Non c’è forse modo peggiore per affrontare i nodi posti dai movimenti territoriali emersi in Italia negli ultimi anni che ridurli a numeri. Il Sole24Ore di oggi riporta i risultati di uno studio sui presunti casi di «sindrome Nimby», l’etichetta molto mediatica appiccicata ai movimenti di cittadini che contestano opere «pubbliche» solo in apparenza. Secondo il rapporto, ci sono in Italia 193 opere «bloccate» per le proteste delle popolazioni locali. E va da sé che, per il giornale confindustriale, tutto questo è inaccettabile. Centrali elettriche, inceneritori, discariche e rigassificatori sono i progetti più contestati. I numeri sono fuorvianti, in molti modi: non dicono nulla della qualità dei progetti, né dei motivi delle critiche, né della storia dei territori e dei movimenti. Tutto è riassunto in una cifra, un dato da filtrare e da interpretare «economicamente». E invece, molto spesso, dietro ogni «no» c’è un «si», a modelli energetici diversi, a gestione dei rifiuti più sensate o ad altre formule di mobilità, che la politica corrente e la narrazione del paese che fanno i grandi media relega, quando va bene, nelle note di colore dedicate a «movimenti» difficili da interpretare e impossibili da legittimare. Come se la «sindrome» portasse a fare discorsi sconnessi, deliri ecologisti o miraggi di democrazia energetica. Vale la pena insinuare un dubbio: se lo scollamento tra elite politica e società è un dato ormai acquisito, quando si inizierà a misurare quello la società e i tra grandi gruppi economici che controllano la stampa «autorevole»? Forse una sindrome esiste e colpisce molti amministratori delegati: energie alternative? Ottima cosa, ma non nel mio paese e non nella mia azienda.
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