Gli indigeni peruviani festeggiano

Le proteste dei movimenti indigeni peruviani hanno costretto il Parlamento ad abrogare due decreti presidenziali che avevano aperto la selva amazzonica allo sfruttamento minerario e delle multinazionali petrolifere.

Venerdì 22 agosto 2008 sarà probabilmente una data storica per il Perù. Per la prima volta nel corso dell’era repubblicana le comunità ed il movimento indigeno hanno ottenuto una straordinaria vittoria contro i grandi interessi economici che in questi anni hanno cancellato i loro diritti e distrutto territori di grande ricchezza ecologica ed economica. Dopo mesi di mobilitazioni il Congresso peruviano ha annullato i decreti 1015 e 1073 al centro delle proteste dei popoli nativi e non solo. I due decreti abrogati dal Parlamento sono stati imposti senza dialogo con i popoli indigeni oltre a violare le stesse convenzioni internazionali firmate dal Perù, come ad esempio la Convenzione 169 della Organizzazione internazionale del lavoro.
I decreti agevolavano la vendita delle terre e delle risorse naturali amazzoniche alle grandi multinazionali, in continuità con la politica commerciale avviata con i Trattati di libero commercio firmati dall’ex presidente Alejandro Toledo con gli Stati Uniti. Accordi commerciali contestati in tutta l’America Latina e che proprio lo scorso maggio a Lima sono stati bloccati grazie alla posizione assunta dai governi di Ecuador e Bolivia, non più disponibili a svendere le proprie risorse e la propria sovranità. L’attuale presidente peruviano, Alan Garcia, proprio da candidato un paio di anni fa alla presidenza aveva giurato che avrebbe immediatamente rivisto il trattato ed i decreti in questione. Una volta arrivato al potere, però, ha cambiato velocemente posizione ed ha pensato di continuare nella politica di svendita del territorio e delle ricchezze portata avanti dai suoi predecessori.
Eppure da un ultimo studio indipendente condotto dall’Università di Duke, negli Stati Uniti, risulta che l’Amazzonia peruviana rappresenta la porzione di Amazzonia più danneggiata dalle attività estrattive. Addirittura dallo studio emerge che il 72 per cento dell’Amazzonia peruviana è stata data in concessione alle multinazionali e che mentre queste vedono aumentare a dismisura i loro profitti, i figli di queste terre continuano non solo a vivere nella miseria ma vedono i loro diritti calpestati e le loro proteste represse nel sangue. La relazione dei ricercatori statunitensi rivela che più di 180 impianti petroliferi e gassiferi coprono le aree contraddistinte da maggior biodiversità dell’Amazzonia occidentale, che è condivisa da Bolivia, Colombia, Ecuador, Perù e parte del Brasile. Queste aree date in concessione, superano i 68 milioni e 800 mila ettari. A partire dalle informazioni governative, lo studio segnala 64 stabilimenti idrocarburiferi all’interno della selva peruviana. Tra questi 56 sono apparsi tra il 2003 ed il 2008. La crescita è stata talmente accelerata da sorprendere i ricercatori. Sarà forse l’aumento del prezzo del petrolio che spinge a fare ulteriori devastazioni in nome di un profitto sempre più grande per pochi?
Non c’è da stupirsi dunque se nella città di Bagua, nella piazza degli Eroi di Cenepa, in Amazzonia, migliaia di persone festeggiavano con canti e lacrime la storica vittoria dei popoli nativi. In questa come nella città di Utcubamba il governo Garcia aveva decretato lo stato di emergenza contro le proteste delle comunità. Ma nonostante la repressione costata la vita a diversi militanti, il movimento indigeno peruviano ha dimostrato la sua straordinaria capacità politica. Movimenti e comunità che a differenza di quanto pensavano osservatori e analisti politici, hanno dimostrato di saper costruire partecipazione politica attraverso processi di resistenza democratici e pacifici. Questo lascia ben sperare per il futuro, visto che come sostengono le stesse comunità, restano ancora molti decreti in vigore che rappresentano una minaccia concreta non solo per i popoli nativi ma soprattutto per la sovranità nazionale del paese Andino. Da oggi una speranza in più arricchisce la straordinaria geografia della speranza del continente latinoamericano, sempre più teatro di una ribellione generalizzata contro il modello capitalista.

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