Mancano tre giorni alla chiusura del vertice internazionale sul clima, a Bali. Come da previsioni, non ci saranno nuovi accordi, ma al massimo un consenso, vago, su come proseguire il negoziato che dovrebbe produrre un trattato destinato a sostituire il Protocollo di Kyoto, che scade nel 2012. Poco più che rituale, il summit ha riproposto le divisioni tra paesi ricchi e paesi «emergenti», Cina innanzi tutto, poco disposti a scontare sui propri progetti di «sviluppo» gli effetti di oltre un secolo di emissioni dannose prodotte soprattutto dal nord del mondo.
A ricordare però che i cambiamenti climatici non rispettano frontiere, priorità o ritmi politici e scadenze elettorali, il Wwf ha presentato oggi a Bali un nuovo rapporto, «Pinguini e cambiamenti climatici». I dati dell’effetto dell’aumento della temperatura del pianeta sulle colonie di pinguini sono drammatici. Ma colpisce soprattutto che a rischio sia la lunga marcia che ogni anno i pinguini imperatore fanno per raggiungere le zone di riproduzione. «Adattamento e mitigazione» sono due delle parole più usate nel vertice di Bali, e sono il segnale di una crescente tentazione di resa. I bipedi umani pensano a come adattarsi ai cambiamenti, ormai considerati irreversibili, e a come limitare i danni alla propria specie. Ovviamente, grazie alla tecnologia. I bipedi pennuti, invece, non possono far altro che aggrapparsi alle isole sempre più piccole di territorio dove possono continuare a vivere nel solo modo che sanno. Fino all’ultimo anno possibile, fino all’ultima stagione, tenteranno di marciare. Per istinto ma anche un po’ per protesta.






