Le dichiarazioni del ministro dello sviluppo economico Claudio Scajola sul ritorno al nucleare hanno subito innescato la roulette: dove si faranno, se si faranno davvero, le nuove centrali? Dalle colonne del Corriere della sera, Raffaello De Felice, ultimo responsabile del settore impianti nucleari dell’Enel negli anni ottanta e oggi consulente dell’azienda energetica per gli investimenti sul nucleare all’estero, ricorda che venti anni fa erano stati individuati alcuni siti e suggerisce di ripartire da lì: Leri Cavour e Alessandria, in Piemonte, Viadana e San Benedetto Po in Lombardia, Nardò e Manduria in Puglia. Ci sono però anche le vecchie centrali che potrebbero essere riammodernate: Caorso, Latina e Vercelli. Solo che nemmeno il nucleare «di nuova generazione» sbandierato da Scajola ha ancora trovato la soluzione alla questione delle scorie. La Sogin, la società che il precedente governo Berlusconi aveva incaricato di risolvere la questione, non ci è riuscita. La scelta di Scanzano jonico, in provincia di Matera, provocò una rivolta popolare che costrinse il governo a fare retromarcia. De Felice propone di cercare «un sito di superficie», che costa meno, e al Nord, più vicino ai posti dove più probabilmente sorgeranno i nuovi impianti. Non sarà facile trovare un’area adatta al deposito unico nazionale di scorie radioattive nell’iperurbanizzata pianura padana. Ma su questo Scajola non ha dato alcuna indicazione, se non un vago impegno del governo a trovare una soluzione. Perfino de Felice dice che non è possibile avviare le nuove centrali senza prima aver trovato dove custodire le vecchie scorie.
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