La rivoluzione energetica di Morales

«L’energia non è una merce, non può essere un affare privato. L’energia è un bene comune e deve essere il governo a farla diventare un servizio per i cittadini e garantirne la qualità». A parlare è un capo di stato, il cui governo è sempre più impegnato sul fronte della ricostruzione di una società che parta dalla centralità dei beni comuni e dalla loro difesa. Il governo è quello del presidente boliviano Evo Morales.
Lo scorso 10 marzo a La Paz in Bolivia il presidente Morales ha iniziato l’ennesima campagna del suo governo. Questa volta non si tratta di acqua, gas o terra, ma di energia. Al centro dell’offensiva del governo Morales contro le privatizzazioni e i cartelli delle multinazionali c’è il comparto dell’energia. Per la prima volta infatti il governo ha dichiarato che produrre e distribuire energia elettrica deve diventare un servizio pubblico per il beneficio di tutti i cittadini. E per dare inizio a quella che è stata definita una «rivoluzione energetica» Morales ha distribuito 5,8 milioni di lampadine fluorescenti gratis ai cittadini di El Alto, La Paz, Santa Cruz e Cochabamba. Una cerimonia ufficiale che ha segnato un nuovo passo avanti anche e soprattutto nella collaborazione con altri paesi latinoamericani impegnati su questioni analoghe: Venezuela e Cuba su tutti. Non è infatti né casuale né marginale il fatto che su questo asse continuino a passare molte delle novità e delle prospettive dell’integrazione latinoamericana e della ridefinizione di una società che sia capace di superare il capitalismo, o quanto meno di immaginarne il superamento. Una integrazione avviata nella sostanza dai movimenti sociali che hanno da sempre segnato le lotte latinoamericane e che oggi trovano, in alcuni casi, nella rappresentanza istituzionale in carica interessi convergenti che rendono sempre più stringente la questione dell’unità latinoamericana e della trasformazione sociale ed economica che potrebbe scaturirne. Convergenze che si riflettono in iniziative come quella che la Bolivia ha appena avviato e che senza queste condizioni probabilmente sarebbero rimaste solo proposte da campagna elettorale, nelle migliori delle ipotesi.
Il ministro agli idrocarburi, Carlos Villegas, durante il corso della cerimonia ufficiale del 10 marzo ha sottolineato come iniziative così rilevanti siano il frutto degli accordi presi all’interno dell’Alba [Alternativa Bolivariana para los pueblos de nuestra America], che rendono possibili la costruzione di percorsi sino a pochi anni fa impraticabili.
La nuova «rivoluzione energetica» di Morales evidenzia anche il tema dell’efficienza energetica e dell’approvvigionamento come una questione centrale. Non ne saranno di certo felici le multinazionali del settore, impegnate non solo nella costante mercificazione selvaggia di qualsiasi diritto, ma al lavoro soprattutto per «garantire» gli sprechi che confermano tanto i profitti stratosferici e quanto l’esistenza di una «crisi energetica», con le conseguenze che essa genera sulla politica internazionale.
Dopo la nazionalizzazione degli idrocaruburi e durante i lavori dell’assemblea costituente, per la stesura della nuova carta costituzionale che dovrebbe essere approvata il prossimo maggio, le multinazionali sotto l’egida di Washington avevano già tentato insieme ai paramilitari colombiani di promuovere un colpo di stato per fermare il presidente «indio e comunista». Il governo Morales lancia invece una nuova sfida, questa volta su un terreno per certi versi ancora più insidioso. Una «rivoluzione energetica» che sostiene un progetto non solo di tipo «redistrubutivo» ma culturale, attraverso una campagna che parte dalle comunità e dai movimenti sociali per contribuire a ridefinire immaginario e partecipazione. Passare dalla «sicurezza energetica», di cui parla l’occidente arricchito, all’idea di «energia bene comune», di cui discute il governo Morales, rappresenta una svolta culturale che ridisegna il conflitto sul quale i movimenti potrebbero costruire quel consenso sociale necessario ad una trasformazione più profonda. Quello che è in movimento non è affatto poca cosa.

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