C’è chi dice che dopo l’incidente alla centrale nucleare slovena di Krsko l’allarme radioattività è rientrato. C’è chi dice che, secondo gli accordi comunitari di Ecurie del 2003 per uno scambio rapido di informazioni in caso di emergenza radiologica, l’allarme doveva comunque essere lanciato, sia per avvertire gli stati membri [per prendere le precauzioni necessarie e informare la popolazione] sia per soccorrere il paese in eventuale difficoltà. C’è però chi non dice che gli stati che partecipano all’accordo non sono tenuti a fornire alla Commissione europea informazioni che possano compromettere la loro sicurezza nazionale e che le informazioni possono essere notificate «in forma riservata». Nel caso di Krsko non è stato così [ammesso che il governo sloveno abbia detto proprio tutto]. Per la prima volta, la Commissione europea ha deciso di mettere pubblicamente in allarme i cittadini. Perché, ha detto il Commissario europeo Andris Piebalgs, il nucleare è «una fonte di energia che deve garantire trasparenza».
Appunto, la trasparenza. L’Italia smania dalla voglia di «porre la prima pietra» [entro cinque anni, sostiene Scajola] della costruzione di nuovi impianti. Si sa però che la cosiddetta «quarta generazione» non è realizzabile prima del 2100. Il governo dice che dobbiamo accontentarci della «terza», anch’essa sicura e all’avanguardia. Ma se fosse vero, se dessimo per buono che anche la «terza generazione» fosse sicura, allora perché apporre il sigillo del segreto di stato in nome della «della sicurezza nazionale, come dice un decreto in vigore dal primo maggio di quest’anno, sotto il governo Prodi? E’ questa la trasparenza?






