A colloquio con Epifani sul 20 ottobre

E’ proprio vero che è meglio parlarsi direttamente, anche quando non si è d’accordo su questo o su quello, piuttosto che per interposte interviste o dichiarazioni alla stampa. L’incontro del comitato promotore della manifestazione del 20 ottobre [presenti Gabriele Polo, Piero Sansonetti e Pierluigi Sullo per i tre giornali, Aurelio Mancuso di Arcigay e Rossana Praitano del circolo Mario Mieli, firmatari dell’appello] con Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, è stato uno scambio di opinioni molto amichevole durato più di un’ora. I promotori del corteo gli hanno chiarito che le rappresentazioni dei giornali non corrispondono alla realtà, che non si tratta di una manifestazione «della sinistra radicale», che non vuole essere l’avvio della fondazione della «cosa rossa», che vuole sollecitare il governo ad applicare il suo stesso programma, che mira a riaprire una relazione attiva tra pezzi di società civile, insomma quel che si è ripetuto negli ultimi due mesi. Con un successo modesto, dato che ancora alla vigilia i grandi giornali insistevano su «i movimenti contro i partiti di sinistra», per dipingere la manifestazione, citando i Cobas o i disobbedienti. O i No Tav, molti dei quali per altro saranno a Roma.
Nel colloquio alla sede nazionale della Cgil, Epifani ha fatto notare come secondo lui e la sua organizzazione le critiche al Protocollo sul welfare, da parte dei firmatari dell’appello del 3 agosto, sono eccessive. Che su diversi punti la condizione di lavoratori e precari migliorerà, e che in ogni caso è il massimo che si poteva ottenere. Gli organizzatori del corteo hanno tenuto il punto, ossia la critica al Protocollo, ma aggiunto che la manifestazione non ha solo quello scopo, e che su altri punti, come il no alla base di Vicenza, la pensano allo stesso modo della Cgil, che era scesa in piazza in febbraio. E che in ogni caso è bene che non rimangano, dopo la manifestazione, scie di malanimo, perché la presenza della Cgil, sul territorio e nelle fabbriche, è importante oin un periodo di tale discredito della politica. Epifani ha augurato il miglior successo della manifestazione, perché, ha detto, è un fatto di democrazia. E quanto alla polemica sul divieto di portarvi la bandiera della Cgil, ha precisato che si tratta di una indicazione corrente, per ogni tipo di manifestazione che non sia promossa dalla stessa Cgil. Non c’era, ha detto, alcun intento polemico.

La Repubblica dedica oggi una mezza pagina alla manifestazione del 20 ottobre, con tanto di colonna e foto di «chi va» [Ingrao, Giordano, Diliberto, Ginsborg] e chi non va [Mussi, che dice «Preoccupa un corteo che si presta troppo alla protesta», Pecorao Scanio, Ferrero, Bianchi]. Nell’articolo si legge che «Cobas, Disobbedienti, e centri sociali più duri hanno dato forfait» e il «centro Action di Nunzio D’Erme e i gruppi napoletani vicini a Francesco Caruso sono sorvegliati speciali» [da chi?]. Sul Corriere, l’articolo di Marco Imarisio parla del «paradosso» di una manifestazione «che riuscirà a portare in piazza un numero importante di persone, che in gran parte risulteranno figlie di nessuno» e intervista Casarini [«la manifestazione è una stampella per Rifondazione, che ha bisogno di un brodino caldo»] e Bernocchi [«è una foglia di fico per nascondere le vergogne del governo»]. Per l’Unità il corteo di domani non esiste, o quasi. Se ne accenna nella pagina sul nuovo accordo sul welfare con intervista a Cesare Damiano. Domanda di Roberto Rossi: «Franco Giordano auspica nuovi miglioramenti. Secondo lei queste richieste si calmeranno dopo la manifestazione del 20 ottobre?» Risposta del ministro: «Non lo so». Nella stessa pagina, ma in coda a un altro articolo, Epifani dice: «Verranno considerate le parole d’ordine del corteo e le conseguenze che produrranno». Sulla Stampa, Antonella Rampino si inerpica in un arditissimo pezzo che inizia citando il papa e finisce con «un volantino-mail di Alternativa comunista». Si parla della speranza, nel Prc, che dopo le parole di Ratzinger in piazza domani ci siano tanti cattolici. Anche perché, scrive Rampino, «Russo Spena si è fatto le ossa nelle Acli» mentre il ministro Ferrero «è religioso».

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