Fa un po’ rabbia, avere ragione in anticipo e inutilmente. Parlo non solo di Carta, ovviamente, ma della quantità di ambientalisti, teorici della decrescita, ecc., che da anni avvertono: badate, il petrolio è arrivato al picco e la produzione comincerà presto a scendere. Venti o trent’anni, prevedeva un documento riservato dell’Eni pubblicato da Carta a suo tempo. Siamo stati trattati da catastrofisti, e tutto è proseguito come prima: per fare un esempio, si continuano non solo a produrre automobili come niente fosse, ma si misura la salute delle industrie dall’entità dell’aumento di vendite rispetto all’anno prima. Eppure, siamo stati fin troppo prudenti: per esempio, abbiamo sottovalutato la capacità della finanza globale di speculare sulle disgrazie. La produzione di petrolio è ancora costante, più o meno, ma già si gioca d’azzardo con la prossima, terrificante scarsità. Così, il petrolio costa uno sproposito, rispetto ai parametri su cui è costruita tutta l’impalcatura produttiva e dei consumi [l’andamento delle vendite di auto, appunto, ma anche l’agricoltura intossicata dai combustibili fossili,, ecc.]. In Spagna sono in sciopero camionisti, agricoltori e pescatori, e la benzina già scarseggia, perché chi ha paura ne fa incetta. Magari è solo un incidente di percorso, non è la catastrofe. Ma la direzione in cui ci muoviamo è quella: dovremo fare a meno del petrolio. E qui il bivio si fa drammatico: o la guerra per le risorse scarse e il nucleare; oppure la condivisione e la cura dei beni comuni, e fonti energetiche diffuse e democratiche. Cosa scegliete, voi?
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