L'economia del disastro

Come la Banca mondiale usa le conseguenze delle proprie politiche e dei cambiamenti climatici per cercare di mantenere il proprio ruolo internazionale.

Qualcuno l’ha definita «economia del disastro», che consiste nel provocare deliberatamente delle catastrofi per poi lucrarci sopra attraverso l’utilizzo dei fondi necessari per porvi rimedio. Più o meno è quello che si appresta a fare la Banca Mondiale con la scusa degli interventi per affrontare la crisi prodotta dai cambiamenti climatici in atto.
La conferenza dello scorso dicembre a Bali sui cambi climatici e sul protocollo di Kyoto ha si riconosciuto gli impatti dei cambiamenti climatici ed il loro legame con il rispetto dei diritti umani, ma ha anche dimostrato al mondo l’incapacità sfacciata dei paesi ricchi di affrontare le loro responsabilità di principali inquinatori e produttori di anidride carbonica del pianeta. Infatti i meccanismi di mitigazione e compensazione puntano più che altro ad adattarsi ai cambi climatici, in modo da evitare di ridurre le emissioni di gas serra. Il mercato del carbonio, gli agrocombusitibili, gli ogm, sono tutti espedienti per non puntare il dito sull’industria petrolifera, principale responsabile del riscaldamento globale. Queste «soluzione» danno solo la possibilità di trasferire sui sud del mondo le responsabilità e gli impatti, creando nuove minacce per i popoli nativi e contadini che vedono i loro territori sempre più minacciati da interessi diversi ed alleati in questa nuova fase. Proprio questo denunciano con forza i movimenti sociali, indigeni e contadini dei sud del mondo, insieme alla reti di ambientalisti come «Oilwatch International». Meccanismi che permettono di privatizzare boschi, aree protette e sfollare intere comunità, che per giunta si traducono in sussidi per le industrie, stimolando i paesi energivori a mantenere i livelli di produzione e consumo che ci hanno portati in questa situazione. Adattarsi ai cambiamenti climatici è sicuramente qualcosa a cui tutti i paesi devono pensare, considerando però che bisogna distinguere tra i responsabili e le vittime di un modello di sviluppo. A Bali si è consolidato il Fondo per l’Adattamento ai cambiamenti climatici. Quanto costerà adattarsi? Secondo uno studio delle NU bisognerebbe investire annualmente circa 14 miliardi di dollari per agricoltura e foreste, 11 per l’acqua, 5 per la salute umana, 11 per le zone costiere e dagli 8 ai 130 miliardi per le infrastrutture. Chi paga i costi di adattamento? Non certo i paesi responsabili. Per questo esistono vari fondi gestiti dalla Conferenza dei paesi sui cambi climatici e del protocollo di Kioto. La critica mossa dai movimenti e da molti paesi del sud del mondo è proprio su questo punto. Dovrebbero essere i paesi del nord a pagare i costi per gli adattamenti ai cambi climatici ai paesi del sud, non solo perché così in teoria lo stabilisce la convenzione sui cambi climatici, ma soprattutto per l’esistenza ed il riconoscimento del debito ecologico che i paesi del nord hanno accumulato con i popoli del sud. Ci vogliono dai 50 ai 100 miliardi di dollari all’anno per riparare i danni dei cambiamenti climatici nei sud del mondo. Il PNUD quest’anno segnala come gli aiuti multilaterali per l’adattamento arrivano appena a 26 milioni di dollari, più o meno quello che il Regno Unito spende per affrontare a casa propria le inondazioni. Desdmond Tuto, vescovo sudafricano parla a proposito della «apartheid dell’adattamento». Chi sono i beneficiari dei piani di adattamento? Imprese petroliere che non vedono colpiti i loro interessi, i paesi del nord che continuano a destinare pochi fondi invece che ridurre le emissioni, le grandi imprese di costruzione di infrastrutture, le grandi industrie agricole, imprese biotecnologiche e farmaceutiche, le multinazionali che controllano le fonti di acqua, il settore finanziario internazionale, le industrie militari e di sicurezza che proteggono spazi strategici, banche internazionali. E qui arriviamo alla BM ed ai suoi affari legati ai cambiamenti climatici. In primo luogo la BM è il primo finanziatore pubblico dell’industria fossile ed uno dei principali intermediari sul mercato della CO2. Dal 1992 al 2004 la BM ha appoggiato 120 progetti di sfruttamento energetico (circa il 20% del totale delle emissione di CO2), approvando il finanziamento di 11 miliardi di dollari. Controlla sul mercato dell’anidride carbonica circa 2 miliardi di dollari, con profitti del 13% su ogni transazione. Adesso sarà l’amministratrice di circa 50 miliardi di dollari da destinare ai paesi del sud del mondo affinché si adattino ai cambi climatici. Come saranno reperiti questi soldi? La BM pensa di trovarli non solo con gli aiuti ufficiali allo sviluppo ma soprattutto attraverso crediti diretti e investimenti stranieri. Come dire, aumento del debito estero dei paesi del sud, più condizioni poste agli «aiuti», più affari per le multinazionali straniere, più impatto sociale ed ambientale ed aumento del debito ecologico del nord nei confronti del sud. Ultimamente la BM ha proposto persino la creazione di un ulteriore «fondo per gli investimenti sui cambi climatici», che secondo alcuni osservatori rischia di penalizzare ed entrare il conflitto con il già opaco «fondo per l’adattamento», creato a Bali dalle NU. «Aiuti ipocriti» sono stati definiti da molti popoli e governi del sud che continuano a denunciare come i fondi per l’adattamento ai cambi climatici si tradurranno in ulteriori forme di dominazione e controllo delle risorse e dell’economie dei paesi del sud del mondo.

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