I media e la classe politica esaltano l'inceneritore di Brescia come «modello» da imitare. Le associazioni e i comitati presenti sul territorio spiegano come e perché l'esempio di Brescia, anche per l'emergenza campana.
È di pochi giorni fa la notizia che parte dei rifiuti campani verranno intercettati dall’inceneritore di Brescia. Migliaia di tonnellate pronte ad essere inghiottite da un impianto che ha già consolidato la sua capacità di combustione sulle 800 mila tonnellate all’anno di materia.
E pensare che questa solidarietà, nei confronti di una terra violentata in ogni suo anfratto oramai da decenni, qual è la Campania, sembrerebbe quasi meritevole di stima, rispetto. Una disponibilità amorevole, a tratti commovente.
Tuttavia, l’imponente spettacolo rappresentato ad arte dinnanzi ai nostri occhi non è altro che il più classico gioco delle tre carte.
Tre carte, per altrettante illusioni.
La prima, quella del «Modello Brescia», suggerisce che l’inceneritore sia in grado di far progredire in maniera efficace la raccolta differenziata locale. Eppure, dalla costruzione dell’impianto 1998 ad oggi, la raccolta differenziata a Brescia è cresciuta di un misero 9 per cento, assestandosi al 35. Nello stesso periodo, invece, i rifiuti inceneriti sono aumentati del 300 per cento, sintomo di una produzione a monte divenuta quasi inarrestabile. Altrettanto sconcertante è l’entità dei finanziamenti pubblici [Cip6] percepiti dall’azienda fino ad oggi, grazie alla crescente produzione di energia elettrica dai rifiuti: circa 400 milioni di euro, con vergogna sottratti a «norma di legge», tutta italiana, dal loro ben più auspicabile destino, quello delle vere energie rinnovabili, che ancora stentano a decollare.
Semplici valutazioni già sufficienti a riconsiderare questo «modello» per ciò che in realtà è: il simbolo di una città ultima in Lombardia per differenziata e prima per costo di gestione dei rifiuti e utilizzo di discariche; una città che vanta attualmente il tasso di incenerimento più alto d’Europa e che da anni versa in un’emergenza sanitaria per le emissioni in atmosfera e di gas serra. Brescia non vuole e non deve continuare a fungere da pattumiera d’Italia.
La seconda illusione ci viene dall’emergenza campana.
Genera rabbia e sconcerto l’intervista-choc realizzata a Walter Ganapini, assessore all’ambiente della regione Campania, ripresa in un’inchiesta recentemente proposta da RaiNews24.
Siti di contenimento non a norma ed altamente inquinanti costruiti negli anni di commissariamento, discariche da tempo ricavate e tuttora inutilizzate, strumenti e macchine mai resi operativi e lasciati a marcire, piani di raccolta differenziata porta a porta mai istituiti ufficialmente.
Un devastante ritratto di una «emergenza rifiuti» che perdura, quasi volutamente, nel tempo.
Ne esce una Campania che ha già in sé alcuni importanti mezzi per far fronte alle disperate condizioni in cui versa. Una terra che dovrebbe puntare tutte le sue forze sulla riduzione e sulla differenziazione, per poi procedere con costanza verso la piena applicazione del principio di prossimità e di autosufficienza che è alla base delle politiche ambientali regionali e provinciali di gestione dei rifiuti.
Sceglie oggi, invece, di aprire nuove discariche, di costruire nuovi inceneritori, di destinare altrove i propri rifiuti, secondo una politica che a lungo termine ha già prodotto i suoi più disastrosi effetti, dei quali noi stessi siamo complici.
C’è poi la terza illusione, quella della solidarietà.
Un atto degno di rispetto, certo. Ma se ostentato al solo scopo di legittimare una pratica insana qual è quella dell’incenerimento, più dispendiosa, inquinante ed energivora rispetto alla riduzione dei rifiuti prodotti e alla raccolta differenziata finalizzata al riciclaggio, perde tutto il suo immenso valore.
La Lombardia e Brescia devono ricevere temporaneamente i rifiuti da Napoli solo se separati accuratamente alla fonte, per tipo, per poterli valorizzare e destinare alle varie filiere del recupero di materia minimizzando impatti ambientali, economici, energetici. A tale scopo devono essere attivate sinergie tra industriali del settore del riciclo.
In ultimo, ben altre dovrebbero essere le solidarietà da ricercarsi.
Ad esempio quella del Consorzio Priula, che nel trevigiano raggiunge quota 80 per cento di differenziata su un bacino d’utenza di 200 mila persone [la stessa dimensione di Brescia], tramite la raccolta domiciliare con metodo porta a porta. O quella di Novara, passata dal 50 al 70 per cento di differenziata nell’arco di soli 18 mesi, sempre con raccolta differenziata porta a porta, rimozione dei cassonetti stradali e istituzione di una tariffa puntuale, nel principio di chi meno differenzia più paga.
Come si osserva, i veri «modelli» ai quali rivolgersi sono purtroppo fuori dalla nostra città. E prendere spunto da loro farebbe un gran bene anche a Brescia, che con Napoli ha molto in comune.
[Coordinamento comitati ambientalisti della Lombardia; Comitato Ambiente Città di Brescia; Cittadini per il Riciclaggio; EnergEtica; Comitato contro la Centrale Turbogas di Lamarmora; Co.Di.SA. – Comitato Difesa Salute e Ambiente di San Polo; AltraBrescia; Gruppo Meetup “Amici di Beppe Grillo di Brescia”; Associazione “Ricomincio da Grillo”]
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