Dopo il Referendum sardo. Chi ha vinto e chi no

Si sapeva in Sardegna che il referendum promosso dalla destra per abrogare la legge «salvacoste» non avrebbe prodotto alcun effetto. Comunque è fallito ben al di là delle più ottimistiche previsioni. L’affluenza alle urne è andata poco oltre il 20 per cento. Nonostante la campagna capillare e dispendiosa – che ha potuto contare pure sul contributo di Confindustria, ben rappresentata dai costruttori – i sardi non hanno votato, consapevolmente. Nessuna rinuncia al confronto, questa astensione di massa è una pernacchia sonora ai promotori dello spot pagato con denaro pubblico [una decina di milioni di euro], utile per la destra in vista della campagna elettorale prossima che avrà al centro soprattutto questi temi.
I sardi – e l’intero Paese – hanno capito: la Sardegna è un bene d’interesse comune che alcuni soggetti da decenni stanno usando per fini privati con grandi tornaconti: costruire sulle coste sarde è un grande affare nel mercato globale, meglio di altri investimenti come sappiamo bene in queste ore.
C’è il senso del business negli appelli rivolti ai sardi per andare al voto: spiccano quelli assai appassionati e double-face di Berlusconi politico/ Berlusconi imprenditore, una grave interferenza nelle questioni di una Regione autonoma.
Ma è andata bene per il paesaggio sardo, almeno per ora, anche se i promotori hanno provato a spiegarci perché comunque hanno vinto. Non è vero ovviamente. Però sarà bene non sottovalutare il clima. Si sa da tempo della scarsa convinzione della maggioranza che sostiene il presidente Soru sulle scelte di buon governo del territorio, la poca propensione a dibattere su questi temi è spiegata con l’autoritarismo del Piano paesaggistico e di Soru, il quale ha probabilmente difetti a questo riguardo. Sarebbe però il caso di capire quanto questa questione assai lucrosa pesi nel duro conflitto, al quale non sarebbe il caso di appassionarsi. Se non fosse che nello sfondo c’è qualche indizio molto preoccupante.

Colpisce ad esempio la strana posizione dei Verdi di Sardegna [sì, i Verdi del «Sole che ride» !] che in extremis hanno dato ai loro elettori libertà di voto, una evasività imperdonabile su un tema per il quale sono nati e dovrebbero battersi senza politicismi. Si capisce bene la posizione della destra e delle associazioni dei palazzinari per il sì, della sinistra che avrebbe preferito andare al confronto, si capiscono pure le incertezze dei cosiddetti moderati. Ma l’ambiguità dei verdi su un tema come questo ci pare proprio inconcepibile [dice della frammentazione della società di cui scrivono autorevoli commentatori? ]. Per questa ragione è stato chiesto a Grazia Francescato di spiegare pubblicamente: senza successo per ora.

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