I «grandi» alla Fao, i contadini a «Terra preta»

Nella sede della Fao, a Roma, continuano a sfilare i potenti della terra. S’incontrano, discutono e parlano di fame nel modo.
La sera, a Villa Madama, attorno ad un tavolo bandito, si riuniscono 39 dei 48 rappresentanti dei paesi presenti, per una cena [offerta da Palazzo Chigi e dall’Onu] a base di piatti tipici italiani: pennette tricolore, tagliata di filetto di chianina, gelato all’italiana, fragola, vaniglia e pistacchio.
Poi, il giorno dopo, di nuovo tutti alla sede della Fao, per discutere di sicurezza alimentare. Contemporaneamente, a pochi chilometri di distanza, si svolge un altro summit, indetto dalle ong e dalle organizzazioni contadine. Alla Città dell’Altraeconomia, all’ex Mattatoio di Roma, s’incontrano per discutere i gruppi che, riuniti nel forum «Terra preta», cercano di dare una risposta concreta alla «carenza» di cibo. Non un controvertice, come tengono a precisare gli organizzatori, ma un incontro, un dibattito, riconosciuto dalla Fao, dove le problematiche di «crisi alimentare, cambiamenti climatici e sovranità alimentare» sono poste in primo piano.

Secondo Ndougou Fall, dell’organizzazione contadina africana Roppa «La crisi alimentare è il sintomo di un fallimento di sistema ben più grande, le deportazioni delle comunità locali, i traffici fuori controllo, il massiccio cambiamento climatico, la promozione di colture energetiche su vasta scala, la speculazione selvaggia e il monopolio del sistema alimentare da parte di poche corporation». Sono, secondo i partecipanti al forum, le multinazionali a guadagnare sulla fame nel mondo. Bisogna quindi ripartire dal basso. I governi devono «prendersi le loro responsabilità sulla crisi alimentare mondiale e sul vertiginoso aumento dei prezzi». Il rischio è invece l’utilizzo strumentale della crisi alimentare, da parte di alcune nazioni, per portare a termine una serie di negoziati sul commercio.
Secondo gli organizzatori del forum Terra preta, «la produzione di cibo non può essere considerata un capitolo delle politiche di commercio», bisogna invece investire e sostenere i piccoli agricoltori, agendo su scala regionale. Per i piccoli produttori, spesso gli stessi contadini, il mercato più importante è infatti quello regionale, che però non viene adeguatamente finanziato.

Antonio Onorati, presidente della ong Crocevia e portavoce italiano dell’Ipc, coordinamento sulla sovranità alimentare che rappresenta 400 milioni di contadini in tutto il mondo, dice «Il mercato globale non è un vero mercato: è una struttura monopolistica controllata da pochi soggetti influenti, organizzazioni finanziarie internazionali e aziende transnazionali». Onorati afferma che è impossibile, per i leader dei paesi presenti al vertice della Fao, scegliere cosa fare e cosa non fare in agricoltura senza ascoltare i contadini, che la terra la lavorano. Invece, al vertice, si registra un’assenza quasi totale della controparte [quella contadina]. «Per noi questa crisi non è una sorpresa», dice Alvaro Santin, membro del Movimento dei Sem Terra del Brasile. È una crisi dovuta ad anni di sfruttamento, di speculazioni e di profitti. È un controllo del mercato sul cibo. Proprio per questo, alla cerimonia di apertura del vertice Fao, alcuni rappresentanti dell’Ipc, hanno alzato cartelli con scritto «Sovranità alimentare: bloccare il controllo del mercato sul cibo e sull’agricoltura». Le telecamere non hanno ripreso.
Il 5 giugno, durante lo spazio dedicato alle proposte della società civile, verrà chiesto, spiega Onorati, di «istituire in ambito Onu una nuova commissione Nord-Sud come negli anni ottanta». Secondo Onorati la commissione, rispetto alla Task Force di Ban Ki-Moon, sarà una rappresentanza «più democratica […] nella quale si costruisca insieme alle organizzazioni dei produttori la base per prendere nuove decisioni e permettere a più persone del mondo di produrre e sopravvivere».

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