In Cile, sindacati, movimenti sociali, ecologisti e indigeni accusano le imprese forestali di saccheggiare una delle principali risorse del paese, le foreste. Piegati all'uso industriale, i boschi cileni rivelano l'impatto territoriale delle politiche neoliberiste.
Lo sfruttamento delle aree forestali è da decenni per il Cile una risorsa economica irrinunciabile. Le vaste aree boschive rappresentano da sempre per il paese e per gli investitori – tanto cileni quanto stranieri – un’ immensa ricchezza da cui trarre guadagni senza troppe complicazioni. Il legname prodotto dallo sfruttamento forestale rappresenta per il Cile il prodotto più esportato dopo il rame.
Lo sviluppo del settore forestale in Cile è nato dalla crisi dell’agricoltura tradizionale, che ha portato a profondi cambiamenti sociali, come la quasi scomparsa dell’economia contadina, lo svuotamento delle campagne, il sovraffollamento delle città, la crescita dei disoccupati in cerca di impiego. In particolare, il processo di abbandono dei campi in favore dei grandi agglomerati urbani è stato il risultato di conflitti irrisolti all’interno della struttura economica agraria alla base dell’economia del paese. Nella regione del Bio Bio, nel sud del paese, le politiche di riconversione economica hanno portato ad esempio ad una nuova destinazione dei terreni prima produttivi, ora destinati allo sfruttamento del legname.
Per soddisfare le esigenze dell’industria del legname, nel 1995 venne presentato un progetto della Celulosa Arauco s.a. per la realizzazione di un impianto per la produzione di cellulosa nella regione de Los Lagos. Nonostante l’opposizione della popolazione e di numerose organizzazioni, l’impianto venne costruito proprio accanto al letto del Rìo Cruces, che riforniva d’acqua l’intera valle limitrofa oltre che una zona protetta di immenso valore biologico. Oltre a causare contaminazione delle acque e delle terre circostanti – riserva naturale compresa – a causa dei potenti solventi utilizzati per lavorare e sbiancare la cellulosa, l’impianto ha subito varie chiusure a causa dell’insopportabile odore per i centri abitati vicini ed è tutt’ora al centro di una lunga battaglia che le comunità residenti continuano a portare avanti per ottenere la chiusura dell’impianto.
Oltre all’aspetto ambientale, preoccupante sino al punto da aver ridotto sensibilmente le superfici boschive negli ultimi anni, l’industria forestale registra in Cile un altro primato ancor più allarmante. Si tratta della violazione dei più elementari diritti dei lavoratori, costretti a lavorare e vivere in condizioni estreme per una retribuzione a dir poco irrisoria.
Nonostante la crescita della richiesta di legname sul mercato mondiale e la mole di esportazioni provenienti dal Cile, non si è assistito ad una ricaduta in termini positivi sull’impiego nel settore. Negli ultimi 20 anni, a fronte di un aumento del 280 per cento delle aree adibite a monocoltivazioni da legname, i lavoratori impegnati nel settore sono aumentati solo del 66 per cento. Il lavoro nelle zone boschive rimane infatti di tipo ciclico [stagionale], caratterizzato da un alto grado di precarietà e con livelli salariali ben al di sotto del limite di legge. La maggior parte dei tagliatori lavora con contratti a termine secondo standard produttivi stabiliti dalle singole imprese, il che si traduce in estenuanti turni giornalieri che superano le 10 ore di lavoro. In molti casi l’espansione dell’attività ha coinvolto ed assorbito gradualmente piccoli appezzamenti di terra prima sfruttati da piccoli produttori di legname. Secondo le stime del Ctf, il Sindacato dei Lavotarori Forestali, dal 97 al 2000 la forza lavoro sarebbe diminuita complessivamente del 12 per cento.
La drastica riduzione dei diritti e della capacità di negoziazione dei lavoratori è ancor più limitata dall’abituale ricorso all’intermediazione di imprese contrattiste, che forniscono alle grandi imprese ogni tipo di servizi forestali. Tali imprese rispondono alle richieste ed alle esigenze produttive delle grandi aziende, determinando una rotazione continua dei lavoratori. Questo fattore riduce notevolmente la capacità dei lavoratori di unirsi in sindacati per rivendicare il rispetto dei diritti previsti dalla legge cilena. Inoltre, il settore forestale presenta uno dei più alti indici di incidenti e mortalità sul lavoro. In Cile, secondo informazioni fornite dai dirigenti delle imprese forestali – quindi presumibilmente al ribasso – muoiono nell’esercizio del proprio lavoro circa 15 lavoratori all’anno mentre il numero di feriti – molti dei quali gravi – è annualmente di varie centinaia. Secondo le organizzazioni cilene ambientaliste e in difesa dei diritti umani, il settore forestale «rappresenta un modello di esclusione, che non genera sviluppo, saldamente stretto alle logiche neoliberali. E’ pertanto nostro dovere in quanto espressione della società civile organizzata dare voce a queste violazioni e chiedere al governo cileno ad alla comunità internazionale di intervenire per fermare questa ennesima vergogna». Contro le imprese forestali, inoltre, sono mobilitate le comunità indigene mapuche, che accusano le imprese del settore di usurpare i terreni agricoli per espandere le piantagioni.






