Non sono stato a Pianura, né ho passato nottate al presidio contro la discarica. Insomma non ne ho una conoscenza diretta, come d’altra parte quasi tutti quelli che ne discutono sui giornali o in tv. Però ho parlato con persone che stimo e che invece lì sono stati e conoscono la storia dei luoghi. E ho ricavato l’impressione che i cittadini di Pianura sono stati lasciati soli, sono stati vilipesi e derisi, e in sostanza non si sia trasmesso – tranne che sui soliti, pochissimi giornali – la qualità di quel che accade. Abbiamo letto che si tratta di gente che difende ciecamente il suo luogo, fregandosene degli interessi di chi ha la spazzatura sotto casa; che sono inquinati dalla camorra [lo ha scritto ieri sul manifesto anche il mio amico Enrico Pugliese, in un ottimo articolo sulle scelte poliziesche del governo]; che sono complici di ultrà da stadio e altri teppisti simili.
Spiegano gli amici e compagni di là che sì, la situazione è molto complicata, perché la città – per come è – produce un grande disordine sociale. Non è la Val di Susa, dove la rete di vicinato ha una sua compattezza e la storia locale circola nel senso comune. Qui siamo in una metropoli la cui vita sociale è frantumata e i cui luoghi sono abbandonati. La conseguenza è che a una insorgenza cittadina che chiede fondamentalmente democrazia, dopo un quindicennio di comando dall’alto [il commissario straordinario] presuntamente più efficiente e in realtà, come ha raccontato Guido Viale, sommamente inefficiente, clientelare e, esso sì, colluso con la camorra, è circondata da gruppi di ragazzi, frequentatori di ogni tipo di curve, allo stadio o nelle strade, che usano i loro codici di comportamento, scelgono come nemici i poliziotti e i giornalisti e ogni simbolo dell’autorità. E poi certo ci sono camorristi, spesso travestiti da politici [o viceversa], che tentano di controllare quel che nasce fuori di loro. Con tutto questo, quel che è chiaro è semplicemente che i cittadini vogliono poter contare nelle decisioni, tanto più se esse sono ondivaghe e fallimentari. E lo fanno – come accade dappertutto, dalla Vicenza della base Usa alla Civitavecchia del «carbone pulito» – a partire dalla loro propria condizione. Da cos’altro, se no? Gli operai del mitico autunno caldo da quale miccia prendevano fuoco, se non da ritmi, orari, salari? Ma già questo è sospetto: la sinistra si concepisce come un’entità disincarnata, che interpreta un interesse «generale», non una somma di plebi tumultuanti e «nimby». E a proposito: la Sinistra Arcobaleno che fine ha fatto? Chi è stato per settimane tra i cittadini di Pianura dice: la politica è scomparsa, anche quella di sinistra. Si tratti di imbarazzo di fronte a qualcosa che non si comprende a fondo [anche se Rifondazione ha il presidente della municipalità di Pianura] o di collusione con il potere targato Bassolino, o di coda di paglia per quel che si sarebbe potuto fare e non si è fatto [vedi il napoletano ministro dell’ambiente], il fatto è che nella grande frattura che si è aperta a Napoli la Sinistra Arcobaleno, il nuovo «soggetto unitario e plurale», è del tutto sparita. Al punto che si cercava invano, su Liberazione di ieri, un accento critico con la scelta due volte scervellata [perché quello di Napoli non è un problema di polizia, e perché De Gennaro la persona più sbagliata] di nominare un «super-commissario», per di più poliziotto. A solidarizzare con i cittadini di Pianura sono stati solo i No Tav valsusini, i vicentini anti base, i cittadini di Aprilia contro la turbogas. Vi pare un caso?
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