I promotori si dividono

Scrive Gigi De Santis, lettore di Carta quotidiano on line, a proposito del dopo 20 ottobre: «Bisogna sforzarsi con pazienza e ironia di fare in modo che non siano troppo dannosi i pessimisti, quelli che hanno la linea in tasca, i narcisisti, quelli che vogliono cambiare le virgole, i frazionisti. Ho 54 anni e nel corso dei decenni ho visto molte persone che, anche in buona fede, hanno il potere di mandare in fumo grandi progetti, seminare lo sconforto, minare l’entusiasmo. Leviamogli questo potere. Facciamo ritornare lo spirito di Genova e dei social forum. E’ molto importante annodare i fili dei No Tav, No Mose, No dal Molin, botteghe eque, comitati per l’acqua pubblica, città dell’altra economia, delle tante reti che ci sono in Italia, dei comitati contro la guerra, di tutti quelli che non sono venuti a Roma per paura dei partiti». E conclude: «Avete fatto bene a puntualizzare sul resoconto dell’assemblea di lunedì. Leggendo il manifesto ho avuto un’impressione diversa».
In effetti, anche io, che vi ho partecipato, vedendo il resoconto del manifesto, martedì mattina, ho avuto una curiosa sensazione di jamais vu, se mi si consente il gioco di parole. Alcuni dettagli stravolti o tralasciati, il titolo: basta poco, per raccontare una cosa diversa da quella che è successa. «I promotori si dividono», era il titolo. Un luogo comune: la sinistra si spacca, ecc. Ma le persone che per settimane hanno lavorato alla manifestazione non si sono mai «unite», in un certo senso: Diciamo: hanno messo a disposizione le loro differenze, in un equilibrio molto fragile e che richiederebbe rispetto e cura. Quando funziona avvengono i miracoli, Genova, il Forum sociale di Firenze o, a modo suo, il 20 ottobre. Altrimenti si torna al risiko con cui le sinistre distruggono se stesse e spargono intorno cattivi umori.
Il testo che ho letto all’inizio della discussione non era mio. Ero incaricato di redigerlo, ma se n’era discusso per giorni con gli altri del comitato, innanzitutto Gabriele Polo e Piero Sansonetti, dato il ruolo positivo [fin qui], di coordinamento leggero che i tre giornali hanno svolto. E se c’è stato un equivoco [una e mail smarrita] con Aurelio Mancuso dell’Arcigay e con Angela Zzaro, femminista e redattrice di Liberazione, beh, sono cose che succedono, Come ha scritto Aurelio ieri su Liberazione, lui era convinto di parlare tra amici, lunedì, non dalla tribuna di un congresso di fronte alla stampa nazionale.
Quanto al rapporto con i partiti di sinistra che cercano di mettersi insieme, alzi la mano chi non si chiede, se ne è fuori ma anche se è iscritto a uno dei quattro, come diavolo si potrebbe fare dell’«unità» una cosa diversa, aperta, democratica, invece che la solita sceneggiata a uso – appunto – della stampa nazionale. Sappiamo per certo che abbiamo bisogno dell’autonomia della società civile [in modi diversi, posso dire, lo pensano tutti]. Se, come e quando movimenti e reti cittadine, comunità e associazioni debbano avere a che fare con «stati generali» o di grado inferiore, è l’oggetto del dibattito. Che riguarda niente meno che la crisi della democrazia.
Quindi va tutto bene? Niente affatto. Lunedì pomeriggio s’è respirato un clima diverso da quello che si era creato con la manifestazione. Era tornato al galoppo il linguaggio bellico molto amato a sinistra, con il corredo di aggressività e autodifese. Un clima «poco generoso», l’ho definito alla fine dell’incontro. In cui si fatica a mettere a disposizione le differenze, e c’è dunque l’occasione di parlare di «divisioni». Vecchia scuola, quella in cui si insegna ad essere selettivamente distratti fin da piccoli.

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