All'Anno Nuovo

Caro Nuovo [uso il cognome per tenere le distanze], spero vivamente che non sarai come il tuo collega che sta per andare in pensione. Cioè, come direbbe uno degli anni settanta, è vero che durante quest’anno Berlusconi è uscito da Palazzo Chigi, però poi è andato in folta compagnia in Piazza San Giovanni e adesso si stanno pure ricontando i voti, così che la nottata bestiale che passammo con gli occhi arrossati fissi sul televisore, nell’attesa di sapere chi effettivamente aveva vinto [o si presumeva che avesse vinto], potrebbe essere stata del tutto inutile. E poi, lasciami dire, che annata deludente, quella che sta per lasciarci. Ci sono ormai in giro fischiatori di tutti i generi, di destra e di sinistra, industrialotti e operai, e pressoché ovunque. Tranne che a Bologna, per la verità: nella città di Cofferati è proibito fare manifestazioni di qualunque genere per tutto il periodo delle feste, quindi al massimo si può fischiare da soli, che fa pure tristezza.
Ecco, vedi, questa fantastica decisione della città un tempo “rossa” la trovo paradigmatica, per usare un termine difficile. Diciamo che riassume in sé il senso della delusione, o conferma di cattivi auspici, che si agita nella testa di noi tutti. Perché si proibisce di manifestare? Perché si temono assalti al Cpt, ossia galera per migranti senza documenti [che Cofferati aveva promesso di cercare di far chiudere]? Perché pericolose bande di lavoratori precari non iscritti al sindacato confederale potrebbero assaltare il consiglio comunale o la camera del lavoro? Perché all’orizzonte si vedono torme di mercanti equosolidaristi capaci di tutto, perfino di spacciare miele ecuadoriano per le strade del centro? O perché gli zingari cacciati da qui e da lì potrebbero alzare le tende davanti a San Petronio e, per colmo di provocazione, esplodere la loro musica sovversiva? Perché, insomma, Bologna è per un mese intero trasformata in una versione più mite e grassoccia della Genova occupata dalla “zona rossa”, quando si ebbero i fatti su cui ben pochi, nella politica, hanno voglia di indagare sul serio? La risposta a questi angosciosi quesiti è decisamente stupida: ogni manifestazione di qualunque tipo potrebbe turbare lo shopping natalizio.
Da cui si ricava che di tutto si può discutere [si fa per dire], tranne che della funzione basilare per la vita della società: il commercio, il rito del consumo [quello su cui Oscar Marchisio ha scritto pagine immortali] che ha sostituito ogni rito civico, il sereno scorrere degli affari. Come non vedere che è qui la ragione di tutto? La Tav si deve fare per forza, anche se costa come un paio di leggi finanziarie, trapana le montagne e scava le fondamenta di Firenze. L’edilizia deve crescere perché sì, perché assicura buoni corsi finanziari e rafforza i poteri che ne derivano [i poteri esistono solo per questo: per rafforzare se stessi], anche se non c’è più alcun rapporto tra popolazione e bisogno di case e roba che si costruisce e che si sparge sul territorio come un blob maligno, e la vera legge urbanistica è la finanziaria, che taglia i soldi ai comuni e li costringe a vendere lotti per sopravvivere. I servizi pubblici devono essere “liberalizzati”, a prescindere, anche se è dimostrato che funzionano peggio, costano di più e la gente li vuole pubblici. E ancora: il lavoro deve costare poco perché, diavolo, non vorrete ostacolare la crescita, vero?
E il peggio è che li abbiamo anche votati, questi presunti rappresentanti animati come pupazzi meccanici da questa ideologia demente, hanno muri nella testa che gli impediscono di guardare oltre al loro piccolo mondo, fatto di “dichiarazioni” ai giornali, di sussurri nelle orecchie dei lobbisti di poteri assortiti e di confuse trattative mercantili dette “politiche”. Il 2006 è stato l’anno della “sindrome Nimby” [non nel mio cortile, in inglese dà quella sigla]. Ma a soffrirne in modo acuto non sono i valsusini di tutta Italia, che anzi sono lungimiranti, aperti al dialogo e generosi di sé e del loro tempo, ma i politici, i partiti, le istituzioni cosiddette rappresentative.
Scusa, Nuovo, mi sono lasciato trasportare. Mi rendo conto di averti scritto non una lettera, ma un avvertimento: sta’ attento a non comportarti, caro 07, alla stessa maniera dello 06. Avrei piuttosto dovuto scrivere una letterina ingenua e speranzosa. Tutti i governi di centrosinistra del mondo scopriranno infine che la terra è finita [è il titolo di un bel libro di Piero Bevilacqua, leggetelo] e anche la pazienza del 98 per cento di quelli che ci abitano sopra. Ma non credo che accadrà. Penso invece che dopo la valanga di melassa politichese che ci ha sommerso molta gente si unirà a quella che già si sta dando da fare per suo conto. Società civile, si chiama. E’ questo che mi aspetto da te, Anno Nuovo, perché in fondo la vita consiste nell’avere una foglia di insalata appesa davanti al naso, e inseguirla.

Mail_long
dello stesso autore
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città clandestino clima Colombia commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto elezioni emissioni Enel energia Epa Eritrea espulsioni Etiopia