In assemblea nasce l'accordo sulla moschea

La terza riunione tra cittadini dei comitati, rappresentanti della comunità musulmana e istituzioni locali riesce a sbloccare il progetto della nuova moschea di Bologna. La parola ora al consiglio comunale che ne discuterà il prossimo 30 ottobre.

Chi si aspettava una nuova assemblea tumultuosa è rimasto deluso. La terza assemblea di giovedì sera presso il quartiere San Donato di Bologna sul tema della moschea è filata liscia. Due ore di dibattito «utile e pacato» per arrivare ad una conclusione: la Moschea si farà, sempre vicino nell’area del Centro agroliamentare di Bologna [Caab], nella periferia nord. Non sarà più di 52 mila metri quadri come nel progetto iniziale, bensì di 9000, in due aree, più 9 mila per il parcheggio e altri 10 mila di cui due o tremila edificabili per i luoghi di preghiera, uffici, aule, sale per le abluzioni.

Soddisfatto l’assessore all’urbanistica Virgilio Merola, presente all’incontro, per il quale il dibattito «ha spazzato via una discussione sulla libertà di culto che non apparteneva al dibattito democratico». Ora la decisione dal quartiere passerà al consiglio comunale il prossimo 30 ottobre, dove verrà formalizzata con una proposta di Fondazione per controllare il bilancio. La Fondazione dovrebbe essere costituita da un consiglio di amministrazine paritetico [3 consiglieri eletti dal comune, 3 dal Centro di cultura islamica], con l’aggiunta di un protocollo d’intesa per l’utilizzo dei locali [«una richiesta mai fatta a nessun’altra confessione» precisa Merola]. Soddisfatto anche Riccardo Malagoli, presidente di quartier uscito dal Prc, che dopo le prime assemblee piuttosto accese, con la presenza di alcuni esponenti di estrema destra, si era appellato alla città perché si manifestasse la Bologna democratica. I motivi per pensare a un’assemblea agitata c’erano anche questa volta. Prima dell’inizio, la Lega Antidiffamazione cristiana aveva manifestato di fronte all’entrata con cartelli che citavano sondaggi del Corriere della Sera [51 per cento dei bolognesi sarebbe contro la moschea] e Magdi Allam [«dove si costruiscono moschee aumenta il degrado e cala il valore degli immobili»], annunciando 3000 firme e un esposto contro il Comune.

Nonostante il disturbo, l’assemblea inizia puntuale. Viene distribuito un opuscolo con i documenti, la sintesi della discussione precedente e la proposta illustrata da Malagoli. Il primo intervento è dei comitati che con Gregorio Matteucci ne fanno una questione di numeri: «Il comune dice che ci sono 12 mila musulmani a Bologna, di cui il 10 per cento praticante. Basterebbe una moschea di 1200 metri quadri». I comitati poi formalizzeranno meglio le obiezioni in documento allegato agli atti. «Moschea ancora troppo grande», «meglio tante piccole», «meglio in un’altra zona», «il protocollo non ci da sicurezza», «il centro islamico non è rappresentativo», dicono i comitati.
Obiezioni spalleggiate anche da qualche politico. Come Silvia Noè, consigliera UdC al Comune, che dice che il consiglio comunale è stato scavalcato o l’On Pini della Lega Nord che lancia generiche accuse contro l’Ucoii. Il resto sono tutti interventi più favorevoli. Come quello del signor Tesini che si definisce un «parrocchiano» e nel valutare la trasparenza del percorso di partecipazione domanda ai critici se «un atto amministrativo può essere valutato in base alla propria fede». Una signora legge un documento del Centro volontariato sociale del Pilastro che cita la Costituzione e la libertà di culto. Antonio Casillo gestisce il Circolo «La Fattoria» al Pilastro e racconta di come lui «democratico e di sinistra», durante gli incontri sulla moschea ha potuto approfondire culture che non conosceva ed ora fa iniziative comuni con giovani musulmani nel suo circolo: «E poi considerando che nella stessa zona verranno insediati altri supermercati, non dovremmo preoccuparci di questi invece che di un posto dove si fa cultura?». Ma è l’intervento finale del presidente del Centro, Radwan Altounjii, a rispondere alle critiche: «Come si fa a dire che non siamo rappresentativi quando, prima del progetto, abbiamo convocato 5000 persone? Una moschea non è un partito, devono poterci pregare tutti in una religione come l’Islam che, come abbiamo visto in questi incontri, ha tante differenze. Abbiamo solo un timore: l’area della moschea e del parcheggio sono divise da una strada molto trafficata, e quando sarà finita, staremo comunque stretti. Nonostante questo siamo orientati a dire sì». E mentre si scioglie l’assemblea in pochi si accorgono di un ragazzo e un signore che parlano in fondo alla sala. Il primo in giacca e cravatta, dei comitati, durante il dibattito aveva provato a prendere appunti. Senza penna, se l’è vista porgere da un ragazzo dai tratti arabi dietro di lui, tirata fuori da una borsa con la bandiera palestinese. Qualche attimo di sorpresa, e poi un grazie che rompe il ghiaccio per un dialogo a fine serata. Forse rimarranno sulle rispettive posizioni, ma come sembra aver dimostrato l’assemblea appena conclusa, non è inutile almeno continuare a discutere.

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