non potessimo respirare né vedere per i lacrimogeni–solo perché «blanquitos», per la nostra pelle bianca. Le televisoni diffondono notizie che imputano ai campesinos la responsabilità dell’inizio delle ostilità.
Le cose non sono andate così: suppostamente la polizia, alle dipendenza del Prefetto della città, ha lasciato passare i picchiatori. Li abbiamo visti, riuniti per pianificare l’attacco di oggi, mentre si salutavano stringendo le mani al comandante della polizía. Li abbiamo visti inneggiare al corpo militare. Quando prima degli scontri, presentandoci come stampa internazionale, ci siamo recati per registrare alcune immagini del loro raduno, siamo stati allontanati con forza e ci è stata ritirata la casseta della videocamera. Parlavano di «ammazzare i campesinos» e di «invasione della città».

Lo spiegamento militare di giovedì pomeriggio era senza dubbio insufficiente, visto quello che da giorni era nell’aria. La polizia non ha sparato un solo lacrimogeno contro la folla tumultuante che gridava «a morte gli sporchi indios». Quando nei giorni scorsi non aveva esitato a usare i gas contro i manifestanti che chiedevano le dimissioni del Prefetto. Non erano presenti con i camion e i tank con cui avevano affrontato gli i contadini nella Plaza 14 Septembre.

Dal 4 gennaio che la città è in stato d’allerta. Mercoledì scorso infatti, le sigle campesine, i movimenti sociali, e le sigle che rispondono al partito di governo, il Mas, si erano date appuntamento nella piazza principale della città per chiedere che Manfred Reyes Villa lasciasse il suo incarico. In 50.000 avevano pacificamte occupato lo zocalo centrale di Cochabamba.. Il colpo d’occhio della piazza afollata ricordava le immagini della Guerra dell’Acqua del 2000, quando i cittadini di Cochabamba con i movimenti sociali avevano letteralmente cacciato la multinazionale Bechtel che aveva privatizzato l’acqua della città. Aveva fatto ben sperare, era stato un momento di gioia per molti. Ma quel giorno d’aprile di sette anni fa, benchè fosse rimasto a terra un giovane colpito dall’esercito, era stato un giorno di memorabile vittoria contro la prepotenza neoliberista.

Oggi la situazione ha contorni ben diversi: era già degenerata l’8 gennaio scorso, quando l’ufficio della prefettura era stato bruciato dai manifestanti contadini.
Manfred Reyes Villas è un político dal passato pesante, legato all’ex presidente Gonzalo Sánchez de Lozada e prima ancora al partito di destra dell’ Nfr, nonchè principale imputato della cosidetta «strage de la calle Harrington», in cui, agli inizi degli anni ’80, un politico fu barbaramente assassinato. Nelle ultime settimane il prefetto aveva portato avanti la sua campagna secessionista, in linea con la recrudescenza delle forze di destra del paese–oligarchie di facoltosi latifondisti arricchitesi con la semi schiavitù degli indigeni–che da mesi battagliano in Senato e nelle televisoni per non perdere il loro privilegi.

Cochabamba è diventata il fulcro di tutte le contraddizioni che in questo anno di governo Morales si erano acutizzate nel paese: le manifestazioni degli ultimi giorni dovevano essere un segno del risveglio dei Movimenti sociali per l’unità boliviana, un segno del cambiamento che queste forze civili stanno portando avanti in un processo che dura da anni e che l’elezione del primo presidente indigeno della storia latinoamericana sembrava aver rallentato.

Con gravissime responsabilità, tutto è degenerato in una esplosione di odio, odio razziale. E venerdì il Mas ha convocato un altro raduno.

Note:
galleria fotografica da Cochabamba [bolivia.indymedia.org]

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