La balenottera orfana ammalata di mare sporco

Era una balenottera comune. E’ stata avvistata a poche decine di metri dalla costa tirrenica calabrese, all’altezza di Vibo Valentia. Molte persone si sono affacciate, al porto, ad ammirare la novità, anche se, secondo la testimonianza di alcuni pescatori, il grosso cetaceo era già da alcuni giorni nelle acque del golfo. Il lungo e scuro dorso del cetaceo è emerso in località Prangi, la sua lunghezza pareva intorno ai dodici metri. Appena avvisata, la Capitaneria di porto di Vibo ha disposto l’invio di una motovedetta per tenere sotto controllo la situazione. Il timore era che qualche imbarcazione potesse intralciare pericolosamente il nuoto della balenottera o che lei potesse entrare nella piccola baia della Seggiola e rimanervi intrappolata, come avvenne nel settembre del 1986, quando un giovane esemplare di circa nove metri vi trovò la morte nonostante i tentativi di riportarlo al largo. Per fortuna la balenottera, la cui lunghezza totale può raggiungere i 22 metri, e questa era evidentemente giovane, si è tranquillamente spostata verso nord, nelle acque davanti all’istituto nautico della cittadina calabrese.

«In caso di ulteriori avvistamenti–raccomandano dalla locale sede del Wwf–è bene evitare assolutamente di avvicinarsi; altra buona norma è quella di tenere al minimo i motori o di spegnerli del tutto. La balenottera comune, nonostante le sue gigantesche dimensioni, è il secondo animale più grande al mondo dopo la balenottera azzurra, ha un’indole assolutamente pacifica, ma potrebbe essere disturbata dai rumori, e un eccesso di curiosità da parte dell’uomo potrebbe portare a conseguenze irreparabili».
La balenottera comune è un animale pelagico, ma non sono rari gli avvistamenti sotto costa, soprattutto alla fine dell’estate. Per alimentarsi va in cerca di crostacei planctonici del gruppo degli Eufasiacei, ma non disdegna piccoli cefalopodi e pesci.
La balenottera di Vibo Valentia è apparsa agli uomini della Capitaneria fortemente disorientata, c’era il rischio che finisse sulla spiaggia. Mostrava la tendenza a nuotare in circolo e ad avvicinarsi fortemente all’imbarcazione. Il sospetto è che potrebbe essere malata. Secondo i veterinari del Wwf potrebbe trattarsi di virus del morbillo, ciò che spiegherebbe il comportamento anomalo dell’animale.
«Temiamo la presenza di qualche agente patogeno tra la popolazione di cetacei che nuota nei mari italiani–dichiara il Wwf Italia–e sappiamo che è in atto un epidemia che ha portato alla morte di decine di esemplari nel Mediterraneo, durante quest’estate, a partire dalla Spagna e dal Portogallo, e agli spiaggiamenti anomali di grampi e stenelle sulle coste calabresi che sono stati monitorati in loco». Il Morbilli Virus è una malattia che non perdona i mammiferi marini. Si sa che l’epidemia è già scoppiata nel settore occidentale del Mediterraneo, e il timore è che oggi si sia allargata a molti esemplari di cetacei presenti nelle acque italiane.
L’attenzione del Wwf mira a ridurre i possibili impatti dell’epidemia su specie che già contano un numero esiguo di esemplari e che sono messe a rischio da attività come il «bycatch», la pesca accidentale di cetacei e tartarughe che impigliate nelle reti dei pescatori trovano la morte in numero elevato.

La prima cosa che l’Italia dovrebbe fare è senz’altro un piano di monitoraggio sanitario, per poi impostare con sollecitudine i passi successivi all’interno di un piano quadro che abbia l’obiettivo di ridurre l’impatto di una possibile epidemia.
Il Mediterraneo è un mare chiuso, delicato, ma soprattutto è un unico ecosistema, e già questo dovrebbe obbligare alla collaborazione i paesi Ue, i paesi balcanici, i paesi dell’Asia mediterranea e quelli del nord Africa: attraverso azioni coordinate e una legislazione adeguata che oltrepassi i limiti delle competenze territoriali.
La motovedetta della capitaneria di Vibo ha concluso la sua ispezione dichiarando, in un comunicato, che la balenottera non è in grado di alimentarsi da solo. Nonostante questo, nella mattinata dell’8 ottobre si sono perse le tracce del cucciolo. Sono due le ipotesi possibili secondo Silvio Greco, direttore scientifico dell’Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al Mare [Icram]: «O la balenottera è riuscita ad andarsene al largo, oppure è rimasta sul fondo. Quest’ultimo è lo scenario più probabile, visto che già ieri il piccolo manifestava un evidente stress respiratorio nella durata delle immersioni». Potrebbe quindi essere uno scompenso respiratorio, all’origine di una probabile morte del cucciolo, allontanato dal branco, tanto che ha mostrato confidenza nei confronti delle imbarcazioni spinto dalla necessità di rimpiazzare la figura della mamma.

«Si tratta del classico comportamento dell’animale abbandonato–ha spiegato il professor Greco – Purtroppo, mentre è possibile soccorrere piccoli di mammiferi terrestri o uccelli, nel caso delle colossali balenottere il soccorso è praticamente impossibile. L’animale non può essere mantenuto in ambiente controllato, le tecnologie per alimentarlo artificialmente sono inadeguate, e sospingerlo al largo alla ricerca di una madre reale o adottiva in uno spazio così esteso, oltre alla inevitabile difficoltà, sarebbe causa di stress e di un prevedibile peggioramento della situazione».

Per questi motivi, il cucciolo è stato monitorato fino a quando non è scomparso, e non è stato preso alcun campione di tessuto per non causargli ulteriore stress. Solo l’analisi dei tessuti della balenottera possono fare chiarezza sulla possibile diffusione anche nei nostri mari del Morbilli Virus, già segnalato in Spagna quest’anno e che tra il 1990 e il 1992 causò la morte di migliaia di esemplari di stenella striata, uno dei delfini maggiormente presenti nel Mediterraneo. «L’Icram ha già predisposto un piano di studio sul Morbilli Virus, su richiesta del ministro dell’Ambiente–afferma Greco–ora siamo in attesa solo dei tempi burocratici per ricevere i fondi necessari».
Un animale malato, quindi, anche se ancora in giovane età. Il che è solo l’ennesima prova di un mare malato, il Mediterraneo, dove agli scarichi industriali e navali si aggiunge ora un altro pericolo, fatale per i mari chiusi: le epidemie che colpiscono le specie in via di estinzione.

A farne le spese per primo è stato il corallo. Il cambiamento climatico, l’inquinamento e la pesca distruttiva hanno provocato, nel giro di pochi anni, un rapido deterioramento dei coralli di questo mare. Ora sta toccando ai grandi mammiferi, delfini, capodogli, balene. Il mare sta diventando una colossale pattumiera, dove si accumulano veleni di ogni genere: scorie radioattive, idrocarburi, metalli tossici, scarichi di industrie chimiche e farmaceutiche. In alcuni fondali giacciono materiali radioattivi, scorie smaltite dalle centrali atomiche. Ma il principale nemico della vita è costituito dagli idrocarburi, dai metalli o dalle sostanze velenose che fuoriescono dalle navi. E non si parla di naufragi, in questo caso. Si tratta di metalli, pesticidi, plastica, scaricati volutamente, e clandestinamente, in alto mare. Christian Buchet, direttore di un importante Centro di Studi marini francese, il Centro studi del mare dell’Istituto cattolico di Parigi, ha dichiarato al Figaro Magazine: «Il 97 per cento degli idrocarburi dispersi in mare deriva dal lavaggio illegale delle cisterne delle petroliere. Sono 1,8 milioni di tonnellate».

D’altra parte, le navi non sono le maggiori colpevoli dell’inquinamento: quello che esse generano rappresenta il 12 per cento del totale, mentre il 44 per cento arriva dalla terraferma, specialmente dai fiumi, e il 33 per cento dall’aria.
Alcuni paesi che si affacciano sul Mediterraneo hanno firmato un protocollo delle Nazioni Unite, «Land Based Sources of Pollution» [fonti di inquinamento terrestri], che prevede la riduzione degli scarichi inquinanti che finiscono in mare dai fiumi, ma nove nazioni non hanno voluto firmare: Algeria, Bosnia, Croazia, Egitto, Israele, Libano, Libia, Serbia e Siria. Le maggiori fonti di inquinamento del nostro mare sono gli scarichi delle industrie metallurgiche, petrolifere, chimiche, le concerie e gli allevamenti su ampia scala. Il problema è che, come ripeteva sempre Jacques Cousteau, il Mediterraneo è un mare chiuso che impiega un secolo per un ricambio totale delle sue acque.
Cambiamenti climatici e scarichi inquinanti con poche regole, un’acqua che si ricambia lentamente, il contatto diretto con un altro mare, il Mar Nero, ancora più inquinato. La somma di tutto questo è un Mediterraneo agonizzante, assieme a tutta la vita che si porta dentro da millenni. Ieri la morte dei coralli, l’altro ieri la comparsa delle mucillagini, oggi invece è toccato ad uno sfortunato cucciolo di balenottera. E domani? E se il Morbilli Virus è arrivato anche nei nostri mari, quanti mammiferi marini ne faranno le spese? Tutti interrogativi, anzi tutte sfide, con le quali avremmo dovuto fare i conti già un decennio fa.

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