Una domanda napoletana

Sabato e domenica scorsi sono stato a Napoli, ad un “cantiere”, targato Carta e associazione Cantieri sociali e in effetti promosso – con un lavoro durato mesi – da un gruppo di ricercatori e docenti, operatori sociali e persone attive nella società civile e nella cultura della città. La mattina di sabato circa 150 persone, nei tre gruppi di lavoro del pomeriggio un’ottantina, la mattina dopo, domenica, un’altra ottantina. Tra i partecipanti, molti, forse la maggior parte, erano sconosciuti agli organizzatori: singoli cittadini, in generale persone di sinistra che, come dice il titolo del libro di Marco Revelli, hanno la sensazione di stare smarrendo la loro identità. Ai dibattiti hanno partecipato, oltre a persone venute da fuori come Dino Greco e Bruno Amoroso, Enrico Pugliese, Giancarlo Paba e Chiara Sasso dei No Tav, oltre ad Alex Zanotelli, cittadini dei “presidi” di Pianura, di Gianturco e di Giugliano, gente che lavora nel sindacato, con i migranti, nelle periferie. La miscela era insomma molto interessante, per chi – come me – volesse capire un po’ di più della crisi napoletana. Uso questo termine non solo a proposito della catastrofe dei rifiuti, ma soprattutto per dire come quel che accade nella capitale del Sud riveli in modo esplosivo due tipi di fratture nell’architettura civile del nostro paese.
La prima è il condensarsi delle conseguenze negative dello “sviluppo”: la follia della crescente produzione di rifiuti, ovviamente, ma insieme il forsennato consumo di suolo, l’attesa messianica di una “industrializzazione” definitivamente fallita, l’estrema fragilità dei legami sociali e la povertà, la diffusione dell’economia criminale e la sua compenetrazione con l’economia legale. L’altra frattura è–di conseguenza–quella tra una società e un territorio sempre più sofferenti e una politica aggrappata ai luoghi comuni della “crescita”, che intreccia relazioni pericolose (come Bassolino con l’azienda dei Romiti, causa prima del disastro della “munnezza”) con i poteri dell’economia e si costituisce in mandarinato inamovibile che si regge sul traffico di voti e sulla gestione (scriteriata e clientelare) dei flussi di denaro pubblico. Infatti, nessuno, ma proprio nessuno delle sinistre napoletane, salvo un compagno di Rifondazione (a nome del partito, ed è di Roma), ha pensato bene di venire ad interloquire con quel pezzo di società cittadina. E lo stesso tema della discussione, dopo il censimento di quel che si muove sul terreno, nei quartieri, era: come possiamo organizzarci non solo per resistere, ma per mettere in pratica quel che sappiamo sarebbe giusto fare (come hanno fatto i cittadini di Gianturco tentando di organizzare da sé la raccolta differenziata), se la politica è un muro impenetrabile e sordo? Le opinioni, poi, erano disparate, ma l’importante è stato porsi la domanda, e farlo insieme, e decidere di continuare a farlo in un Cantiere che cercherà di diventare luogo permanente di intreccio, approfondimento, relazione con i presidi di democrazia nel territorio, ecc.
Ho raccontato tutto questo perché è giusto si sappia che sulla scena di Napoli non ci sono solo i telegenici cumuli di mondezza per le strade e le strategie militari di De Gennaro. Ma anche perché, chiamati di nuovo a votare, sono molti, persone di sinistra o no, gente che partecipa alle innumerevoli iniziative di difesa dei territori e della società, a farsi quella domanda: come si può fare quel che va fatto, se la politica ha le sue ragioni (elettorali, tattiche, della promozione dei “leader”, ecc.) che la ragione non conosce?

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