Gli arresti preventivi e le scaramucce tra polizia e attivisti radicali non hanno rovinato, se non sui media, il grande corteo che ieri ha attraversato la capitale danese. Ma i rappresentanti dei governi chiusi nel Bella center continuano a non ascoltare.
Una manifestazione così, a Copenhagen, non l’avevano mai vista. Almeno, questo a memoria di militante. Oltre centomila persone si sono date appuntamento davanti alla piazza del Parlamento, un ponte ed un canale prima della storica comune di Christiania, l’ex presidio militare occupato una ventina d’anni fa dagli anarchici di mezza Europa e diventato una sorta di stato nello stato, per dimostrare che la «quarta potenza mondiale», come fu definita la società civile durante le manifestazioni contro la guerra in Iraq, è in forze. Tutt’altro che spirata, come molti osservatori vorrebbero.
Da Via Campesina a Friends of the Earth, da Greenpeace ad Oxfam ad Attac, con i due principali coordinamenti Climate Justice Now! e Climate Action Network a fare da protagonisti per la quantità di persone coinvolte nella manifestazione, nelle strade di Copenhagen ritorna il movimento dei movimenti, oggi con un obiettivo rinnovato: incrociare stili di vita e lotta politica, movimento di piazza e lobbying istituzionale per spingere ad un cambiamento del sistema economico. Perché il cambiamento climatico, su cui è concentrata l’attenzione di mezzo mondo, è conseguenza di un modello di sviluppo insostenibile. Banalità? Forse non per chi sta negoziando nel Bella center, il centro congressi che ospita i lavori della Conferenza Onu sui cambiamenti climatici, per chi pensa che tutto si possa risolvere con meccanismi di mercato e che l’emissione di gas climalteranti possa essere barattato con l’impegno di riforestare zone impervie. O che l’obiettivo possa essere spostato al 2050, quando buona parte dei decisori politici di oggi saranno un ricordo negli annali della politica, mentre le nuove generazioni si dovranno gestire l’imprevedibile. Scaduta la prima settimana di negoziati e anzi ormai a cinque giorni dalla chiusura dei lavori, un accordo è ancora molto lontano. Non solo l’accordo vincolante che i movimenti sociali e ambientalisti hanno chiesto per le strade della capitale danese, ma anche un minimo accordo politico che possa dare speranza di un ravvedimento dei governi dei paesi ricchi, ancora impegnati a difendere privilegi e il diritto di inquinare.
E se nella semplicità spesso sta la saggezza, forse sarebbe meglio ascoltare i cartelli di questa manifestazione allegra ma determinata. «Non esiste un pianeta B», questo è l’unico che abbiamo ed è bene che ce lo teniamo stretto. Una denuncia che sentiamo già dal Club di Roma, da oltre 35 anni fa insomma, e che pare non abbia fatto molto breccia tra chi gestisce e sfrutta questo sistema economico.
Il corteo, partito un’ora e mezzo in ritardo rispetto all’orario del concentramento tante erano le persone, è arrivato sei chilometri e tre ore dopo a cento metri dal Bella Center, il centro congressi dove si sta svolgendo la COP15. Nessun incidente, nessuna vetrina sfasciata se non una piccola scaramuccia all’inizio, nonostante i media italiani abbiano visto non si capisce dove molotov, vetrine sfasciate ed addirittura cariche della polizia. Gli arresti ci sono stati, ma dopo e a margine del corteo, con la polizia impegnata più che altro a mostrare i muscoli in modo preventivo. Un corteo colorato ma determinato nel ribadire che dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura che i paesi industrializzati ed alcuni emergenti vorrebbero far passare non se ne parla neanche. Perché persino uno studente alle prime armi sa che l’atmosfera è un sistema complesso e non lineare e che ogni cambiamento porta a conseguenze spesso non prevedibili.
L’obiettivo è rilanciare un movimento mondiale capace di essere protagonista. Fuori dalle compatibilità e dai tatticismi anche di certe grandi Ong. Insomma, capace di «reclaim the power», come chiederemo il 16 dicembre ai Governi della terra che saranno qui riuniti.
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