G. P. e il senso di Genova

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G. P. aveva vent’anni nel 2001, andò a Genova, fu pestata per strada e portata a Bolzaneto. Lo raccontò per la prima volta – perché ricordare fa male, a Carta – l’anno scorso: “So che ho visto delle bestie fare cose allucinanti, mi ricordo le urla di dolore e gli insulti, ma ho visto anche tanta umanità e solidarietà tra noi”. Ora G. P. ci ha scritto per aggiungere la sua firma a quelle dell’appello che chiede la commissione parlamentare d’inchiesta. Un appello serve a quel che serve: ma se non altro G. P., che oggi ha 27 anni, ha potuto compiere il suo piccolo gesto di riparazione, verso se stessa, verso una persona che, ci disse, “ora quando vedo una divisa cambio strada e non andrò mai più a una grande manifestazione”. Nel settimanale in uscita sabato raccontiamo poi la storia di Rita, tra i primi ad ottenere una sentenza che obbliga lo Stato a risarcirla per quel che ha subito in una strada di Genova. Lei è sarda, e dice: se faranno il G8 alla Maddalena, ci sarò.

Genova non è solo una faccenda di reduci. Perché le ferite sono ancora aperte, quelle di G. P. e quelle di Rita, e già questa è una buona ragione. Ma stiamo ancora aspettando giustizia: a settembre decollerà appunto il processo su Bolzaneto, mentre da quello per la Diaz partono lapilli di verità e quello contro i manifestanti accusati di devastazione e saccheggio macina lentamente. E ancora: la politica dell’ordine pubblico è continuata tale e quale, da Amato presidente del consiglio nel 2001, quando si preparava il G8 sottoponendo i manganelli a test di resistenza sulle teste dei manifestanti di Napoli, in primavera, ad Amato ministro degli interni di oggi, che protegge il capo della polizia in uscita, il De Gennaro della Macelleria Diaz; da Scajola ministro degli interni durante il G8 a Scajola capo della Commissione di controllo parlamentare sui servizi segreti oggi. “La sicurezza – ha detto Veltroni candidandosi a "leader” del Partito democratico – non è di destra né di sinistra". Infatti Genova resta lì, una domanda sospesa.

Ma c’è un’altra spiegazione, per il fatto che il 20 di luglio di ogni anno si va di nuovo a Genova. E’ un motivo più complicato e più profondo. L’altro giorno, a Grottammare, durante la “biofesta” che abbiamo fatto insieme con l’Associazione degli agricoltori biologici, ho incontrato tra i molti una nostra abbonata di Rimini. “Ci sono venuta apposta”, mi ha detto quella signora dall’aria mite. Nei pochi istanti in cui abbiamo conversato, lei mi ha raccontato come nella sua città, la Las Vegas del mare, un po’ di gente si stia dando da fare per tutelare le sole spiagge libere rimaste, quelle ancora non occupate dalle catene di montaggio cabina-lettino-ombrellone. Se uno va a Rimini o a Riccione e si guarda intorno pensa che tutto è perduto: a perdita d’occhio alberghi e pensioni, ristoranti e pub, parcheggi a vigili dotati di manganelli e gas urticanti per dare la caccia ai venditori ambulanti, discoteche e appunto “bagni” come centri commerciali. Eppure, c’è gente per le quali le poche centinaia di metri quadrati che, dalle parti del porto-canale e nella zona delle ex colonie estive, non devono diventare merce, perché sono un bene comune.

Poco prima che incontrassi l’abbonata di Rimini, del resto, nella chiacchierata sotto il grande albero che avevamo condotto con valsusini e vicentini, fiorentini come Ornella De Zordo e inviati di Altrocioccolato [Gubbio], avevano raccontato la loro storia quelli di Otranto, dove un movimento cittadino è insorto a difesa dell’ultima spiaggia libera, la Baia dei Turchi: il ragazzo che ne parlava mostrava con orgoglio la maglietta prodotta per l’occasione.
Cosa vuol dire? Beh, che le ore terribili che G. P. ha passato rinchiusa a Bolzaneto, il dolore, l’umiliazione, la paura, e lo sguardo di solidarietà con il ragazzo o la ragazza che erano rinchiusi lì con te, tutto questo si è trasformato negli anni in migliaia di piccoli atti di ribellione. Che hanno, così mi pare, questo tratto comune: la tenacia. Quando sembra che non ci sia più nulla da fare, e l’"obiettivo" – si direbbe con linguaggio di sinistra – pare irraggiungibile, proprio in quel momento un improbabile, improvvisato e apparentemente fragile gruppo, comitato, rete, alza il dito e dice “no”. E afferma che quella cosa lì, la spiaggia e l’acqua, il paesaggio o un pezzo di città, appartiene alla comunità, non al tritatuttto del mercato. Accade a Rimini e a Otranto, a Venaus e a Vicenza, ad Aprilia e a Serre, e per fare l’elenco non basterebbe tutto questo sito.

Lo si vedrà bene il giorno in cui le ruspe dovessero comparire attorno all’aeroporto Dal Molin per cominciare a costruire la base. A Genova, al G8, ammazzarono Carlo e ci schiacciarono con la forza. Ma ora la verità su quel che accadde sprizza ovunque, nei processi e altrove, e noi ci consentiremo il lusso di dire al Pentagono, all’esercito più potente del mondo, “via da qui”. E l’altro giorno, tra le tante firme per l’appello su Genova, insieme a quella di G. P., è arrivata anche l’adesione di Cinzia Bottone, Vicenza. Il merito di tutto questo è di G. P., è di Rita e di altre due o trecentomila persone come loro, come noi, che eravamo a Genova.

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