La nato spinge l'Italia nella guerra afghana

Alla riunione dei ministri della difesa dell’alleanza atlantica, in corso a Noordwjick, in Olanda, l’impegno dei paesi europei nella guerra in Afghanistan è stato al centro delle discussioni, iniziate mercoledì e che si concludono giovedì. Dall’ufficio bilancio del Congresso statunitense arriva una stima sul costo economico delle guerre in Iraq e in Afghanistan, ed è da capogiro: potrebbe raggiungere i 2.400 miliardi di dollari entro il 2017. Gli Stati uniti, pertanto, sono tornati alla carica per chiedere una maggior presenza militare europea.
Il segretario generale della Nato, Jaap de Hoop Scheffer, aveva lanciato alla vigilia dell’incontro la proposta di una maggior rotazione dei contingenti nazionali che partecipano alla missione Isaf nelle zone più a rischio, come il sud del paese. La proposta è stata apprezzata da paesi come la Olanda o il Canada che, insieme agli Stati uniti e alla Gran Bretagna, forniscono la maggior parte delle truppe nelle aree di combattimento e devono fronteggiare un movimento interno ai rispettivi paesi sempre più forte per il ritiro dall’Afghanistan. La Francia ha mostrato l’intenzione di allineare la propria politica estera su quella statunitense: si è infatti impegnata a fornire almeno cinquanta istruttori militari nella provincia di Uruzgan, nel sud, dove gli attacchi dei talebani sono frequenti. Un atteggiamento apprezzato dal segretario statunitense alla difesa, Robert Gates, che si è dichiarato «impressionato» dalle dichiarazioni del suo omologo francese Hervé Morin. Questa mattina però Morin ha precisato che l’impegno della Francia nel sud del paese non mira a sostituire la presenza olandese. Altri paesi, Germania in testa, hanno invece seccamente respinto le richieste statunitensi, definite «fuorvianti» dal ministro della difesa tedesco Franz Josef Jung.
L’Italia, molto cauta, si è espressa ieri per chiedere di dare la priorità alla formazione delle forze di sicurezza afghane e a un intervento civile da «affiancare a quello militare». «Il futuro dell’Afghanistan – ha dichiarato il ministro della difesa Arturo Parisi – passa per lo sviluppo economico e il consolidamento della democrazia. La stabilizzazione e la cornice di sicurezza garantiti da Isaf su mandato Onu costituiscono tuttavia, rispetto a questo obiettivo, una condizione necessaria anche se non sufficiente». Parisi si è inoltre detto favorevole al rafforzamento del ruolo delle Nazioni unite, con l’istituzione di un inviato speciale. Il ministro tuttavia ha detto di essere pronto «a fornire la massima assistenza e cooperazione alla missione Eupol-Afghanistan». E i fatti recenti non sono confortanti: l’Italia ha recentemente mandato in Afghanistan un C-130 da trasporto, un Predator – aereo da ricognizione senza pilota – e diversi elicotteri d’attacco Mangusta. C’è da scommettere che quando l’Italia assumerà, per otto mesi, il comando della missione Isaf, a fine anno, aumenteranno le truppe di stanza a Kabul. Circa duecento uomini si trasferiranno nella capitale afghana come parte del nuovo comando.
Non c’è stata nessuna svolta, quindi, ma piccoli segnali da parte di diversi paesi. La Slovacchia si è impegnata a duplicare il suo contingente, attualmente di 111 militari, e anche la Repubblica Ceca porterà il numero dei suoi soldati da 225 a 415. La Georgia, che non fa parte della Nato, starebbe considerando l’invio di almeno 200 uomini nel settore degli olandesi. E anche la Germania ha deciso di triplicare il suo impegno per l’addestramento dell’esercito locale, accrescendo la presenza del suo personale addetto. Tanto da far dire a Robert Gates che «l’incontro è stato più positivo di quanto mi aspettassi».
Del resto la riunione di Noordwjick era informale, la conferenza sugli impegni delle forze ci sarà invece a novembre e potrebbe avere un effetto boomerang sul governo Prodi.

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