Ma che sfortuna. Il ministro Scajola non fa in tempo a proclamare con voce stentorea «nucleare!», che subito viene lanciato l’allarme per una centrale slovena che zoppica e, ieri, viene spento un reattore in Ucraina perché ha sparso in giro liquido radioattivo. E l’Ucraina è il paese di Chernobyl, che mise la pietra tombale, via referendum, al nucleare italiano. Adesso a volerlo riesumare, il Frankestein energetico, sono molti, a destra e a sinistra [diciamo così], e specialmente di sopra. Scajola, ma anche la signora Marcegaglia e l’ex fondatore di Legambiente, Chicco Testa, che una ventina d’anni fa si vantava di aver costretto il congresso del Partito comunista a votare sì o no all’atomo: vinsero i favorevoli per 13 voti, se non ricordo male, e subito dopo esplose quella tale centrale in Ucraina. Se Testa ha cambiato idea, però, una ragione ci sarà. Azzardo una spiegazione, utilizzando argomenti che Maurizio Pallante [il promotore della «decrescita felice»] svolge molto meglio di me. Tralasciamo il petrolio, che è la spiegazione più facile del nuovo entusiasmo per il nucleare, ma anche la più inconsistente. L’uso che si fa del petrolio non è gran che paragonabile all’uso che si fa dell’energia ricavata da un reattore: l’elasticità dell’«oro nero» e dei suoi infiniti derivati non è imitabile. Se anche avessimo una quantità di energia prodotta dal nucleare pari a quella che proviene dal petrolio, resterebbe il problemino di rifornire le automobili, di far marciare le barche dei pescatori, di far funzionare l’agricoltura industriale tossicodipendente, di fabbricare plastiche, ecc. E tralasciamo anche un tema che in Italia ha un’importanza decisiva: tutto o quasi il nucleare esistente sul pianeta è stato promosso con denaro pubblico, e in Italia uno dei principali guadagni dell’industria, nonostante i deliri degli economisti liberisti, è proprio quel che lo Stato decide di spendere per «infrastrutture» e altre modernizzazioni, dalla Tav [che sta ammazzando le ferrovie dei pendolari] agli inceneritori [finanziati dai truffaldini Cip6], e così via. Perciò cominciare a costruire una centrale, o il Ponte, o il Mose, hanno un uguale valore: versare denaro di noi tutti nelle tasche delle imprese. L’importante è cominciare a spendere, poi si vedrà.
La ragione vera della nuova ondata di chiacchiere sull’atomo [che sono tali perché una o più centrali si costruirebbero in Italia in almeno vent’anni, quando il petrolio sgocciolerà dagli ultimi pozzi, secondo le previsioni dell’Eni] è piuttosto un’altra: si chiama Prodotto interno lordo. Il nostro paese, come tutti, è un forzato dell’aumento del Pil. Ora, se come racconta nei dettagli l’ultimo Espresso [non Carta] si usassero davvero tutte le fonti di micro-produzione di energia, le cui tecnologie stanno facendo passi da gigante, si otterrebbe che buona parte del consumo locale sarebbe soddisfatto a costi decrescenti, e da un certo punto in poi gratis. Lo stesso vale, per guardare a un altro lato della questione, per i rifiuti: se si vogliono diminuire, per poi selezionarli e riciclarli, non si può che far scendere i consumi. In tutti e due i casi si otterrebbe una felice diminuzione del Pil. Cioè l’opposto di quel che tutta la politica [almeno quella in parlamento] vuole.
Post scriptum. Ci chiama un parrucchiere per ordinare tre «magliette clandestine»: vuole farne la «divisa» di chi lavora con lui. La Fiom di Forlì ne ordina qualche decina, i Giovani comunisti di Torino cinquanta. Eccetera. Autodenunciarsi come «clandestino», indossando la maglietta di Carta, è già uno sport popolare. Guardate il sito www.carta.org.






