Sotto la collina un tunnel

Tremila alberi di pesche inghiottiti da una frana, polveri di cemento che bruciano i frutteti biologici, una sorgente per i campi e le pecore prosciugata. Succede a Scarperia dove il lavoro di un contadino finisce tritato dagli scavi per la Tav nel Mugello.

SERGIO PIETRACITO è un agricoltore del Mugello. Ai «Pianacci», la sua azienda che si trova a Scarperia [in provincia di Firenze] si coltivano meli e peschi. C’è anche un allevamento di pecore, razza Frisona, che Sergio e sua moglie hanno portato qui direttamente dall’Olanda. Dagli inizi degli anni novanta e fino al 1998 Sergio ha sperimentato su queste terre le tecniche dell’agricoltura biodinamica, vendendo i prodotti anche attraverso i gruppi di acquisto solidali [Gas]. Nel 1998, quando iniziano i lavori per la costruzione dei 73 chilomentri del tunnel della Tav del Mugello, il sogno di Sergio s’interrompe. Il fatto è che alcuni terreni della sua azienda si trovano 25 metri sopra una delle gallerie «di servizio», chiamate anche «finestre», che fanno parte del serpentone di cemento che divora le colline mugellane.
«Sopra questa collina avevo piantato 3 mila peschi – racconta Sergio – e un giorno li ho visti franare sopra il tunnel». Le piante di pesco vanno perdute. I lavori per il tunnel prosciugano la sorgente che alimenta i campi dell’azienda agricola [«all’improvviso è sparita l’acqua della sorgente» dice Sergio]. Le polveri di cemento prodotte dagli scavi bruciano i frutteti.

Il «piano di sviluppo», a cui Sergio doveva attenersi per continuare a ricevere i finanziamenti dell’Unione europea, prevedeva che l’azienda dovesse dare lavoro a tre o quattro persone, e che due famiglie dovessero abitare sul posto. Una è la famiglia di Sergio, l’altra è quella di un «casaro», «un mio amico che veniva ogni estate a passare le vacanze qui, per mettere su questo progetto. Fino a che arrivò il giorno in cui, finalmente, venne a vivere qui, nel suo nuovo appartamento. Se ne è andato dopo cinque giorni, perché i cantieri della Tav ci hanno reso la vita molto diversa da come lui se l’aspettava. La cosa più brutta, al di là dei danni economici, è che questo cantiere non ha rispettato la salute e le persone».

Per anni, giorno e notte il ventre della collina dove vive Sergio veniva bombardato dalle cariche esplosive. I muri della sua casa hanno iniziato a mostrare delle crepe. «Il rumore era infernale, fuori da tutte le regole, da tutte le leggi – racconta ancora Sergio – Dal 2002 fino al 2004 non ho potuto dormire. A circa 50 metri dalla mia casa c’erano anche due turbine, che servivano a mandare l’aria nel tunnel e man mano che il tunnel si allungava i giri delle turbine aumentavano, causando un rumore paragonabile a quello un jumbo in fase di decollo, ma che non decolla mai. Un provvedimento dell’Arpat ha chiesto la riduzione del rumore, ma non è servito a niente».

Nel 2002 Sergio intenta una causa civile per danni contro la Cavet, il consorzio d’imprese a cui il «general contractor» Fiat ha affidato la costruzione del tunnel per l’alta velocità. La società ha sempre sostenuto che la causa della frana della collina è stata l’intensità delle piogge, e che la sorgente invece sia stata prosciugata dai pozzi di Publiacqua, che però sono lì da mezzo secolo.
«Si è attivato il genio civile, cheperò ha escluso relazioni tra i lavori di scavo e il movimento franoso. Ma anche un vicino che aveva l’orto ha sentito il suo terreno che si muoveva, e ha testimoniato a mio favore. Si è quindi attivato l’Oal, l’Osservatorio ambientale locale, che con un rilievo topografico ha dimostrato il fatto che la ‘finestra’ della Tav era esattamente 25 metri sotto la verticale del piede della mia collina».

La causa civile di Sergio sta andando male. In autunno sono arrivate le conclusioni dei consulenti tecnici d’ufficio del tribunale, che hanno dato ragione alla Cavet, sia sulla sorgente che sulla frana. «Una sentenza ridicola», commenta amareggiato Sergio.
Ora si aspetta la sentenza del giudice, ma nel frattempo Sergio e la rete dei Gas fiorentini non sono rimasti a guardare. Lo scorso 19 gennaio hanno inviato al ministro dell’ambiente Pecoraro Scanio una lettera, che ancora non ha avuto risposta [il testo integrale si può leggere su www.carta.org/campagne/ambiente/grandiopere]. La domanda è: come farsi ascoltare, e da chi? Le famiglie e le associazioni che fanno parte dei Gas del Mugello [circa 300 famiglie] l’hanno girata al ministro verde: «Cosa può fare un semplice cittadino che cita Cavet per danni, quando Cavet chiama in causa Tav spa e Tav spa chiama in causa Fiat che chiama in causa Augusta assicurazioni?»

Tags assegnati a questo articolo: No Tav, ambiente, grandi opere

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