Un pennacchio nero su Porto Tolle

Gli abitanti di Porto Tolle, dicono, sanno leggere il fumo che esce dalla centrale Enel di Polesine Camerini. E l’insolito pennacchio nero sputato dalla ciminiera la sera del 2 luglio scorso li ha messi subito in allarme, ricordando loro i tempi in cui, dopo quegli sbuffi, dal cielo scendevano piogge acide e strane sostanze oleose. Giorgio Crepaldi, coordinatore del comitato «Cittadini liberi», lo ha fotografato, segnalando l’anomalia alle autorità competenti e alla procura di Rovigo, chiedendo di fare chiarezza sull’episodio. Il comitato, del resto, si batte da anni contro i danni provocati dalle emissioni all’ambiente e alla salute degli abitanti. E teme che si ripetano le ricadute di sostanze dannose per cui già nel 2006 il tribunale di Rovigo ha condannato Enel a risarcire gli abitanti del comune del basso Polesine. Per ora nessuna risposta dalla istituzioni.

A intervenire, invece, è stata Enel, con una nota ufficiale delle Relazioni Esterne che ribadisce il rispetto delle norme di legge da parte della centrale termoelettrica, ma non spende una parola sull’episodio in sé. Più numerosi gli interventi del Comitato per lo sviluppo del Polesine, gruppo di interesse nato in sostanza per sostenere la riconversione a carbone di Polesine Camerini. Maurizio Ferro, portavoce del comitato e dipendente Enel, si spinge addirittura ad attaccare Crepaldi, con un incredibile denuncia della canna fumaria «non a norma» della sua abitazione privata, come a dire che chi fa le prediche sull’inquinamento altrui non può «razzolare male». Note di colore a parte, ciò che manca è di nuovo un chiarimento su che cosa sia accaduto la sera del 2 luglio. In assenza di una verità ufficiale, non resta che affidarsi alle verità ufficiose che trapelano dall’interno della centrale termoelettrica. Alcuni dati sono indiscutibili: alle 20.54 del 2 luglio a Polesine Camerini qualcosa non ha funzionato. Pochi giorni prima la società Terna aveva chiesto e ottenuto da Enel di aumentare la produzione di energia elettrica per fare fronte all’emergenza estiva. Non è la prima estate che accade. Il problema è che per soddisfare la richiesta di produzione è necessario riavviare sezioni della centrale ferme da un paio di anni. Attualmente, infatti, è in funzione solo uno dei quattro gruppi di produzione da 660 watt, l’unico dichiarato idoneo a funzionare ad olio stz, cioè a basso contenuto di zolfo. Per accontentare Terna, tuttavia, l’unica soluzione era riavviare uno dei tre gruppi spenti, affiancandolo al gruppo 4 già in funzione. Stando a fonti interne alla centrale, Enel avrebbe dunque rimesso in moto il gruppo 2, che tuttavia non solo non sarebbe «ambientalizzato», ma sarebbe addirittura parzialmente smontato. Circa 24 ore dopo l’accensione, il gruppo supplementare è stato nuovamente spento. Cos’è successo in quell’arco di tempo? Si parla di un guasto al gruppo «catorcio», alla radice della strana emissione di fumo scuro. Va detto però che altre fonti, non interne alla centrale ma sufficientemente informate, sostengono tutt’altra versione: ad andare in tilt sarebbe stato addirittura il gruppo 4, cioè quello nelle condizioni migliori per funzionare. Un’ipotesi ancora peggiore.
L’altro mistero è cosa sia accaduto: Enel accenna solo a un “«uori servizio», in parole povere a un «blocco» temporaneo. C’è chi parla invece di una vera e propria avaria, dovuta all’obsolescenza dell’impianto. Infine non si sa che cosa sia stato disperso nell’aria con la fumata nera del 2 luglio. Se è vero che ad oggi non sono giunte segnalazioni di danni e disagi, eventuali sostanze potrebbero essere state portate dal vento verso il mare, disperdendosi nei canneti e nelle valli da pesca del Delta del Po, area umida tra le più pregiate in Europa. Per lo più ipotesi, con una sola conclusione: di Enel ancora non ci si può fidare. Un paio di anni fa lo disse persino un onorevole di Forza Italia. I silenzi di oggi lo confermano.

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