Raccoglieva bossoli a mani nude nel poligono di Torre Veneri, a Frigole, nel leccese. Bossoli di ogni tipo, esplosi da proiettili contaminati. E’ bastato un solo anno di servizio come carrista e Luca si è ammalato di tumore alla bocca. Lui è l’ennesima vittima dell’uranio impoverito: si è ammalato. A denunciare il nuovo episodio di contaminazione è stato, sabato scorso, Falco Accame, presidente dell’Ana-Vafaf, associazione che assiste i familiari delle vittime del personale delle forze armate. Tra chi ha raccolto i «residuati bellici», così si chiamano in gergo i «resti» delle esercitazioni nei poligoni militari, i casi di tumore sono tanti. Quelli documentati coinvolgono il poligono di Capo Frasca e quello di Salto di Quirra, entrambi in Sardegna, nonché il poligono di Dandolo presso Maniago in Friuli.
Il caso di Luca, così come quelli di altri «deceduti per cause di servizio» [ma Luca si è miracolosamente salvato], non rientrano nella contabilità contenuta nella relazione che ieri il ministro della difesa Arturo Parisi ha presentato alla commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito.
«L’Italia non ha mai fatto uso di armamento ad uranio impoverito – ha detto Parisi–Né risulta che nel nostro poligono possa essere stato utilizzato da altri».
I dati ufficiali della difesa [255 ammalati, di cui 37 morti, dal 1996 a oggi] si concentrano infatti sui casi registrati tra i militari che hanno svolto missioni all’estero, nei Balcani, in Afghanistan, in Iraq e in Libano. Le repliche dell’Osservatorio militare e dell’Ana-Vafaf non si sono fatte attendere.
Domenico Leggiero dell’Osservatorio ha affermato di essere in possesso di un documento della sanità militare dello Stato maggiore della Difesa in cui si parla di 2.536 militari affetti da patologie tumorali, di cui 164 deceduti. Anche Falco Accame ha parlato di cifre «al ribasso».
Dello stesso parere Lidia Menapace, presidente della commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, ha detto mercoledì che i dati forniti dal ministro Parisi «contrastano con altri molto più gravi che la commissione ha avuto dalla direzione della sanità militare e che attualmente sono all’esame dei suoi consulenti».
Le ragioni di questa differenza nei dati possono essere diverse: secondo Mauro Bulgarelli, senatore e membro della Commissione d’inchiesta, uno dei motivi è che il ministro della difesa ha fornito dati limitati al decennio 1996-2006. «Bisogna includere nell’esame anche le missioni in Bosnia nel 1994 e quella in Somaia – spiega a Carta Bulgarelli – inoltre, il ministro non ha precisato se si riferiva a personale ancora in servizio o comprendeva nei dati anche chi è andato in pensione o in congedo». Bulgarelli spiega inoltre che «Parisi ha ammesso che ci sono altri 1427 casi di militari che non sono stati in missione all’estero. Per la fine del mese dovremmo avere tutti i dati ufficiali e a quel punto potremo fare le verifiche necessarie».
Dove si sono ammalati, questi altri militari, con che materiale sono venuti a contatto?
Il primo punto che Bulgarelli sottolinea, però, è l’altissima mortalità che emerge anche dai dati forniti da Parisi. «Siamo alla punta dell’iceberg – argomenta Bulgarelli – Innanzi tutto perché non si tratta solo di uranio impoverito, ma più in generale delle cosiddette nanoparticelle, che potrebbero essere prodotte anche da altri tipi di munizioni. Poi, man mano che le notizie si diffondono, ci sono molte persone, singole, che non sono passate attraverso la sanità militare, ma che adesso stanno iniziando a contattare la commissione. Anche di questi casi bisognerà tenere conto, quantomeno per esaminarli».
«Infine – aggiunge Bulgarelli–bisognerà avere il coraggio di aprire il capitolo delle vittime civili, sia nei territori di guerra, sia in Italia, attorno ai poligoni militari».
Nel corso dell’audizione di martedì, il ministro Parisi ha ammesso, secondo Bulgarelli, che esiste un «problema» a Salto di Quirra, il comune della Sardegna, accanto a uno dei poligoni militari più battuti dalle forze armate italiane e della Nato. Le indagini della commissione arriveranno anche lì.






