I guai indiani della Coca cola company

Il colosso mondiale delle bevande gassate non sta vivendo tempi facili in India. L’opposizione delle comunità allo sfruttamento massiccio delle fonti di acqua dolce per l’imbottigliamento della Coca-cola e delle altre bibite della multinazionale di Atlanta, ha infatti dato il via a una campagna che in pochi anni si è diffusa a macchia d’olio in tutto il paese, e che è riuscita a ottenere alcune vittorie importanti.
Uno degli stabilimenti principali della Coca-cola, a Plachimada nello stato meridionale del Kerala è rimasto chiuso dal 2004 a causa delle proteste delle comunità.
Partita dalla dura opposizione delle donne delle comunità colpite dalla mancanza d’acqua, molte delle quali adivasi [indigene, ndr], il movimento indiano contro la Coca-cola è divenuto una presenza radicata che coinvolge centinaia di migliaia di persone.
In India, il 70 per cento degli abitanti basa la propria sussistenza sull’agricoltura e quindi sull’acqua. Le comunità che vivono accanto agli stabilimenti di imbottigliamento della multinazionale hanno subito in pochi decenni la graduale contaminazione del territorio e una progressiva mancanza d’acqua causata dalle ingenti quantità di acqua dolce necessarie alla lavorazione delle bevande. L’incidenza di questi fattori ha colpito principalmente le comunità più vulnerabili: popoli originari, donne, classi sociali disagiate, piccoli agricoltori, mezzadri senza terra propria, che hanno subito la perdita dei mezzi di sussistenza tradizionali delle comunità e della sicurezza alimentare per migliaia di persone.
Le forme di impoverimento delle riserve di acqua locale hanno messo in serio pericolo intere comunità: gli stabilimenti del Kerala sono stati responsabili della drastica diminuzione quantitativa e qualitativa dell’acqua disponibile con un prelievo di 1,5 milioni di litri di acqua al giorno.
Oltre al problema della voracità degli stabilimenti, la Coca-cola è accusata di aver distribuito residui tossici come fertilizzanti ai contadini residenti accanto agli stabilimenti. La questione è divenuta un caso di salute pubblica: le conseguenze di lungo termine della esposizione ai residui tossici non sono ancora calcolabili, tuttavia Coca-cola è sicuramente colpevole di aver contaminato i terreni e le acque sotterranee e superficiali, oltre che di aver messo in vendita bevande con elevati gradi di tossicità.
In seguito ad uno studio condotto dal Centre for science and environment [Cse, Centro per la scienza e l’ambiente] infatti, che rivelò la presenza nella Coca-cola di residui di pericolosi pesticidi in concentrazioni fino a 30 volte superiori dei limiti consentiti, il 7 dicembre 2004 la suprema corte dell’India ha imposto alle multinazionali l’obbligo di apporre su ogni confezione una etichetta recante l’attestazione di pericolo per i consumatori. La multinazionale si è difesa dicendo che le concentrazioni di sostanze pericolose sono secondo la legge, ma la legge indiana, notevolmente più permissiva delle corrispondenti leggi europee o statunitensi. Una difesa che non ha convinto né le autorità, né i cittadini, che anzi si sono sentiti trattati come «consumatori di serie B».
L’impresa è divenuta un esempio di malagestione delle risorse, e ha dimostrato di operare in totale violazione dei criteri di responsabilità sociale ed ambientale. La messa in rete dei conflitti territoriali di cui è costellata l’India per la difesa delle risorse idriche e rurali ha dato slancio alle rivendicazioni delle comunità, e ha creato legami di solidarietà e mutuo soccorso.
Negli ultimi tempi, dopo la vittoria ottenuta nel Kerala, sono sorte altre due forti vertenze territoriali a Kala Dera e Mehdiganj: due comunità in mobilitazione per difendere i propri diritti e ottenere le chiusura di altri due stabilimenti che come gli altri rubano l’acqua causando povertà, contaminazioni e malattie.

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