Per un giorno, poco prima l’inizio del vertice mondiale della Fao, alla disadorna tavola della fame a cui siede oltre un miliardo di persone si è aggiunto un posto. E’ Jacques Diouf, il direttore generale della Fao, che ha scelto la più simbolica delle proteste, lo sciopero della fame, appunto, per chiedere quello che i solerti governi dell’élite globale hanno prontamente messo a disposizione delle banche in fallimento. Soldi, finanziamenti e sostegni: per Diouf servirebbero almeno 44 miliardi di dollari per le agricolture locali come risposta immediata alla crisi alimentare. Molto meno dell’ondata di denaro riversato per salvare le banche, lo stesso che si vedere tornare in borsa proprio per speculare sugli asset agricoli.
Una richiesta concreta a cui i governi hanno risposto con cinque punti generali, impegni non vincolanti e nessun finanziamento. Nella dichiarazione di 41 paragrafi sono ripresi i cinque principi sulla sicurezza alimentare dello scorso G8 italiano, che diventano i «Five Rome principles for sustainable food security». Parole e nessun passo avanti.
Un fallimento che posa una pietra tombale sugli Obiettivi del Millennio, ma mai veramente applicati. Dimezzare la povertà entro il 2015 è ormai utopia, visto che negli ultimi due anni i poveri sono aumentati di oltre 200 milioni. Le priorità delle élite sono altre. Non certo il miliardo di affamati nel mondo, né tanto meno il disastro climatico, dato per ineluttabile, nonostante la prossima conferenza di Copenhagen. L’unico obiettivo sono la liberalizzazione dei commerci e l’apertura dei mercati. Ne parleranno dal 30 novembre alla ministeriale della Wto, a Ginevra. Gli impegni di Roma saranno già lontani.






