Non c’è nessun allarme sulle forniture di gas naturale all’Italia. Né tantomeno alcun rischio di passare l’inverno «al freddo e al buio», come hanno più volte detto gli amministratori delegati di Enel, Fulvio Conti, e di Eni, Paolo Scaroni. «Allora a che servono i 14 rigassificatori che sono stati progettati in Italia?» Da questa domanda è partita la conferenza stampa organizzata giovedì mattina alla Camera dai deputati Paolo Cacciari, Marilde Provera e Maurizio Zipponi.
La risposta è arrivata al termine di un ragionamento documentato e articolato: i rigassificatori servono soltanto alle imprese che li costruiscono e non hanno alcuna ricaduta positiva né sulla gestione energetica dell’Italia, né sui territori costretti a ospitare questi impianti, né sul prezzo della bolletta energetica dei cittadini. Tutt’altro. «La delibera 195 del primo agosto 2005 emanata dall’Authority per l’energia – ha spiegato Paolo Cacciari – contiene la previsione di incentivi alla costruzione dei rigassificatori, nonché la creazione di un meccanismo che, in caso di sottoutilizzo degli impianti, prevede una sorta di risarcimento per mancato lucro, nell’ordine dell’80 per cento dei profitti previsti, a carico del sistema di trasporto dell’energia elettrica, cioè, in ultima analisi dei cittadini. E’ un meccanismo scandaloso quanto quello dei Cip6 che, oltretutto, è in netto contrasto con gli impegni che l’Italia ha assunto e continua ad assumere in sede internazionale».
Cacciari ha fatto notare, illustrando un’interrogazione parlamentare presentata giovedì mattina ai ministri dell’ambiente e dello sviluppo economico, che c’è una profonda contraddizione tra le previsioni di aumento del consumo energetico [più 2 per cento annuo, secondo l’Authority] e quello che il governo dice di voler fare sul piano del risparmio energetico. «Occorre contestare innanzi tutto la cifra di partenza di tutta la macchina propagandistica a favore dei rigassificatori – ha detto Cacciari – se infatti non si parte dal respingere quel 2 per cento come un aumento quasi automatico, fisiologico del paese, allora non si riesce ad arrivare al cuore del problema. L’aumento di consumo energetico non è né naturale, né fisiologico, ma è il frutto di precise scelte industriali e di politica energetica, pertanto può essere invertito».
I dati forniti in conferenza stampa dicono che l’Italia, già oggi ha abbastanza gas per rifornire tutto il suo sistema produttivo e soddisfare le necessità di consumo dei cittadini. Di più: già oggi c’è un surplus di gas, nell’ordine di tre miliardi di metri cubi annui, destinato ad aumentare man mano i gasdotti esistenti [Algeria, Libia, Mare del Nord, Russia] saranno potenziati.
«Nessuno degli argomenti proposti dai sostenitori dei rigassificatori è convincente – ha continuato Cacciari – non quello della carenza di gas, che semmai è limitata ad alcuni giorni dell’anno e quindi richiederebbe di potenziare la capacità di stoccaggio, e nemmeno quello della necessità di differenziare le fonti di approvvigionamento: attraverso i gasdotti esistenti e quelli che entreranno in funzione a breve, l’Italia è già collegata alle tre maggiori fonti di gas, cioè la Russia, il Medio oriente e il Nordafrica». Non convince, soprattutto, la giustificazione del bisogno di costruire i rigassificatori per «aumentare l’offerta» di gas in funzione della liberalizzazione del mercato energetico. L’unico esito possibile di questo meccanismo, infatti, è che il gas in eccesso, non assorbito dal mercato italiano alimenti l’esportazione diretta o indiretta, sotto forma di energia elettrica. «E’ l’idea dell’Italia come hub energetico per l’Europa, un’idea che è decisamente da respingere», ha concluso Cacciari, che ha richiamato il governo all’impegno di elaborare un piano energetico nazionale, prima di avere «fatti compiuti» come i quattro rigassificatori finora autorizzati. Uno dei quali, quello di Brindisi, è peraltro oggetto di un’inchiesta della magistratura.
Di politiche industriali ha parlato Maurizio Zipponi [Rifondazione] che ha chiesto un cambiamento di strategia da parte dell’Eni, ovviamente su sollecitazione del governo, per puntare con maggior decisione verso le fonti rinnovabili e «avere a mente il vantaggio del paese, più che gli utili immediati degli azionisti». Senza un cambiamento strategico di questo tipo, ha detto Zipponi, «si rischia di avere un danno economico, ambientale e politico di lungo periodo, perché tutte l’impegno delle grandi aziende energetiche italiane, così come quello del governo, vanno nella direzione sbagliata».
«Una direzione che non aiuterà mai l’Italia ad essere indipendente da punto di vista energetico – ha aggiunto nel suo intervento Marilde Provera [Rifondazione] – perché in ogni caso, sia che il gas naturale arrivi con i gasdotti, sia che sia portato dalle navi criogeniche per essere rigassificato, si tratta comunque di una fonte energetica di importazione». Provera ha riferito che durante le audizioni di Conti e Scaroni nella commissione attività produttive della Camera, i due massimi manager del settore energetico italiano hanno «spiegato» la mancanza di investimenti in fonti rinnovabili con la «penuria di capacità industriali in questo settore in Italia». Come dire che non si investe perché non si producono abbastanza pannelli solari. «Questo è un esempio ulteriore della mancanza di coordinamento – ha spiegato Provera – ed è ancor più incredibile che gli investimenti sui rigassificatori vengano presentati come investimenti in fonti alternative, per ridurre la dipendenza italiana dal petrolio, come se anche il gas naturale non fosse una fonte fossile ed esauribile».
L’interrogazione parlamentare presentata da Cacciari, Zipponi, Provera e inoltre Maurizio Acerbo e Maria Cristina Perugia mette nero su bianco esattamente questi dubbi, ai quali, finora, nessuno dei sostenitori dei rigassificatori ha dato una risposta esauriente o quantomeno plausibile. «Ai danni ambientali e sociali, al consumo di territorio, ai rischi per la salute che gli impianti di rigassificazione comportano – ha aggiunto ancora Cacciari – si somma la beffa degli incentivi, che sono la vera ragione per cui i colossi petroliferi che certo non hanno problemi di bilancio, si sono precipitati a presentare progetti in Italia. L’Italia è l’unico paese che prevede un meccanismo simile».
Alla conferenza stampa erano presenti anche Massimo De Santi, della rete dei comitati locali toscani, e Beatrice Bardelli, del comitato contro il rigassificatore off-shore previsto davanti la costa di Livorno. Nel suo intervento, De Santi ha sottolineato la stretta connessione tra le politiche energetiche e la politica estera: «Le tensioni internazionali si accumulano proprio lì dove ci sono grandi interessi energetici – ha detto – per cui l’Italia che delega la propria politica energetica alle grandi aziende, diventa anche incapace di una politica estera autonoma da quegli interessi». Non c’è stato nemmeno bisogno di evocare le truppe italiane a Nassiriya, sede di una concessione petrolifera dell’Eni, o di fare riferimento alla situazione nel Delta del fiume Niger, in Nigeria.
Beatrice Bardelli, invece, ha fatto notare come nel caso del rigassificatore off shore di Livorno si crei anche un precedente giuridico molto preoccupante: «C’è una vera e propria decisione di stabilire che il mare possa essere usato a scopo industriale – ha spiegato Bardelli – Si tratta di un approccio che dai rigassificatori potrebbe poi essere applicato a qualsiasi altro tipo di impianto pericoloso».
I richiami all’Eni e al governo funzioneranno? A giudicare dalle esperienze recenti, probabilmente no. Edo Dominici, dell’Rsu dell’Eni della divisione Refining e Marketing di Roma, ha illustrato quella che secondo lui è una precisa strategia di deindustrializzazione dell’Eni in Italia. «L’Eni non ha progetti di nuovi rigassificatori – ha detto Dominici – eppure sta facendo da portavoce alle altre sorelle petrolifere». L’obiettivo di lungo periodo di questa strategia sarebbe quello di portare in Italia quasi un terzo del mercato mondiale di gas liquefatto. Una rivoluzione copernicana nel mercato del gas naturale, che oggi è estremamente regionalizzato, in cui l’Eni spera di giocare un ruolo di «porta girevole» di distribuzione tra l’Italia e il resto dell’Europa.
Gli allarmi periodici sullo stato degli approvvigionamenti di gas servono proprio a nascondere e nello stesso tempo a giustificare questa strategia, che trova terreno fertile nel governo, e in questo governo perfino più che in quello precedente. «In realtà l’allarme del 2005 era basato su cifre minime – ha spiegato Dominici – il picco di consumo c’è stato solo in cinque giorni dell’anno, e i tagli delle forniture russe che tanto sono stati enfatizzati, hanno riguardato solo l’8 per cento del gas russo, che pesa per il 25 per cento delle importazioni totali».
I nodi tecnici dell’intera partita dei rigassificatori, come per esempio la quantità di navi gasiere che dovrebbero approdare in Italia per alimentare tutti gli impianti previsti, sono ancora molti. Di fondo, però, è il quadro della politica energetica italiana che andrebbe rivisto da cima a fondo. Le occasioni non mancano. Nelle prossime settimane, dal 10 al 15 novembre, a Roma ci sarà la riunione triennale del World energy council, il Consiglio mondiale dell’energia, che riunisce governi, industriali e grandi multinazionali. «Abbiamo intenzione di chiedere al ministro Bersani di venire in audizione in commissione – ha detto Paolo Cacciari – per capire con quale programma e con quali intenzioni parteciperà al Wec a nome dell’Italia». Negli stessi giorni a Roma, le idee alternative al credo energetico corrente saranno invece in mostra, e in discussione, al forum Other Earth, organizzato da un’ampia coalizione di movimenti sociali, ambientali e politici alla Città dell’Altreconomia [www.otherearth.org]. Anche se a distanza sarà un confronto serrato: l’energia delle idee contro la propaganda energetica.
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