Il piano industriale non convince i sindacati

Le sale del centro congressi Cavour, a pochi passi dalla stazione Termini, a Roma, raccolgono la galassia Eni Italia.
Bastano due chiacchiere con i delegati sindacali per ripassare rapidamente la geografia energetica del paese, quella presente e quella futura. O almeno quel che ne resterà, se sarà approvato il piano di ristrutturazione aziendale che il management del colosso petrolifero ha presentato. Ci sono i liguri, del ramo genovese della divisione Refining and marketing [R&M] e dell’impianto di rigassificazione di Panigaglia [La Spezia]; ci sono i sardi, di Cagliari, i siciliani di Gela, i colletti bianchi degli uffici di Roma, i lavoratori del centro olii di Ortona, in Abruzzo, l’ultimo nato in casa Eni e quelli della Basilicata, il Texas d’Italia che avrebbe dovuto essere e non è stato.

L’aria è nervosa, la trattativa durerà fino a sera, e la parola sciopero circola insistentemente. Il management spera di ripetere l’exploit di ottobre, quando riuscì in extremis, a evitare lo sciopero della divisione R&M che contestava la nascita di Eni Trading & shipping, il dente d’oro delle transazioni petrolifere, scorporato dall’asse principale delle attività industriali di Eni in Italia. Nessuno dei delegati sindacali confederali lo dice apertamente, ma nei corridoi si ammette che accettare quell’accordo – rivelato da Carta Quotidiano–«è stato un errore». Rischia di costare caro, l’errore, perché la direzione del cane a sei zampe adesso pensa di poter convincere i delegati ad accettare anche il piano industriale. Il boccone è amaro: 761 esuberi, poco più del dieci per cento dell’intera forza lavoro di R&M, che è ormai l’unico «asset» dell’Eni organicamente in Italia.

La posizione ufficiale dell’azienda è riassunta in quattro serie di tavole di una presentazione in power point. Bisogna districarsi, in poco tempo, nel gergo aziendale e petrolifero per capire le ragioni del nervosismo. Secondo Scaroni, a Gela l’Eni investirà per produrre energie alternative dalle alghe [è quello che scrive la Repubblica, oggi]. Le schermate del piano industriale dicono invece 135 posti di lavoro in meno. E’ il taglio più grosso nell’Area Raffinazione, ma non il solo: 10 posti in meno a Sannazzaro, 20 a Venezia, 15 a Livorno, 30 a Taranto. Totale, 210. Altri cento posti saranno tagliati nell’Extrarete, uno dei rami commerciali di R&M. Poi ci sono 225 «esuberi» nella Logistica primaria e 73 in quella secondaria. Altri tagli colpiscono la rete dei distributori Agip [un migliaio in vendita] e altre articolazioni di R&M. La ragione di un piano così duro, che rischia di mandare a monte la quiete sindacale su cui l’Eni gioca una parte importante della propria immagine aziendale sarebbe, secondo il management, la riduzione dei margini di profitto, caduti nell’ultimo trimestre nell’11 per cento. La spiegazione però non convince i capannelli di lavoratori e delegati che macinano dati, cifre, documenti e voci. Qualcuno fa notare che il prezzo record del petrolio dovrebbe più che compensare il calo.
Altri invece puntano la critica più in alto e contestano il senso del piano industriale: l’Eni – dicono – sta dismettendo tutte le attività industriali «downstream», cioè a valle dell’estrazione. L’obiettivo dei vertici, secondo questa ricostruzione, è fare profitti subito, a breve, senza pensare agli investimenti a lungo termine [pochi e molto discutibili i capitoli di investimento del piano industriale] né meno che mai alle fonti rinnovabili. La critica si appoggia sui dati pubblicati oggi dal Secolo XIX. Nella classifica degli investimenti in ricerca delle aziende italiane, l’Eni è all’83esimo posto con appena lo 0,3 per cento del fatturato. Un primato negativo «conquistato» negli ultimi anni di caccia ai giacimenti. Un’ombra che dovrebbe inquietare anche l’azionista di riferimento dell’Eni, il governo Prodi e soprattutto il suo ministro «fossile» Pierluigi Bersani.

Tags assegnati a questo articolo: energia

Mail_long
20 ottobre 8 luglio 8 marzo abbonamenti abiti puliti aborigeni acqua Afghanistan africa agricoltura agricoltura biologica agricoltura biologica. decrescita agricoltura. decrescita Aiab Aids altra economia altra politica Amazzonia ambiente America latina animalisti Annapolis antifascismo antimafia antirazzimso antirazzismo antirzzismo anziani api Argentina Armenia armi atomiche Australia auto autoproduzione aziende Balcani Bali Banca mondiale Bangladesh banlieues basi militari Basilicata bene comune beni comuni bilanci partecipativo biocarburanti biologico Birmania bitch Bolivia Bolkestein Bologna Brasile brimania Britel Calabria calcio cambiamenti climatici cambiamento climatico Campania cantautore cantieri cantieri sociali carbone carcere Casa catania Caucaso cemento censura centri sociali cgil Chavez chiapas Ciad ciampino cibo Cile Cina cinema Cipro città clandestino clima Colombia commercio equo commercio equo. decrescita comunicazione conoscenza consumi consumo critico contadini cooperazione cornelio cornelio bizzarro cosa rossa cpt crisi alimentare critical mass Cuba De Gennaro Deavos decrescita decrescita. agricoltura biologica democrazia detenuti detenzione diritti diritti globali diritti umani disarmo documentario donne droghe ecologia ecomafia economia Ecuador editoria Egitto elezioni emissioni Enel energia Epa Eritrea espulsioni Etiopia