Io, piccola libraia

La mia prima reazione alla telefonata con cui un amico mi avvertiva dell’accaduto è stata un assordante silenzio: mi sono ritrovata, nell’ordine, ammutolita, amareggiata e arrabbiata. La notizia, passata inosservata a parte qualche breve trafiletto su alcuni quotidiani [eccezion fatta per il manifesto], riguarda non solo me, libraia appartenente a una specie in via di estinzione, ma tutti quanti, perché di libri e di cultura si tratta. Il decreto Bersani sulle liberalizzazioni, fiore all’occhiello di un governo di centrosinistra, è stato approvato dalla camera, martedì 12 giugno, con qualche bella sorpresa. Non ha eliminato la commissione bancaria di massimo scoperto e lascia ai notai le vendite immobiliari, ma ha totalmente liberalizzato il prezzo dei libri, facendo sparire una legge sull’editoria che, seppur insufficiente, faceva salvo il principio del prezzo imposto, nonostante una lunga serie di deroghe. Non è importante se io sia contraria o favorevole alla logica liberalizzatrice; importa che chi ha presentato l’emendamento [l’onorevole Della Vedova, eletto nelle file del partito partorito dal principale editore italiano, Forza Italia], chi lo ha votato [i suoi ex «compagni» radicali] e tutti coloro che rimangono convinti dell’equazione «la libera concorrenza abbassa i prezzi, i prezzi bassi sono al servizio dei consumatori e favoriranno un aumento del numero [asfittico] di lettori italiani» hanno capito poco del mercato del libro, che preferisco definire «il mondo dei libri».

Mi si perdonerà la franchezza: non parlo da commerciante, parlo da libraia, da lettrice, da operatrice culturale che faticosamente cerca di andare al di là di ciò che è più immediatamente disponibile, perché i libri sono come un piccolo tesoro: per trovarli si deve poterli cercare. E per cercare non esiste un metodo infallibile, si tratta di allestire uno scenario nel quale entrino in gioco competenze, fantasia, varietà [sottolineo, varietà], passione e libertà. I libri in Italia hanno un prezzo spesso proibitivo? Credo di sì, anche se non sempre: discutiamone. Il numero di nuove proposte è esagerato? Certamente sì: discutiamo anche di questo. Il catalogo ne esce penalizzato? Non sempre, credo, fin quando esisteranno luoghi in cui non ci si dimentica del «vecchio» per inseguire le novità che durano, spesso, il tempo di un mattino. E quei luoghi sono le librerie, anche se il signor Della Vedova non se ne accorge, sono spazi, non importa se di cinquanta o trecento metri quadrati, in cui un libraio, o due, o dieci, passano ben più del tempo immaginabile a scegliere, a spulciare, a proporre qualcosa di diverso. E sono spazi, temo, destinati a scomparire. La liberalizzazione del prezzo dei libri non spezzerà posizioni di monopolio ma contribuirà a crearne, perché solo i supermercati, gli ipermercati e le grandi librerie di catena potranno permettersi di praticare forti sconti e perché solo le grandi case editrici saranno in grado di proporli. Gli altri, piccole librerie e piccole case editrici, saranno tagliati fuori e tutti quanti, lettori di best seller e di «nicchia», non avranno più librai e librerie cui rivolgersi per trovare ciò che i «grandi» non hanno interesse [economico] a pubblicare. Saremo tutti un po’ più poveri anche se potremo acquistare l’ultimo libro di Camilleri a metà del prezzo «consigliato», perché non sarà facile trovare sui banchi del supermercato «Fahreneit 451» o «La banalità del male».

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